pentagram – pentagram (1985)

Pentagram – Pentagram (1985)
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L’album d’esordio dei doppelganger americani dei Black sabbath esce quindici fottutissimi anni dopo la costituzione della band back in 19settanta e, se cronologicamente parlando il disco si incastrerebbe perfettamente sullo scaffale tra i diversamente scellerati Born again e Seventh star, musicalmente questo Pentagram, poi immotivatamente rinominato Relentless, ostenta un derivatività talmente smaccata e sfacciata e strafottente e col dito medio alzato davanti a tutti da finire per suscitare negli ultraortodossi nerosabbatari (ai tempi, siamo nell’ottantacinque, orfani di Bananone-Ozzy e con in casa nientemeno che Superbananone-Ian) un sentimento ibridamente (s)composto di sorpresa, rispetto e soltanto una piccola punta di risentimento. Sbracate allucinazioni Sabbath/bloody/sabotage-esce (Death row, Relentless, The deist e più o meno tutto il resto del disco), eppure altrettanto funeree Master/of/Paranoidity (Iron man è un po’ dappertutto, ma soprattutto in You’re lost and I’m free e The ghoul, non solo, no, ma soprattutto) e soltanto episodicamente jammoso (quacosa in 20 bucks spin, Dying world, e anche in Run my course). L’unico episodio vagamente non-classic-sabbatiano potrebbe essere proprio l’omonima Pentagram (poi reintitolata Sign of the wolf). Per il resto, una gragniuola di riffoni granitici ribassati di un semitono, fill batteristici narrativamente horror e un basso così ruvido che ci potresti grattare il parmigiano. Che volete di più? No, sul serio, che volete di più?
Highlights: Pentagram (Sign of the wolf) / The deist