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assolo e fuga

Lorena ha spalancato gli occhi – eravamo all’osteria del fico – e ho letto nella sua mente: "Cosa stai dicendo!". Poi ha bevuto acqua tonica, ma secondo me le avrebbe fatto bene un cordiale.

Per spiegare in due parole la genesi di "inno alla luna" (STAR, 2007), avevo parlato in quella sede di taglia incolla: in effetti avevo infilato le parole in un contenitore di DVD, le avevo centrifugate, le avevo ripescate e scritte nell’ordine. Forse sarebbe stato meglio dire che avevo passato notti insonni sotto una manto di stelle e a un certo punto, il punto del non ritorno, un’ispirazione mi aveva trapassato. E trascinatomi moribondo fino alla tastiera, sotto l’influsso di una tempesta cosmica, la mia mano aveva iniziato a digitare. La mia mano sapeva, io non ancora.

Non so, mille modi sono possibili per spiegare l’"inno alla luna", il fatto è che è andata così, ed io che a detta di molti sono naif non mi sono nascosto dietro improbabili esperienze mistico-poetiche. E’ vero, poi è venuto il tempo del raziocinio. Avevo fra le mani una cosa che aveva un suo senso, ma ignoto agli umani, me stesso compreso, e dovevo ricrearla, partorirla, educarla. Quelle parole dovevano diventare un inno ed erano un’accozzaglia di lettere. Non che i discorsi di tutti i giorni al lavoro o nei mass media o nei nostri rapporti sociali non siano un’accozzaglia, ma insomma è inutile addentrarci per sentieri impervi. Dovevo fare in modo che chi leggesse pensasse a una poesia, non al frastuono di un mercato. Ho fatto un discreto labor limae, ecco tutto.

Ma il punto non è questo. La poesia è taglincollata da un racconto finora inedito, che pubblico sotto. E per la gioia di Ufj descriverò la sua genesi, che può dare una vaga idea del mio livello di salute mentale.

Di tanto in tanto mi veniva in mente Armstrong, il jazzista, ma non lo vedevo in qualche locale, lo vedevo sulla luna. Lo vedevo con la sua tromba, ma non era sceso da un’astronave, perché sono figlio del mio tempo e per me Armstrong era anche il campione di ciclismo. Così il musicista era arrivato sulla luna in bicicletta.

Cosa ci faceva un musicista nero sulla luna bianca, con un mezzo di trasporto che di solito ti porta a malapena poco oltre la città?

 

Armstrong toccò il suolo della luna, soffice come un lievito.

Si guardò intorno. Non c’era una gran varietà, non una pianta, non un insetto, non una voce.

Però si stupì di vedere la luna illuminata dal sole.

"E qui, come sarà pedalare su queste strade?" si chiese.

Strade? Strade era una parola da pianeta terra, e anche pedalare. Navigare a mezz’aria, se mai, a cavallo di una bicicletta, senza salite né discese, soffiando in una tromba l’inno dei bersaglieri. Soffiare in una tromba muta, senza la propagazione del suono nell’aria, senza mai sbagliare un nota. Come era diversa la vita sulla luna.

E come era diversa la luna dalla vita, con quelle assenze, quel ronzio sommesso, simile a una stazione radio muta da tempo, dismessa, se non per il contatto. La palla lattiginosa che si vedeva da terra era una distesa piana, infinita, uguale.

"What a wonderful world" pensò Armstrong, e una lacrima uscita dall’occhio sinistro invece di cadere schizzò verso l’alto e scomparve nel blu.

Era un blu che nemmeno Giotto avrebbe immaginato, era un colore nuovo, sconosciuto alla terra, una tenebra luminosa, positiva e vigorosa.

La tromba fra le sue mani mandava segnali di luce, quello era il nuovo suono, la migliore scala cromatica. Si perdevano nell’universo come messaggi di una nave in balia del mare agitato.

Perché tutta quella quiete, quel silenzio, quell’assenza di tutto, cosa era, se non un’agitazione perenne? Un temporale atomico, ecco cos’era, se ne percepivano le vibrazioni.

