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raymond carver – cattedrale

‘Cattedrale’, la terza antologia di racconti di Carver esce nel 1983, due anni dopo ‘Di cosa parliamo quando parliamo d’amore’. Io l’ho letta soltanto 15 giorni dopo.
Quella prosa così ispida, qui si addolcisce e lascia il posto a un narrare più tondo, addomesticato forse, magari a tratti meno efficace (mi posso permettere un'eresia di tale entità?). Un esempio: ‘Una cosa piccola ma buona’, inclusa in ‘Cattedrale’, è la riscrittura de ‘Il bagno’ in ‘Di cosa parliamo…’. Carver scrive due volte lo stesso passaggio: una madre è in ospedale ad accudire il figlio ricoverato in fin di vita. Attraverso la finestra vede un’altra donna uscire dall’ospedale e per un istante si immagina di essere lei. La prima stesura è semplicemente da brivido, l’altra, a mio avviso, indugia troppo sull’immedesimazione lettore-madre. Elemento soltanto appena suggerito – magistralmente – nella prima versione. Riporto entrambi i brani qui sotto.
Per contro, le storie in ‘Cattedrale’ diventano ancora più scarne, essenziali, in un certo senso ancora più epiche. C’è un tizio che vegeta da settimane sul divano, affranto per il fatto di aver perso il posto di lavoro. C’è una moglie che torna a casa e si accorge che il frigo è rotto. Il marito va di là e guarda il frigo. Alla fine conclude che non è in grado di ripararlo. Ecco, tutto qui. Ebbene: in quella decina di pagine, credetemi, non c’è l’ennecentesimo banale episodio di vita coniugale. Ci sono due vite intere. Ce li avete lì davanti, quei due, fino alla vecchiaia. Basta vedere i loro sguardi per sapere che di lì a poco si lasceranno e lui berrà sempre di più mentre lei cambierà città e…

Quando leggo le storie di Carver sento il cervello che sfrigola. Mi viene voglia di scrivere qualcosa subito. Ma nello stesso tempo sento lo sconforto dato dalla certezza di quanto egli sia inarrivabile. L’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta è semplicemente una delle cose più sconvolgenti che ho letto nella mai (ormai non più tanto) breve carriera di indolente lettore.

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da ‘Il bagno’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno. Il bambino non si svegliò. Il dottore era tornato e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se n’era andato dicendo le stesse cose. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, altri medici. Poi un tecnico che prelevò del sangue dal bambino.
“Non capisco”, la madre disse al tecnico.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose il tecnico.
La madre si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. C’erano macchine che entravano e uscivano dal parcheggio con i fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale. Tra sé e sé disse: ormai siamo dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile.
Aveva paura.
Vide una macchina fermarsi e una donna con un lungo cappello vi salì. Finse di essere quella donna. Finse di allontanarsi da lì in macchina e andare altrove.
(…)

da ‘Una cosa piccola ma buona’

(…)
Rimasero lì in attesa tutto il giorno, ma il bambino ancora non si svegliava. Ogni tanto, uno di loro usciva dalla stanza e scendeva giù al bar a prendere un caffè ma poi, come se all’improvviso si ricordasse e si sentisse in colpa, si alzava subito e tornava di corsa di sopra. Il dottor Francis era tornato nel pomeriggio e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se ne era andato dicendogli che andava tutto bene e che si sarebbe potuto svegliare da un momento all’altro. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, diverse da quelle del giorno prima. Poi una ragazza dal laboratorio analisi bussò alla porta ed entrò nella stanza. Indossava pantaloni e camicetta bianca e portava un vassoietto pieno di cose che appoggiò sul comodino accanto al letto. Senza dire loro una parola, prelevò del sangue dal bambino. Howard chiuse gli occhi quando la ragazza, dopo aver trovato il punto giusto nel braccio di Scotty, vi infilò l’ago.
“Non capisco perché”, Ann disse alla ragazza.
“L’ha ordinato il dottore”, rispose la ragazza. “Io faccio quello che mi dicono di fare. Mi dicono fai un prelievo a quello e io lo faccio. Che gli è successo?”, disse. “E’ tanto carino”.
“E’ stato investito da una macchina”, rispose Howard. “Un pirata della strada, che poi è scappato”.
La ragazza scosse la testa e guardò di nuovo il bambino. Poi raccolse il suo vassoio e se ne andò.
“Ma perché non si sveglia?”, disse Ann. “Howard? Voglio che questi mi diano una risposta”.
Howard non disse niente. Si sedette di nuovo e accavallò le gambe. Si passò una mano sulla faccia. Guardò suo figlio, si sistemò sulla sedia, chiuse gli occhi e si addormentò.
Ann si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. Era già buio e le macchine entravano e uscivano dal parcheggio coi fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale e sentì in cuor suo che ormai erano dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile. Aveva paura e cominciò a battere i denti, cosicché fu costretta a serrare le mascelle. Vide una grossa macchina che si fermava davanti all’ospedale e una persona, una donna col cappotto lungo, che vi saliva. Desiderò di essere quella donna e che qualcuno, chiunque fosse, la portasse via da lì, da qualche parte, un posto dove avrebbe trovato Scotty ad aspettare che lei scendesse dalla macchina, pronto a chiamarla ‘mamma’ e a farsi stringere tra le sue braccia.

4 commenti

  1. Le rece sui libri sono davvero riuscite, tanto che mi sono comprato Pennac (ma “il paradiso degli orchi” a me non è piaciuto), e ora Carver (“Vuoi star zitta, per favore?”).

  2. Cavolo. Invece di dirti che mi sono comprato Carver, in realtà scrivevo qui per avere le tue hit-list, se le hai, di autori americani e italiani.
    Così, giusto per curiosità. Almeno la mia.

  3. ciao pigi. bello spunto per un post dedicato, grazie. telegraficamente: poe e lovecraft (tutto), tanta fantascienza anni ’50 o ’60, heinlein (‘straniero in terra straniera’ ma anche… uh, non ricordo più il titolo), bradbury (a tratti: ‘fahrenheit’ non mi piace, ‘cronache marziane’ sì), orwell (‘la fattoria degli animali’ meglio di ‘1984’). ah, ‘il diario illustrato della giovinetta’ di stephenson è stato una folgorazione. di dick ne ho letti solo un paio.
    poi bukowski (tutto), fante, carver (una folgorazione recentissima). palahniuk (ho letto solo ‘cavie’ e m’è piaciuto un casino) e, dal lato opposto, david foster wallace (‘infinite jest’, estenuante ma estremamente appagante).
    oh, non ho letto molto altro, sai?

  4. dimenticavo… da poco ho terminato la lettura del primo romanzo (ancora inedito) di un certo roberto stradiotti in arte robirobi. la mia recensione su questo blog non dovrebbe tardare. sono certo che prima o poi sentiremo parlare di questo scrittore talentuosissimo…

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