mark z. danielewski – casa di foglie

“Non farti ingannare, quelli che scrivono libri lunghi non hanno niente da dire. Naturalmente, quelli che scrivono libri brevi hanno ancor meno da dire”.
Il senso di ‘Casa di foglie’ di Mark Z. Danielewski, delle sue ottocento e passa pagine, sta in questa come in qualunque altra frase di questo stupefacente romanzo. Ecco come. La scoperta che casa propria è (per pochi centimetri) più grande all’interno che all’esterno diventa il movente, da parte del protagonista, per dare luogo (nonché vita, è il caso di dirlo) ad un’agghiacciante esplorazione dello spazio fisico, di quello interiore ed infine – soprattutto – di quello narrato (ricorrendo, se necessario, anche a qualche effettaccio da Z-movie Ed-Wood-iani). Horror travolgente, rutilante, stucchevole, a tratti estenuante, prodigo tanto di virtuosismi quanto di lungaggini – tanto più insulse quanto intenzionali; affascinante però e, a lettura terminata, appagante.
Impossibile fugare il sospetto di avere di fronte l’ennesimo ‘romanzo che parla di tutto’. E allora, per una volta, così sia, laddove il ‘tutto’ diventi, qui spesso e argutamente, gioco autoreferenziale: non svelo nulla dicendo che il protagonista, nella fase finale della sua… chiamiamola ‘catarsi’, trascorre il proprio tempo leggendo un libro di 816 pagine intitolato proprio ‘Casa di foglie’.
Nella scena qui sotto – che non rende giustizia alle peraltro notevoli doti tecniche dell’autore – uno dei protagonisti è solo, al buio, sperduto in uno spazio tanto immenso quanto impossibile. Tutt’attorno un ringhio feroce, palpabile testimonianza della presenza della ‘cosa’. A proteggerlo soltanto il sottile telo della tenda, e una incrollabile fiducia nella ragione umana. Accende la videocamera e si registra per alcuni minuti. In questo punto, il romanzo trascrive il suo monologo.
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Questa la chiamo ‘favoletta della buonanotte per Tom’.
Tanto tempo fa c’era un capitano che navigava per mare quando ad un certo punto uno dei suoi marinai avvistò all’orizzonte una nave pirata. Subito prima dell’inizio della battaglia il capitano gridò: “Portatemi la mia camicia rossa!”. Fu una lunga battaglia, ma alla fine lui e il suo equipaggio ebbero la meglio. Il giorno dopo apparvero tre navi pirata. Di nuovo il capitano diede quell’ordine: “Portatemi la mia camicia rossa!” e di nuovo sconfisse i pirati insieme ai suoi uomini. Quella sera sedevano tutti in cerchio, per riposare e curarsi le ferite, quando un guardiamarina chiese al capitano perché indossasse sempre quella camicia rossa prima delle battaglie. Lui spiegò con voce calma: “Porto quella camicia perché se anche venissi ferito nessuno noterebbe il sangue. E i miei uomini continuerebbero a combattere senza paura”. Tutti i membri dell’equipaggio furono commossi da quella straordinaria dismostrazione di valore.
Ebbene, il giorno successivo furono avvistate dieci navi pirata. Gli uomini si voltarono verso il loro capitano, in attesa dell’ormai consueto ordine. Calmo come sempre, lui gridò: “Portatemi i calzoni marroni”.