In assenza di gravità le emozioni assumevano una strana dimensione, nascevano a grappoli, lievitavano, salivano come bolle di sapone, oscillando incerte sulla corrente da cavalcare, si disperdevano e scoppiavano e il botto era altrettanto fragoroso del silenzio.

"Terra, mi sentite? Sono arrivato".

"Contatto stabilito" disse Terra.

Armstrong aveva pensato di emozionarsi per quelle parole lontane e amiche, invece nulla.

Inforcò la bicicletta e fece un po’ di strada, veleggiando, con quelle ruote che giravano e non andavano da nessuna parte. E d’altra parte, anche a percorrere un po’ di strada, nulla sarebbe cambiato. Come ogni giorno sulla terra era ogni minuto sulla luna, uguale, senza promesse, ma in più senza l’illusione dell’aria, con la quale si immaginavano, laggiù, tante cose, il movimento, l’azione, la stessa vita.

"A1, noi ti vediamo. Parlaci della superficie lunare". La voce era carica di emozione, gioiosa come quella di un bambino nel pieno del gioco.

"Nulla, non c’è nulla".

Dall’altra parte, una rabbiosa scarica elettrica. Silenzio, simile a quello lunare.

"Come, nulla?".

"Nulla che vi possa interessare".

"Ripeti, A1".

Lo chiamavano A1, come un’autostrada, o la coordinata di una battaglia navale. Lo evocavano alla maniera dei terrestri, con un certo gusto per la selezione, la ghettizzazione, il simbolismo, l’iperbole e la parabola. Se suo figlio fosse arrivato un giorno da qualche parte nell’universo, avrebbero commentato che era davvero in gamba quell’A2, proprio come il padre: a cavallo di una bicicletta era capace di arrampicarsi in cielo. E di quelle persone al mondo ce n’erano quattro, forse cinque.

"Nulla di interessante per il nostro pianeta" ribattè Armstrong. Era bastata un’occhiata per capire come la filosofia lunare non avrebbe fatto breccia nei cuori. Ma i frastornanti silenzi, l’immobilità vertiginosa, le sfumature impossibili, nulla potevano contro la petulanza di quella voce che si disperava via radio: mandaci delle foto, le vediamo, alle tue spalle, le pianure sterminate, le città che nemmeno sogniamo, i nuovi cieli, le fonti aliene. Mandaci delle foto, così che tutto il mondo possa vedere: ecco la nostra nuova terra promessa, cento volte più bella di quella biblica, mille volte più forte di ogni nostra speranza.

A1 tirò fuori la tromba e non ne uscirono note vere e proprie, ma vortici e lamenti siderali, singhiozzi, echi di cose mai nate. Che performance, pensò A1 con gioia e stupore e un po’ di dispiacere, perché non c’era nessuno ad ascoltare. Però forse, laggiù sulla Terra… "Avete sentito?" chiese.

E invece no. Sentivano la sua voce, seguita da rabbiose scariche elettriche e silenzi carichi di malinconia.

Armstrong depose la tromba nella custodia, la caricò a tracolla, pedalò un poco a ridosso della superficie, galleggiando. Da terra ammiravano il metodo scientifico e innovatore e si chiedevano quali reperti stesse raccogliendo e smaniavano per avere prove di civiltà evolute, brandelli di lingue nuove, forse qualche volto difforme dai canoni, un segno, perché la luna era piena di quelle cose, o almeno così pareva dagli schermi. Ombre di palazzi quadrimensionali, ennaedri galleggianti, forme che passavano come foglie d’autunno trascinate nell’agonia. Solo segni e impronte, certo, ma di qualcosa di vero. Eppure quelle foto, eppure quelle descrizioni. E A1, così restio.

Armstrong si impennò su una sola ruota e ricordò quando bambino si era schiantato contro un muro spaccando la forcella della bici e forse un polso e aveva pensato fra le lacrime: da grande farò l’astronauta. Quello che uno è da grande non è un colpo di genio, non un colpo di fortuna. E’ un trauma, un folle evento, pensò A1. Un cancro nei tessuti del divenire, un parassitismo involontario, un dispetto alla natura. Lo schianto e il dolore avevano creato l’astronauta.

