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andrea ferretti – il sorriso maldestro…

Squillò il cellulare.
Era il Ferro.
Gli chiesi come andava, se c’erano novità.
“Ho scritto un romanzo”, rispose.
Un romanzo? Rimasi perplesso. Cioè, ero felice per lui, beninteso. Felicissimo. Ma mi rimaneva un dubbio di fondo. Voglio dire: il Ferro lo conosco da tanti anni e in questo tempo l’ho visto mettere insieme una bella casa grande, un splendida moglie, due bimbe altrettanto splendide, tre lauree, un lavoro impegnativo e, a tempo perso, si occupa di teatro recitando in una compagnia locale. Con tutte queste cose in ballo, pensavo, il romanzo non sarà mica venuto un gran che. L’avrà scritto un pochino di fretta, pensavo.
Lo lessi.
Mi sbagliavo. Il romanzo mi piacque tantissimo. L’idea era originale e sviluppata con grande padronanza. Impossibile scollare il naso dal libro fino alla fine. Un finale superlativo.
Una storia divertente, delicata, naïf, romantica, scritta in punta di penna con talento e sensibilità.
Quando mi chiese di fargli da relatore per la presentazione a Parma, accettai immediatamente.
Libreria Centro Torri, inizio novembre. C’era un pubblico tutto sommato nutrito per eventi del genere. Diciamo almeno trenta persone. In mezzo a loro c’erano tanti nostri amici.
Ero nervoso.
Esordii il mio discorso più o meno con le stesse parole con cui ho cominciato questo articolo. In maggioranza, il pubblico conosceva bene il Ferro. Sorrise e annuì. Avevo rotto il ghiaccio, diciamo. Da lì in poi, la nostra performance decollò.
Niente autoincensazioni sullo stile narrativo né dotte dissertazioni su modelli e riferimenti. Al contrario, s’è cercato di fare in modo che il nostro piccolo pubblico ‘assaggiasse’ il libro nel modo in cui si degusta un buon vino. Guardare il colore, leggere l’etichetta, farlo roteare nel bicchiere, sorseggiarlo, rigirarselo in bocca così da intenderne tutti i sapori più nascosti.
Senza paroloni, senza puzza sotto il naso.
Senza fretta.
Quasi tutti sono andati a casa con una copia del libro.
Solo gli amici?
Beh, potete immaginare che piacere è stato per noi scoprire questo post nella rete [link].

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“Ho pensato di lasciare l’ospedale e di aprire uno studio mio. Uno studio medico, s’intende”.
Senza sollevare il capo, reclinato su un succulento piatto di spaghetti, Alfredo alzò gli occhi, mi guardò stupefatto e mi rispose: “Mei memimemme?”.
Alfredo parlava spesso con la bocca piena, ma non perché fosse maleducato, anzi, era sempre stato un gentiluomo, con la mania delle buone maniere, a volte anche in modo esagerato. Però quando doveva dire una cosa, Alfredo, e magari gli sembrava una cosa intelligente, o una battuta divertente, o un commento indispensabile, non riusciva mai a trattenersi. Lo capivi subito, se lo conoscevi, che avrebbe parlato con la bocca piena, perché appena gli veniva in mente qualcosa da dire strabuzzava gli occhi, masticava più velocemente e ingoiava, ingoiava, ingoiava che sembrava si affogasse. L’intenzione c’era, voleva parlare una volta terminato il boccone, ma non ce la faceva, e allora iniziava a parlare ancora masticando. Faceva piuttosto schifo, soprattutto quando rideva, mentre parlava, e tante volte sputacchiava e ti macchiava la camicia di sugo e di pesto. E tu magari non te ne accorgevi e ti trovavi a una riunione con una macchia di pesto sulla cravatta e non capivi perché, visto che avevi mangiato l’insalatona. Dopo però ti veniva in mente che Alfredo aveva mangiato il pesto, allora smadonnavi in religioso silenzio e spostavi un po’ la cravatta, che almeno la macchia non si vedesse, perché avevi un bel da spiegarlo, agli altri, che era stato Alfredo.
Tante volte, poi, si sforzava per niente, perché alla fine la sua bocca era talmente impastata che non si capiva una parola. Io lo capivo sempre, perché ero abituato, e lo capii anche quella volta. Mi aveva detto: “Sei deficiente?”.

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