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L’amore ai tempi di Piergigi

Il segretario di un grosso partito, giunto ad essere segretario di tale grosso partito dopo un periodo piuttosto lungo di gavetta durante la quale si era distinto per l’indiscutibile serietà almeno quanto per l’assenza di un vero e proprio carattere che lo differenziasse, per esempio, dalla sua stessa cravatta rossa, periodo durante il quale aveva accarezzato a tratti il sogno di diventare segretario del grosso partito seppur con la mesta consapevolezza di non avere per esempio l’intelligenza di un suo collega di partito un po’ antipatico e coi baffi, progressivamente escluso dalla prospettiva della leadership – questo collega – un po’ perché a un tratto per motivi poco chiari l’antipatia aveva prevalso sui baffi, un po’ perché vittima di un’epoca storica in cui il fare politica da più di un quarto d’ora era visto con sospetto da alcuni, specie dai seguaci di un ex comico caduto in disgrazia poi divenuto a sua volta leader di un altro partito sul quale si è già discusso altrove, e con la mesta consapevolezza – questo segretario del grosso partito – di non avere neppure la simpatia buona e cordiale di un altro ex segretario del partito amante dei continenti esotici e dei film dei fratelli Marx, segretario quest’ultimo che a dire la verità si era già giocato le sue carte contro il leader dello schieramento opposto in occasione delle elezioni politiche di qualche anno addietro, perdendo malamente, secondo alcuni a causa della scelta deliberata di questo segretario buono simpatico e cordiale di non fare mai per nessun motivo il nome del leader dello schieramento opposto, scelta che a questi alcuni ricordava più il gioco di società tabù che una vera e propria strategia da campagna elettorale, questo leader serio ma non esattamente carismatico, si diceva, giunto alfine alla leadership del suo importante partito – e di quello che segue parlerà principalmente il racconto che non scriverò -, non riesce ad uscire da una sorta di cortocircuito relazionale col suo fotografo di fiducia, lo stesso fotografo che qualche anno prima, poco tempo dopo la sua nomina a leader del partito, gli aveva scattato una foto destinata ai manifesti del partito per un’altra campagna il cui slogan recitava grossomodo “la disoccupazione è aumentata e la pazienza è finita”, slogan tutto sommato ritenuto dai più abbastanza efficace ma con l’handicap di essere accompagnato da una foto del leader che non era esattamente l’idea platonica dell’esaurimento della pazienza, quanto piuttosto della concessione clemente di un pochino di tempo in più affinché la fiducia si dimostri come è probabile ben riposta, lo stesso fotografo che in seguito ad un banale diverbio legato alle attribuzioni di responsabilità riguardanti la suddetta foto avrebbe abbandonato ripudiato e odiato il leader del grande partito tanto da arrivare a divulgare anonimamente un’altra foto che lui stesso gli aveva fatto di nascosto all’interno di un bar ristorante mentre il leader del grosso partito mangiava da solo un piatto di bresaola beveva una birra media e rileggeva un discorso dal quale sarebbe dovuta trapelare un’immagine di lui un po’ più carismatica, lo stesso fotografo che poi in seguito ai sensi di colpa brucianti e ai pavor nocturni durante i quali il segretario gli appariva in sogno dicendogli “i soldi per il welfare stanno finendo e anche la mia birra è agli sgoccioli” avrebbe riallacciato i rapporti col leader chiedendogli scusa, pur senza essere convinto di avere alcuna colpa, fino a lasciarsi convincere ad essere il suo fotografo ufficiale anche per la nuova campagna elettorale durante la quale il segretario del grosso partito si sarebbe fatto fotografare nuovamente dal suo fotografo di fiducia, seppure fiducia a corrente alternata, per una ambiziosa foto col tipico sorrisetto ad un tempo anonimo e poco credibile del segretario del grosso partito, ambiziosa foto che come è ovvio non avrebbe risolto il problema di scarsa personalità e autostima vacillante del leader del grosso partito, che pur sapendo di non poter attribuire almeno in questa occasione troppe colpe al fotografo, come spesso succede avrebbe preferito evitare di prendersi la colpa del suo stesso assente carisma e avrebbe nuovamente litigato col fotografo di fiducia accusandolo della successiva debacle elettorale, salvo pentirsi dell’ingiusta accusa, bere per la vergogna altre birre in solitaria nei bar ristoranti senza sapere di essere spiato e fotografato di nascosto, chiedere ancora scusa al fotografo, commissionargli una nuova foto per la nuova campagna elettorale che non avrebbe nemmeno stavolta risolto il problema dello scarso carisma e continuare con questo andirivieni del cazzo per tutta la vita.

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