jonathan lethem – testadipazzo

“Tra l’hard-boiled e il gioco letterario”, recita la quarta di copertina. Valà. Sarebbe qualcosa a metà strada tra il romanzo di genere e l’esercizio di stile, quindi. Ossantocielo, pensai. E ancora una volta mi figuravo uno di quei narratori superegotici, strabordanti sapienza; una scrittura alluvionale alla Wallace, tanto per dirne uno recente. “Ffffff, sarà dura”, pensavo.
E invece no. Niente di tutto ciò. Il gioco letterario si limita a un io narrante tourettico che indugia meticolosamente (e ripetitivamente) nella descrizione dei suoi (appunto) ripetitivi tic. Un’idea originale, non c’è che dire. Ma non venitemi a raccontare la faccenda dell’autore che definisce gli stilemi di un nuovo ‘linguaggio tourettico’. Se così è, spiacente, non c’è riuscito. Una scrittura, tra l’altro, tutt’altro che monolitica. Sono anzi numerose (e apprezzabili) le virate nella commedia, nell’agrodolce, nello humour nero, grigione o grigiochiaro. Il divertente estratto qui sotto è un chiaro esempio.
Tra le pagine di ‘Testadipazzo’, in realtà, si trova esattamente ciò che un lettore senza eccessive pretese desidera trovare: un romanzo senza eccessive pretese. Ben impostato, ben scritto, provvisto di una trama (forse un po’ troppo) semplice e (abbastanza) delineata. Potete anche leggervelo in treno a spizzichi che non vi sarà comunque facile riuscire a perdervi qualcosa. E chiamalo hard-boiled!
Tutto il primo capitolo si legge d’un fiato e lascia intuire grandi cose; oppostamente, il finale è a mio avviso un poco affrettato. Probabilmente paga la foschia narrativa in cui i comprimari galleggiano per l’intero romanzo.
Nel sito dell’editore Marco Tropea il libro non è in catalogo, anzi, non esiste proprio, pertanto chi desiderasse leggerselo dovrà chiederlo al Maffo oppure al sottoscritto prima che glielo restituisca.
Testadipazzo, il protagonista, è lo scagnozzo di un gangster di quartiere da tre soldi. A un certo punto si ficca in un pasticcio che non stenterei a definire alquanto ‘anomalo’.
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Erano in quattro e indossavano identici abiti azzurri con una banda nera lungo la gamba, e identici occhiali scuri. Sembravano una di quelle orchestre che suonano ai matrimoni. Quattro tizi bianchi, tutti più o meno tozzi con le facce tese, foruncolose e anonime. La macchina era di quelle a noleggio. Tozzo era ad aspettare sul sedile posteriore, e quando i due che mi avevano preso mi spinsero dietro accanto a lui, mi mise immediatamente un braccio attorno al collo, in una specie di fraterno nodo scorsoio. I due che mi avevano tirato su dalla strada, Foruncolo e Anonimo, salirono e si schiacciarono al mio fianco, il che portò a quattro il numero dei passeggeri sul sedile posteriore. Stavamo un po’ stretti.
“Va’ davanti” disse Tozzo, quello che mi teneva per il collo.
“Io?” chiesi.
“Chiudi il becco. Larry, scendi. Siamo in troppi. Passa davanti”.
“Okay, okay” rispose quello in fondo alla fila, Anonimo o Larry. Scese e si sistemò sul sedile davanti e il tizio al volante – Facciatesa – mise in moto. Quando ci trovammo in mezzo al traffico della Seconda Avenue, Tozzo mi mollò il collo, ma tenne il braccio drappeggiato attorno alle mie spalle.
“Prendi il Drive” disse.
“Come?”
“Prendi l’East Side Drive”.
“Dove andiamo?”
“Sulla superstrada”.
“Perché non giriamo in circolo?”
“Ho la macchina posteggiata da quelle parti” esclamò. “Potete lasciarmi là”.
“Sta’ zitto. Perché non possiamo girare in circolo?”
“Sta’ zitto anche tu. Deve sembrare che andiamo da qualche parte, stupido. Come vuoi che lo spaventiamo girando in circolo?”
“Ovunque mi portiate, lo sento quello che state dicendo” intervenni. E poi, per tirarli su di morale: “Voi siete in quattro, io in uno”.
“Non ci basta che senti” disse Tozzo. “Vogliamo spaventarti”.
Ma non ero spaventato. Erano le otto e mezzo di mattina, e battagliavamo con il traffico della Seconda Avenue. Non c’erano circoli da fare, ma solo strombazzanti camion delle consegne bloccati dai pedoni. E più guardavo quei tizi, meno ne ero impressionato. Tanto per cominciare, la mano di Tozzo sul mio collo era molle, con la pelle morbida, e la stretta era quasi tenera. E sì che lui era il più aggressivo del gruppo. Non erano calmi, non erano capaci di fare quello che facevano, e non erano duri.
E un’altra cosa: tutti e quattro i loro occhiali da sole portavano ancora i cartellini del prezzo, un ciondolante ovale di un arancione fluorescente con la scritta “$ 6.99”!
(…)