duecentocinquanta storie

Avevo cinque minuti e volevo dare un’occhiata che c’era di nuovo. Aprii un sito di informazione. Uno dei più comuni, tipo il corriere, la repubblica o ansa punto it. C’era una foto con delle macerie, e un tizio in tuta che teneva tra le braccia un corpo minuto. Una bambina, supposi.
Il titolo recitava: “Tragedia Abruzzo, 250 morti”.
Poveracci, pensai, e azionai il mouse per leggermi le altre notizie.
Cliccai inavvertitamente sulla pagina sbagliata. Era l’elenco delle vittime del terremoto. Nomi, cognomi, età. Di colpo mi sentii malissimo. Duecentocinquanta morti sono una tragedia, certo. Ma là in fondo, lontana. Duecentocinquanta nomi e cognomi invece erano proprio lì davanti, sfilavano uno dopo l’altro in funesta parata. Li lessi tutti, uno a uno. Udivo le loro voci, duecentocinquanta voci che raccontavano duecentocinquanta storie che non sarebbero state. Sentii gli occhi gonfiarsi di lacrime.
Con gli occhi liquidi e quelle voci che gridavano nella testa non riuscivo a combinare niente. Andai nel sito della protezione civile e feci una piccola donazione per l’emergenza terremoto.
Immediatamente le voci si placarono. L’Abruzzo era di nuovo in piedi.
Avevo fatto i miei cinque minuti di SOLIDARIETÀ e ora ero a posto. Avevo fatto il mio dovere di bravo cittadino. Sicuro.
Ora potevo dedicarmi nuovamente ai concerti, ai cazzo d’aperitivi e ai miei raccontini idioti.
All’inferno.