i buoni riti del mattino
Il mattino è una cosa odiosa, che ti capita come un calcio nelle reni, ma del mattino non si può fare a meno, ed è per questo che talvolta spero di morire durante la notte.
Una volta che il mattino è lì nel mio letto, una volta che apro gli occhi e la sua luce mi uccide ancora, dico: ecco, ci sono, e mi viene da vomitare.
Come un rettile stremato scendo le scale e mi incuneo in cucina, guardo gli altri fare colazione, e quella è la mia colazione. Il mio stomaco rifiuta il cibo, anche lui vorrebbe morire di notte.
Fisso la moka, e lei rimane lì, sul fornello spento. Mi avvicino, le apro la capocchia, non c’è caffè. Indietreggio, senza staccarle gli occhi di dosso. Lei rimane lì, a fuoco spento. Fra noi non succede nulla. Lascio perdere.
Il bagno è un luogo mistico. Minuscolo, senza finestre, invita alla meditazione. Di solito è lì che mi vengono le idee sulla vita, del tipo chi siamo e dove andiamo.
Prendo il regolabarba e lo metto alla bocca a mo’ di microfono e mi canto il dies irae, che dissolverà il nostro tempo umano e cavolo, dissolvesse subito anche il mattino. Lo canto come se fossi su un palco metal, scusi, Verdi.
Poi utilizzo la macchinetta per il suo scopo, e cioè me la passo in modo indistinto dalla testa al mento, lasciando i peli sempre uguali, un millimetro circa, in modo che capovolgendo la mia testa il capo sembri una barba e la barba una nuca, non so se mi spiego. Non mi faccio quasi mai la barba per intero, perché secondo mi quelli che si fanno la barba sono ghèi. Me la faccio solo quando è estremamente necessario, cioè quando mi sento ghèi.
Il water è il mio Tibet, e il box doccia la sua anticamera, oh, mistiche vette. Allora comprendo ancora una volta il senso della vita, e ancora una volta vorrei uccidere il mattino, o esserne ucciso.
Torno in cucina a guardare la moka, lei è sempre lì, non parla e non si muove. Non è mai stata in Tibet, lei. La ingravido con semi di caffè e aspetto. Emettendo un gorgolìo soffocato partorisce un bel liquido nero. Lo chiamerò caffè.
Guardo fuori dalla finestra le mie piante assetate, divorate dalle lumache, bruciate dal sole, provate dall’escursione termica. Cosa pretendete dalla vita? Pensate che io devo anche alzarmi tutti i giorni, tutti i giorni affrontare i miei mattini come mulini a vento.
Vado in rete a leggere le brutte dal mondo e mi passano via come acqua sulla pelle, la rete porta tutto e subito e tutto diventa ovvio come una favola e lontano come una galassia. Niente più misteri sulle catastrofi nell’altra parte del mondo, niente più mostri che incombono sulle coscienze. Sarà il cinismo di mezza età, sarà la rete. Ho scoperto un assioma: le situazioni sono inversamente proporzionali alla vicinanza e all’evidenza. Se sono vicine sono irraggiungibili, se sono evidenti sono incomprensibili. Davvero.
Mi bevo un altro figlio di moka e il mattino assume contorni più accettabili per una creatura umana. Rinuncio a me stesso e passo il tempo con il tempo. Mi dimentico di me e bevo un caffè all’ora e arrivo a un punto che il caffè mi prende e mi beve, e anch’esso comincia ad accettare la vita così come viene.
Però il mattino ha un suo lato bello: la sera. Di sera io sono un uomo perso che tenta di ritrovare se stesso. Sono un uomo triste per la sua giornata buttata via, sono un uomo triste e consapevole che torna a illudersi che le mattine siano finite per sempre e che nel crepuscolo siano rinchiuse le poche verità di cui al mattino si vaneggia.
bellissime le cose che scrivi…questo blog mi piace proprio
questo scritto mi è piaciuto.
saluti