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una replica ai lettori della ‘lanterna’

C’è la neve, fuori, e le nuvole sono talmente basse che sembrano volersi rifugiare dentro ai tombini. Avanzo faticosamente all’interno di questa giornata viscosa nel modo di un dito in un panetto di burro.
Basta.
Chiudo la finestrella di autlùc e do un tirone al telefono. Sposto l’interruttore del cervello dalla modalità ‘fai’ alla modalità ‘pensa’. Gniiiiiiieschh. Orpo. E’ venuto decisamente il momento di dare un’oliatina.
Ho promesso una replica a quel tizio de ‘La lanterna di Born’.
Vediamo.
Vediamo se riesco a tirare fuori qualcosa che abbia la parvenza di un significato.
Sai che… devo riconoscerlo: sono lusingato.
Lusingato, sì.
Lusingato che i miei pastrocchi mentali abbiano saputo suscitare sensazioni contrastanti in un pubblico lontano.
Ché la scrittura non è altro che questo. Movimentare neuroni altrui. Sensazioni.
Un pubblico?
Wow, sono famoso.
Sono lusingato.

A quanto pare ‘Il colpo’ ha fatto colpo. Ma qualcuno ha inteso la scena finale come l’ennesima rappresentazione di quel topos sfruttanto allo sfinimento che contrappone Eros e Thanatos. Qualcun altro invece lo trova discontinuo nel linguaggio, sottolienando il contrasto – poco significativo in termini narrativi, a detta sua – tra l’eccessivo lirismo di certi passaggi e la crudezza posticcia di certi altri.
Ebbene, io volevo restare lontano da quel ‘pulp’ in cui evidentemente sono invece precipitato a capofitto. Ma – credetemi – non c’è autocompiacimento, né voglia di stupire. Nessuna ‘provocazione’, perlomeno intenzionale.
C’era soltanto la volontà di scrivere una storia. Una storia che funzionasse. Il lettore se li doveva vedere davanti, quei due, lì davanti ai suoi occhi, nel suo tinello, sul suo letto, attorno al suo tavolo a fare quelle cose, ed egli lì, basta, fermatevi!, ma no, nente da fare, la storia continua, si sviluppa parola dopo parola, disgustosa eppure ridicola, forse, come la vita stessa.
Per finire, una storia che non virgolette affronta il tema della necrofilia chiuse virgolette nel modo in cui, che so, ‘Dead man walking’ affronta il tema della pena di morte. Una storia che semplicemente finisce con una scena di sesso con due uomini e una donna morta. E Voi, sì, Voi, onnipotenti lettori, Voi conoscete il loro destino, ora, di questi piccoli schifosi vermi umani. Siete Voi il loro Dio. Sta a Voi giudicarli. E se ritenete che valga la pena di farlo, ebbene, molto umilmente io ho raggiunto il mio scopo.

Pure ‘Come ti senti, Amico Fragile?’ ha suscitato perplessità a livello sia narrativo che di linguaggio. Due differenti lettori ravvisano entrambi incongruenze nel finale. Uno si attendeva un finale meno vivido, che ‘lasciasse all’immaginazione del lettore’ di chiudere la storia. L’altra, al contrario, attendeva un ‘botto’ che – a detta sua – non c’è stato. Che dire? Forse hanno ragione entrambi. Mi limito a osservare che il finale è intenzionalmente 'in rilievo'. Al punto che l'io narrante, nel pre-finale, dice esplicitamente 'sono sempre stato uno di quelli che devono per forza scrivere un finale in tutte le storie'. Ecco, questo racconto gioca sul contrasto tra la verosimiglianza – un paio di lettori non resistono alla tentazione di domandarmi che cosa c’è di vero – e la ‘rotondità’ della storia – il finale, appunto, ma anche il dialogo virtuale De-André-esco, smaccatamente sopra le righe.
Oppostamente, proprio a proposito di verosimiglianza, la lettrice pone un’obiezione che riassumo in questi temini: pare impossibile che un estimatore di De André possa essere così cretino da sorbirsi una scarrozzata in piena notte per l'illusione di una botta e via. E’ verosimile? Da donna, ella ritiene che sarebbe stato invece normale che costui analizzasse con un amico la conversazione punto per punto al fine di capirne il vero senso. Ebbene: la lettrice scrive giustamente ‘da donna’. Ma il soggetto in questione è un uomo, e neanche tanto furbo – ma questo è un dettaglio. De André, è stata – anzi, è – la sua grandezza: sapeva far camminare mano nella mano, nello stesso vicolo sudicio, l’angelo e il diavolo, l’intellettuale e la puttana, la destra più becera per mano alla sinistra chic-illuminata. Potrei aggiungere che io stesso, dall’alto della mia infinita autoproclamata scaltrezza, per una botta e via ho fatto ben di peggio. Sapete che vi dico? Che un giorno o l’altro ve lo racconto pure…

‘La rosa nera’ rappresenta per me un viaggio in territori alieni, in termini di linguaggio. Che ha generato invero più perplessità che consensi. Anche qui prendo atto e ringrazio. Sapete, là fuori c’è un’umanità di insignificanti insetti scorrazzanti sul fondo di una vasca da bagno, inconsapevoli che qualcuno sta per aprire il rubinetto (l’immagine è di Emidio Clementi, cui va la mia gratitudine per aver riformato i ‘Massimo volume’). Ma forse c’è qualcosa che trascende. Che so: l’amore, l’arte, vattelapesca. O forse la mera semplicità dei gesti quotidiani. Una sorta di eroica affermazione di se stessi attraverso la propria ordinaria semplicità. Esagero? ‘Ogni piccola candela illumina un angolo di oscurità’ canta Roger Waters. E, chissà, forse c’entra un pochino con ciò che intendevo dire.

Di nuovo ringrazio i lettori che sono dati la pena di trasmettermi le loro sensazioni e anche coloro che mi hanno dedicato qualche minuto soltanto leggendomi. E di nuovo ringrazio il tizio de ‘La lanterna di Born’ al pari dell’intera redazione per la succulenta opportunità.
Arrivederci a presto.
Sì, è una minaccia.

Un commento

  1. Questo fatto che ti sei azzoppato pare ti abbia reso riflessivo. Dunque pensi. Dunque scrivi meglio. Questo non è un racconto ma è stato un piacere leggerlo.

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