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cose che si imparano nei corridoi dell’universita’

C’è una cosa che ho imparato all’università. Una cosa che non mi è stata insegnata in aula né l’ho appresa studiando i libri. E’ una cosa che ho imparato nei corridoi. Era il giorno del primo appello di Fisica 1, il mio primo esame all’università. L’esame consisteva in due prove scritte e una orale. La prima prova era una sorta di soglia. Si trattava di un esercizio, uno solo. Chi lo faceva bene passava all’esame vero e proprio, chi lo sbagliava era fuori. In aula c’era un centinaio di persone circa. Mentre gli assistenti passavano tra i banchi a consegnare il testo dell’esercizio io ero molto teso. Era la resa dei conti dopo un anno di lezioni. Era il momento della verità. Mi domandavo se ce l’avrei fatta. Ero davvero all’altezza di frequentare quella facoltà?
Mi consegnarono il foglio. L’esercizio non sembrava così difficile. Inoltre era praticamente identico a un altro esercizio che avevo fatto la sera prima. Lo risolsi in una decina di minuti e consegnai il foglio. Ero il primo.
Mi accomodai fuori. Ci avevano detto di aspettare, che avrebbero pubblicato i risultati subito. Attesi. Per una mezz’ora buona non uscì nessuno. Intanto io mi angosciavo sempre di più. Lo sanno tutti che consegna per primo finisce sempre segato.
Finalmente uscì qualcuno. Lo intercettai e gli chiesi il risultato dell’esercizio. Mi disse che gli risultava ventidue virgola qualcosa. Io avevo un risultato completamente differente. Il tizio mi fece un sorriso e alzò le spalle. Uscì un secondo studente. Anche a lui veniva ventidue virgola qualcosa. Ne uscì un terzo. Stesso risultato. Mi allontanai e mi sedetti a un tavolo. Mi misi a pensare a come avrei annunciato in famiglia il mio ritiro dall’università. A come l’avrebbero presa. Nel frattempo i tre confabulavano tra loro. Mi lanciarono un paio di occhiate.
Un’ora più tardi – una interminabile ora più tardi – un assistente uscì e affisse i risultati alla bacheca. Erano passati dieci candidati su cento. Io ero tra quelli. I tre furono bocciati. Tutti e tre. Uno di loro mi disse di andare a cagare. Nel pomeriggio feci il secondo scritto e l’orale un paio di giorni più tardi. Alla fine presi trenta.
Quello fu il mio unico trenta su ventinove esami. Fu anche l’ultima volta che domandai qualcosa agli altri studenti.
Perché racconto questa inutile storiella? Perché nel caso che tra i lettori di questo blog ci fossero ragazze in avanzato stato di gravidanza sconfortate dal fatto che al corso preparto tutte le altre future mamme sembravano sapere tutto sulla gravidanza, sulla maternità e su come educare i propri figli almeno fino al primo esame dell’università mentre loro hanno la sensazione che la maternità sarà una cosa difficilissima e pensano di non sapere neanche da dove si comincia, ecco, a quelle ragazze in avanzato stato di gravidanza che leggono questo blog volevo dire di prendere le distanze da tutto questo.
Quando sono nato io le pubblicazioni di puericultura non esistevano, o se esistevano non si usava leggerle, o se si usava leggerle comunque non si usava leggerle a San Polo d’Enza. Quando mia madre è uscita dall’ospedale aveva in mano una cesta di vimini con dentro il sottoscritto e nell’altra un pacchetto con tre pannolini omaggio dell’ospedale. Arrivata a casa ha appoggiato la cesta sul tavolo, il pacco di pannolini lì di fianco e si è seduta a guardare la cesta e il pacco, il pacco e la cesta. Poi a un certo punto si è alzata dalla sedia e ha cominciato a esplorare quella esperienza meravigliosa e totalizzante che prende il nome di “fare la mamma”.

La foto raffigura una delle numerose lettrici di questo blog in avanzato stato di gravidanza.

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