La bicicletta si avvitò su se stessa e portò Armstrong giù per un nulla di brevi curve, disseminate di rottami spaziali, poi ci fu una strada sdrucciolevole di frammenti di meteoriti, e poi una discesa infinita di tornanti di ghiaccio e di nubi e poi un’aria da far volar via le guance e A1 non poteva fare a meno di gridare, ma non era paura, non era dolore, e nemmeno felicità, Era il suono di chi da un’altra dimensione ritorna al mondo.

Alla base, un gran movimento. Tutti in pista, pompieri, ambulanze, quartier generale. Tutti ai lati del tracciato ad accogliere A1. Barcollante, bianco, lento sul pedale, solitario fra le ali di una folla impazzita, A1 vedeva solo la linea del traguardo. Lì finiva la sua missione, lì cominciavano le difficoltà.

Come far comprendere che la luna non poteva essere nulla, se non un posto di sognatori? Che non c’erano né grattacieli, né ombre di grattacieli, né fonti della giovinezza, né pietre preziose, né oasi incontaminate? C’era qualcosa di simile a un’anima, al suo moto interiore, alle sensazioni mai eclatanti, alle impercettibili malinconie di un’assenza, o di una lontananza, o di un’occasione mancata.

Non c’era davvero nulla per gli uomini, nulla di ciò che potesse interessare a tutti loro. Non erano pionieri, non erano conquistatori, indossavano camici da scienziato, ma la scienza non arrivava fino lassù. Lassù era un’altra cosa, simile al sogno, che parlava con la voce della solitudine, talvolta suadente come quella di una sirena.

Ma non c’era rimedio. Gli uomini dopo la delusione avrebbero lanciato un nuovo eroe, una lettera e un numero, da qualche parte dell’universo, e una buona volta l’eroe avrebbe ceduto alla lusinga della bugia e tutti si sarebbero placati e avrebbero brindato e sarebbero stati invasi dal benessere di chi scopre cose nuove e si sarebbero sentiti felici e appagati come dopo una notte d’amore, con la trepidazione di una speranza rinata. Per poco, ma felici.

 

4 commenti

  1. Se non ricordo male ho letto anche una poesia stepitosa composta con un copia incolla da un manuale di matematica. E’ da quando l’ho letta che penso da dove posso tagliare e incollare i versi che comporranno la mia poesia più bella. Hai consigli?

  2. Centrifuga dal Canzoniere del Petrarca. Oltre a essere un capolavoro fa colpo sulle donne, specialmente quelle del Trecento.

  3. ricordo una pubblicità televisiva di qualche annetto fa. c’è una telecamerina sulla luna (o era marte?) che riprendeva e inviava sulla terra le immagini di un panorama desolato. la scena si allarga: il panorama desolato non è altro che un cartello dissuasore posizionato dai marziani (o erano seleniti?) per impedirci di vedere (e quindi inquinare) la loro florida civiltà.
    io, e me ne scuso, sono un idealista sognatore e anche un poco coglione, pertanto voglio continuare a pensare che la luna sia davvero bellissima. penso, quindi, che armstrong abbia visto panorami meravigliosi, scenari mozzafiato, fulgore, ricchezze di ogni genere.
    e penso che abbia deciso di preservarle per sempre (o perlomeno per un altro po’). e, conseguentemente, mentire.

  4. se i tuoi copia-incolla funzionano così bene, continua
    doveroso scrivere oltre al racconto anche la poesia

    Inno alla luna di Roberto Stradiotti

    Soffice al contatto
    immaginato luminoso,
    senza mai sbagliare tempo
    la luna.
    Una varietà, un colore,
    però mi stupivo non una pianta,
    non propagazione,
    con quelle assenze da pianeta terra
    non un insetto, bicicletta, suolo,
    una lacrima in una stazione.
    Strade era una parola in quel ronzio
    una tuba nel suono diversa
    come un navigare visibile nellaria
    fra valli profonde sommesso.
    Toccò a una voce infinita soffiare,
    la palla divelta a mezzaria.
    Denso un blu intorno
    dalla tromba disteso discese
    linno alla luna.
    Cinge la vita illuminata
    sconosciuta allocchio,
    soffiando dimessa, uguale
    nemmeno le strade del respiro
    simile piana muta.

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