rivoglio i miei ricordi

Tra il 2000 e il 2001 lavorai in una fabbrica di trasformazione del pomodoro. Ero operaio semplice. Facevo i turni. Una mattina, mentre cercavo da posteggiare nel piazzale antistante lo stabilimento, sentii aprire una portiera. Nel momento in cui mi accorsi che cosa stava succedendo la ragazza era già salita e aveva chiuso la portiera. Era una prostituta di colore. Voleva che la accompagnassi a casa. Si sarebbe sdebitata in un modo facile da immaginare. Io dovevo attaccare a lavorare, ma la ragazza era tutta infreddolita e tremava. La portai a casa, rifiutai la prestazione e ritornai in fabbrica con un’ora di ritardo.
Nel 2006 scrissi un racconto che si apriva con quella scena. Nel racconto romanzai l’episodio, aggiungendo per esempio che io e la ragazza avevamo anche fatto colazione insieme.
Ora, quando scrivo un racconto generalmente lo faccio frettolosamente. Non mi dilungo a cercare le parole giuste perché ho urgenza di terminare la storia per vedere se sta su. Poi rileggo e rileggo, anche venti o trenta volte. Elimino i refusi, sistemo la sintassi. Metto a posto i tempi dei verbi: qualche volta comincio al passato remoto e finisco al presente. Difficile che accada il contrario. Spesso capita che ritocco la scenografia. Per esempio mi domando se i due fanno colazione al bancone, o in un tavolino vicino all’entrata, o in fondo al locale, oppure se è ininfluente. Sono costretto a proiettarmi nella testa il filmino della scena molte volte.
Poi magari capita che dopo qualche mese riprendo in mano il racconto. A quel punto, il ricordo dell’episodio reale del 2001 s’è sovrapposto al filmino del 2006, più recente e rivisto più volte. Alla fine faccio confusione e non ricordo più cosa è reale e cosa è inventato.
Questa cosa di attingere il materiale dai miei ricordi li sta sterminando.
Rivoglio indietro i miei ricordi. Ma come?
La foto qui sopra l’ho scattata io, vorrei tanto sapere dove.
Nel bar in cui non ricordi di essere stato con lei. Tavolino accanto alla finestra.
Interessante il naso dell’uomo. E anche ciò che hai scritto.
Se tu fossi metodico nella catalogazione dei ricordi quanto lo sei nella catalogazione dei concerti saresti a posto.
…Un valido bignami sulla scrittura… Ma la foto, mi sembra un po’ inquietante: con qule naso aquilino mi ricorda Dante agli inferi. Non è che sei passato da quelle parti, vero?