Una sindrome
Lo scorso fine settimana siamo stati nelle Marche per un matrimonio. Si sono sposati due avvocati. Mi stanno simpatici entrambi. Il matrimonio tra l’altro si è celebrato in un teatro, un’idea secondo me bellissima.
La cosa singolare, che in realtà non è singolare per niente perché capita spessissimo, è che quei due sposi che a me piacciono molto piacciono altrettanto, e forse anche di più, a tutta una serie di persone invitate al matrimonio che invece non mi piacciono per niente. Tra queste, una menzione a parte meritano due categorie che da sole coprivano una buona metà del totale degli invitati.
1. Le donne abbronzate, ricchissime, ben depilate, eleganti, con mariti deferenti o notai o avvocati, figli dagli occhi tristi iscritti a scuole private internazionali e la tendenza a parlare esclusivamente con pari grado di pochi argomenti tra cui avvocatura, notariato e iscrizione dei figli alle scuole internazionali.
2. Le donne pallide, finto povere, pelose, con la ricrescita, senza marito, figli adottati preferibilmente di colore, caratterizzate dalla predilezione per le letture accattivanti quali la biografia del politico e stratega afghano Ahmad Shah Massoud e la tendenza a spiegare la deriva della società chiamando in causa concetti quali la disneyzzazione ormai ineluttabilmente in atto.
Ora, io non faccio testo, lo so, io odio anche persone molto meno odiose di queste, io odio quasi tutti e con una forma di orgoglio fuori luogo e un viscido senso di superiorità che non scompare nemmeno adesso che fingo di sentirmi in colpa per questi miei splendidi e giustificati sentimenti, ma proprio perché io non faccio testo va ricordato che quello che provo riguardo a queste categorie è analogo – anche se per certi versi opposto – a quello che provano tanti altri, per esempio l’intervistatore del cantante dei Criogenia, o l’intervistatore dell’intervistatore del cantante dei Criogenia, o l’eventuale intervistatore dell’intervistatore dell’intervistatore del cantante dei Criogenia ammesso che esista, in simili frangenti. Qualcosa che chiamerò “sindrome da sedicesimo minuto del White Album”.
Le prime sei canzoni del White Album del Beatles – Back in USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-la-di Ob-la-da, Wild Honey Pie, The Continuing Story of Bungalow Bill – durano in totale circa quindici minuti. Queste prime sei canzoni, a parte Ob-la-di Ob-la-da che fa cagare senza appello, sono abbastanza belle. Alcune più – Dear Prudence – alcune meno – Back in USSR. Poi c’è la settima canzone, While My Guitar Gently Weeps, che è la canzone più bella della storia della musica. E dopo la settima l’ottava, Happiness Is a Warm Gun, che è anch’essa la canzone più bella della storia della musica. E così, quando arrivo al sedicesimo minuto di ascolto dell’album e parte While My Guitar Gently Weeps, capisco che quel che sento è in assoluto il massimo – il passaggio dal minore al maggiore al momento del ritornello, la voce sottile e quasi tremolante di Harrison, l’assolo di Clapton. Poi, al ventesimo minuto e qualcosa, parte Happiness Is a Warm Gun e capisco che quel che sento è in assoluto il massimo – la struttura bislacca costituita da pezzi assemblati alla cazzo, la voce nasale di Lennon, il quattro quarti e il tre quarti che si mischiano.
Col matrimonio è stata un po’ la stessa cosa, anche se inversa.
Quando mi capitava di interagire con le donne pelose e finto povere, senza marito ma con la ricrescita e con la figlia di colore, mi assaliva una voglia nauseante di far comunella con le donne depilate, ricche e internazionali, ascoltando nel dettaglio i racconti sugli aperitivi a Corte Isolani, le cattedre da associati dei mariti, gli errori delle colf filippine e le rette delle scuole private, e ponendo a mia volta quesiti empatici sulle ultime tendenze in fatto di creme depilatorie high-cost.
Quando poi con le donne depilate finivo a parlarci davvero, tempo trenta secondi e mi sentivo invaso dalla nostalgia per tutti quei discorsi su Ahmad Shah Massoud, abile stratega di etnia Tagiki, indimenticato leone del Panjshir, ed ero pronto a giurare a chicchessia su quel che resta del mio onore che se c’è una cosa che può far andare a picco la nostra società – e lo farà, vedrete che lo farà: io lo so bene in quanto lavoro nell’ufficio accanto a quello di una pedagogista che non fa che parlarmene dalla mattina alla sera – è questa innegabile e ormai avanzata disneyzzazione dell’età evolutiva, specie nella diabolica sottovariante della Rapunzellizzazione delle bimbe dai capelli lunghi, biondi e taumaturgici.