stronzi di formica nel soggiorno di albarn

Kalopedia 26
Chi diamine? Damon Albarn
Che diamine? Everyday robots
Ma quando? 2014
Allora? Seduto su quello sgabello a contare gli stronzi di formica sul pavimento, Damon Albarn è ostentatamente programmatico fin dalla copertina. Programmatico nei testi intrisi di intimismo al servizio degli archetipi del genere (il sé come autore, la memoria, l’alienazione, lo strafarsi, scusate, l’essersi strafatto), programmatico nei suoni riccamente scarni e floridi di campionamenti e testurizzazioni quasi inudibili (l’elettronica-folk dei Blur, il fruscio di vinile consolatorio di Bristol, un pizzico di tamburi world music), programmatico nell’intento di accedere finalmente al Club dei Cantautori e starsene lì, a contare gli stronzi di formica, mogio quanto un Paul Simon in smaltimento post-sbronza, rallentato più di un Thom Yorke sotto tachipirina. Era davvero ciò che desideravi, Damon?
Sì ma allora? • •
Però almeno cosa sento? Heavy seas of love
Chi diamine? Okkervil river
Che diamine? The silver gymnasium
Ma quando? 2013
Allora? Prendendo le distanze dalle evanescenze psych ideate per Roky Erickson, Will Sheff confeziona un concept ambientato nel 1986 suonato come un album post-punk del 1986 che respira Tom Petty (On a balcony), Elvis Costello (Pink slips), i Cure (Where the spirit left us) e qualcosa dei primi Simple minds (White) e corredato da un videogame a 8 bit che pare fatto nel 1986 e che contiene un amaro omaggio a Phil Lynott, trapassato nel 1986. Per fortuna il 1986 è stato uno degli anni più insignificanti della storia del rock e di conseguenza questo gioiellino non sarà mai vintage, non sarà mai di moda, non sarà mai in heavy rotation in una radio commerciale pullulante di insulsi deejay cocainocrati e soprattutto non sarà mai un cazzo di nu-qualcosa. Vi pare poco?
Sì ma allora? • • • •
Però almeno cosa sento? It was my season; Where the spirit left us
Chi diamine? Altamont
Che diamine? Prayer for the soul
Ma quando? 1983
Allora? Talvolta la rete è fetente. Hai quindici anni e qualche problema relazionale con l’altro sesso. Decidi di passare il tempo improvvisando musica elettronica scimmiottando Mike Oldfield e Tangerine dreams invece, che so, di pescare gamberetti di fiume. Fai un nastro e ne vendi dieci copie agli amici. Poi trovi la morosa e ti scordi la faccenda. Poi diventi Steven Wilson e, zac, il nastro ricompare dal fondo di un cassetto. Finisce in rete e qualunque coglione può ascoltarselo facendo sorrisini scemi che dopotutto Tubular bells è un’altra cosa. Dimenticando che quel medesimo coglione, quando i quindici anni e i problemi relazionali ce li aveva lui, magari era così coglione che neanche riusciva a pescare i gamberetti senza finire nel canale. Altro che morosa. Altro che Mike Oldfield e Tangerine dreams.
Sì ma allora? •
Però almeno cosa sento? I Porcupine tree e lascia perdere queste pippe adolescenziali
Chi diamine? Freeway
Che diamine? Riding high
Ma quando? 1975
Allora? Buone melodie, ottimi riff (Riding high, Turn the page), ascelle, pantaloni di pelle, ballatone strappareggiseni (Sad rock n’ roll) e qualche divagazione di tastiera (Wheels of fortune) a imitiazione di quel finto progressive mid-70. Collocabile grosso modo tra il periodo marrone degli Allman b.b. e l’era d’oro del glam con una punta di quell’hard-soul-blues alla Come taste the band, l’unico album dei Freeway vede la luce nello stesso anno in cui i connazionali Ac dc sparano in aria High voltage. Come sono andate le cose è roba nota a chiunque. Personalmente vorrei tanto sapere il perché.
Sì ma allora? • • •
Però almeno cosa sento? Rock teaser; Riding high
Chi diamine? End of green
Che diamine? The sick’s sense
Ma quando? 2008
Allora? Il sesto album degli alfieri teutonici del “depressed subcore” (sic), un sottogenere particolarmente mogio del gothic metal, suona un po’ come un disco suonato dai Type O negative, cantato dal tipaccio dei Seether e composto da Lydia Deetz. Cos’altro aspettarsi da un mamlone di Stoccarda di uno e novanta che si fa chiamare Michelle Darkness (sic)? A parte un paio di raffiche alla Justice for all (Dead city lights) il resto dell’album si disperde freddo come una pozzanghera di sangue sul pavimento tra melodie alla Mission, vocioni e tiritere pling-noise metaottanta (Die lover die). Ascoltate questo disco se pensate di presentarvi al compleanno di vostra nonna ostentando un anellino al capezzolo.
Sì ma allora? •
Però almeno cosa sento? Hurter; Dead city lights
Chi diamine? Graham Coxon
Che diamine? A+E
Ma quando? 2012
Allora? La cantina di tuo nonno è un’umida spelonca seminterrata dove i salami in stagionatura sono stallattiti, stalagmite la damigiana polverosa con la madre per l’aceto e negli angoli ragnatele spesse come tendaggi. Ti collochi lì con un vecchio ampli e un piatto e spari a palla vecchi vinili anni ottanta. I Bauhaus più tetri (The truth), un po’ di synth pop tipo Heaven 17 o Psychedelic furs (il singolo What’ll take), electrosaxpunk alla Morphine (Meet and drink and pollinate) ipercompressi missili post punk (City hall), francobolli di Kinks sotto anfetamina (Advice), rarefazioni psych (Bah singer). La sagoma che vedi oltre il polveroso lucernaio è Damon Albarn, inginocchiato, che cerca di capire cosa diavolo succede lì dentro.
Sì ma allora? • • • • •
Però almeno cosa sento? Seven naked valleys; City hall; What’ll take