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immergere la mano nell’insalatiera dei segreti

Kalopedia 14: 01nov2014-07ott2014

Chi diamine? Sinead O’Connor
Che diamine? I’m not bossy, I’m the boss
Ma quando? 2014
Allora? “Ciao Sinead sono il Calo”. “Chi ti ha dato il mio numero?” “Tom Petty”. “E il suo chi te l’ha dato?” “Don Airey. Senti volevo dirti che l’album mi fa cagare”. “Scusa, perché?” “Be’ una volta la tua voce era pura emozione. Quando sento Nothing compares 2 U o Success has made a failure of our home mi vengono ancora i brividi. Questo disco mi fa dormire. A parte un paio di pezzi canticchi tutto il tempo. Non sembri neanche tu”. “Scusa ma l’hai vista la copertina?” “Sì, bella gnocca, complimenti”. “Be’ anche quella non sono io”. “E scusa quando canti nel video di Take me to church? Minigonna, scollatura, insomma…” “Naah, io sono quella dietro con la chitarra. Senti, dimmi una cosa. Ma tu li hai sentiti gli altri?” “Gli altri cosa?” “Gli altri dischi. Tutti quelli dopo I do not want”. “No, perché? Come sono?” “Fanno cagare”. “Tutti?” “Tutti”. “Capisco. Senti non è che avresti il numero di Miley Cyrus? Sinead? Sinead? Sineeeeead…”
Sì ma allora? X
Però almeno cosa sento? The voice of my doctor; Harbour

Chi diamine? Virus
Che diamine? Revelation
Ma quando? 1970
Allora? Curioso album dominato da tre lunghe jam che saccheggiano un po’ i Deep purple pre-Gillan (Endless game, che però parte esattamente come Child in time) ma soprattutto i Pink floyd di Embryo e Saucerful of secrets (ovunque, ma soprattutto i primi minuti di Revelation e gli ultimi di Hungry loser). Nell’insalatiera dei segreti basta immergere la mano e viene fuori di tutto: verminose spifferate Andersoniane, digressioni Santaniche (Revelation), adolescenziali bassturbazioni, persino l’improbabile cover psych della canzone più psych dei Rolling stones, per non parlare delle due outtakes garage-casino-blues. L’album che ne risulta è talmente sgangherato e zoppicante e discontinuo e sbilenco che funziona a meraviglia. A meraviglia.
Sì ma allora? XXXX
Però almeno cosa sento? Hungry loser

Chi diamine? Pink floyd
Che diamine? The division bell
Ma quando? 1994
Allora? La magniloquente eppure nientedicente produzione orchestrata da Gilmour in combutta con Michael Kamen e Bob Ezrin non maschera un frastornante silenzio creativo. L’album si dilunga, riparte, incespica, stanca, si fa dimenticare. Cluster one annoierebbe Jean Michel Jarre in persona, e ce ne vuole, Marooned è un pezzo che può piacere giusto ai fratelli Cavanaugh o a Cesare Tammeo, Take it back, A great day for freedom e Coming back to life sono la seconda tornata di insulsaggini pop. Meglio What do you want from me, sorta di Dogs of war ma più patinata. Bene Keep talking e Lost for words, eccellente High hopes, di certo la canzone più ispirata di tutta la carriera di Gilmour senza Waters.
Sì ma allora? XX
Però almeno cosa sento? Lost for words; High hopes

Chi diamine? Led zeppelin
Che diamine? Led zeppelin II (deluxe edition)
Ma quando? 2014
Allora? Se avessi sganciato cento banane per acquistare questo confanetto contenente, oltre all’album e a un po’ di rantumaglia cartacea, una manciata di rough mix delle stesse tracce probabilmente avrei convocato l’Onnipotente per chiarimenti. I cosiddetti rough mix alla fine non sono altro che delle versioni intermedie, e in quanto tali hanno qualcosa in meno, o qualcosa in più, o qualcosa di sbagliato rispetto alle versioni definitive. In genere interesano ai fan più completisti e soltanto se ben circostanziate. Whole lotta love, per esempio, ha un cantato un po’ più bluesy e mancano tre o quattro cosette di chitarra. In Ramble on, sempre per esempio, le differenze si trovano solo col cosiddetto lanternino. Led zeppelin II è stato registrato nel corso del sessantanove durante quella che chi c’era ha definito la tournée più pazzesca e ispirata della band. Faceva brutto mettere un live del periodo invece di questi quattro cocci? Il voto si riferisce ai soli contenuti extra.
Sì ma allora? X
Però almeno cosa sento? Whole lotta love (rough mix)

Chi diamine? Dum dum girls
Che diamine? Too true
Ma quando? 2014
Allora? Dee Dee (ma il nomignolo non è un tributo all’omonimo Ramone) di sicuro non condivide la mia antipatia nei confronti dell’oleoso riflusso di band post-punk inizio ottanta tipo Siouxie and the Bunnymen o Echo and the Banshees. La fanciulla mescola con una certa sapienza fuzzy, synth, Siouxie (Lost boys and girls club), Bangles (In the wake of you), Garbage (Rimbaud eyes), mascara, calze a rete, coretti e faccine corrucciate senza osare assolutamente nulla. Il risultato è persuasivamente gradevole da ascoltare, soprattutto se state sfogliando con eccessivo interesse il volantino degli atterraggi di emergenza per non chiacchierare col tizio seduto di fianco a voi.
Sì ma allora? XXX
Però almeno cosa sento? Lost boys and girls club / Cult of love

Chi diamine? Soundgarden
Che diamine? King animal
Ma quando? 2012
Allora? La famosa stoner band di Seattle composta da un gelataio al basso, un kebabbaro alla chitarra, uno sbandieratore alla batteria e una majorette alla voce si riunisce dopo sedici anni trascorsi a cercare di diventare ciò che nessuno di loro sarebbe mai potuto diventare e mette insieme un album che suona esattamente come vorrebbero essere ancora capaci di fare su un palco e che si presenta al pubblico esattamente come l’album che il pubblico avrebbe voglia di sentire se ancora ci fosse un pubblico che ha voglia di sentire queste cose. Facile capire come la nostalgia assurga a forme sublimemente (e comicamente) autoreferenziali, a immagine e somiglianza della band, del resto. Le prime strofe del primo pezzo recitano: “I got no where to go and it seems I came back / Just filling in the lines for the holes, and the cracks / Hey, no one knows me / … / I’ve been away for too long” a dimostrazione del fatto che Cornell, quando ci si mette, e quello che si dice una vera sagoma.
Sì ma allora? XX
Però almeno cosa sento? By crooked steps

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