Zumba•Blog

Tanto per fare (un esempio)

Un pomeriggio, durante l’estate del 1998, era luglio, mi sembra, o giugno, agosto no di certo, era luglio o giugno ma più probabilmente luglio, sono arrivato a casa del mio amico Fabio, a Imola, e l’ho trovato in infradito, maglietta e pantaloni corti che leggeva un libro. Cosa leggi? Gli ho chiesto. Lui non mi ha risposto direttamente, ma leggendomi l’inizio del libro. Fabio legge molto bene. Gesticola. Fa capire quando un libro gli piace. Cerca di fartici entrare, nel libro, e di solito ci riesce. L’incipit raccontava di un uomo, o di un ragazzo, l’io narrante di quel romanzo, che rivolgendosi a una ragazza, o a una donna, la sua ex, la sua ultima ex, le diceva che nossignore, lei non era la delusione più grande della sua vita, ce n’erano almeno quattro di delusioni più brucianti di lei, dopodiché l’io narrante passava ad elencare le quattro delusioni più brucianti, alcune delle quali se non sbaglio si riferivano a un periodo lontanissimo, a quando quell’uomo o quel ragazzo  era alle scuole elementari o giù di lì. Il libro era ‘alta fedeltà’ di Hornby.
Ho ripensato a quel libro in questi giorni, perché subito dopo aver scritto nel post precedente che tutto l’inverno scorso l’ho passato tenendo a bada una voce che di notte mi diceva suadente ‘forza, lascia cadere per terra Nora, fallo subito, sciogli l’intreccio delle braccia e assisti a ciò che accade, Nora è forte, non si farà niente, lasciala cadere e torna a dormire, tutto si sistemerà da sé, non sottovalutare tua figlia e la sua capacità di gestire l’impatto con un pavimento che non è di dure mattonelle ma di morbido parquet che si scalfisce con l’unghia, fallo e basta, nulla di tremendo accadrà’, dopo aver scritto quelle parole mi sono detto che sarei sembrato una bella merda a chiunque leggesse quel post, me compreso, ma subito dopo aver pensato questo, per un meccanismo perversamente compensativo che ha alleggerito  la mia posizione appesantendola, meccanismo che mi è proprio dall’adolescenza se non prima, mi sono venute in mente almeno tre o quattro cose che mi riguardano che se raccontate getterebbero su di me una luce ben più fosca di quella da cui vengo illuminato mentre mi descrivo come l’insonne, insofferente, allucinato, potenzialmente omicida padre che sono stato a tratti in un recente passato di cui non mi sono vergognato di parlare, cioé di scrivere.
Uno di questi episodi riguarda una telefonata avvenuta tra me e una mia compagna del liceo, poco più di vent’anni fa, una telefonata che alla mia compagna deve essere sembrata normalissima ma io so che non lo è stata, per niente. Un altro episodio riguarda un progetto, chiamiamolo progetto, che ho messo in pratica in un piccolo parco vicino al cinema Cristallo di Imola, verso mezzanotte di un giorno del 1994 o del 1995, una sera che tornavo a casa dopo una serata passata con Enrico. Un altro episodio ancora riguarda una cosa che ho fatto in una 126 rossa parcheggiata davanti a casa mia, a Imola, nel giugno o luglio del 2000, agosto no di certo, quasi sicuramente giugno o forse luglio.
Mentre mi intristivo ricordando questi e altri episodi, alcuni dei quali avvenuti anche di recente e sulla cui gravità avrò le idee più chiare tra qualche anno, forse, adesso non riesco a immaginare quanto sarò incline all’autoassoluzione e quanto all’autocondanna, probabilmente oscillerò tra questi due estremi a velocità variabile senza indugiare mai nel punto mediano, il giusto mezzo che in casi del genere non è giusto anche perché nemmeno esiste, o ci si dà della merda o ci si dice che il mondo ti ha fatto diventare la merda che altrimenti non saresti, mentre ricordavo le mie peggiori azioni cacciandomi in un tunnel solipsistico di privatissimi processi onanistico/vittimistici, mi sono detto che non è il caso di rimproverarsi per quanto avvenuto quest’anno, o nel 2000, o nel 1995, o nel 1994, o nel 1992, o almeno non sarà il caso finché esisteranno persone che, tanto per fare un esempio, se ne vanno all’estero a rubare i soldi della propria madre e della propria sorella, prelevando di nascosto forti somme di denaro da conti cointestati falsificando firme, circuendo anziani a cui raccontano realtà distorte con toni di voce talmente striduli leziosi e bamboleggianti che al confronto quella cazzo di fluttershy dei little pony è una specie di Barry White dei miei coglioni, approfittando della fiducia di parenti diretti o acquisiti che li conoscono ma non tanto da sapere fino a quale profondità possano spingersi nel mar della merda e della menzogna, e che per fare tutto questo coinvolgono in un gorgo fetido il coniuge, a sua volta ben contento di dare una mano in quanto arrapatissimo, il coniuge, ogniqualvolta gli si presenti la possibilità di fare un dispetto al prossimo, specie se il prossimo è così prossimo da essere quasi consanguineo o meglio consanguineo del coniuge, e oltre al coniuge queste persone coinvolgono le figlie che magari finché sono piccole sono quasi innocenti quindi vittime ma dopo un po’, al più tardi quando hanno diciott’anni o se si vuole essere ingiustificatamente indulgenti a venticinque, perdono il diritto d’essere definite tali, innocenti e vittime, perché sennò è troppo facile, tutti volendo possono dare la colpa a qualcuno per ogni merdata che hanno fatto o che faranno, anche il padre di Hitler se ben ricordo non è che desse proprio delle gran abbracciatone in gioventù al figlio, e dire che ancora il piccolo Adolf non aveva scritto il Mein Kampf, eppure non darei la colpa all’anaffettività del padre per quello che poi è successo, e non mi riferisco solo al Mein Kampf, tanto per fare un altro esempio, non basta avere un padre o una madre miserabili per comprarsi un cazzo di passaporto diplomatico da vittima destinata e autorizzata alla coazione a ripetere o quel cazzo che è, non funziona così, porca la puttana merda, così come non basta essere stati educati bene per essere e per essere considerati educati, la madre educatissima dei figli maleducati è sempre incinta, ammesso che c’entri questo parallelismo, forse no ma chissenefrega, chissenefrega, chissenefrega.
E così, quando sono arrivato al terzo chissenefrega, il pendolo dell’autoanalisi ha abbandonato l’estremità della condanna, è transitato senza cagarlo nemmeno di striscio sopra il giusto mezzo che non esiste e non è giusto e si è posizionato sull’assoluzione con l’aria torpida e allegra di chi non ha più tanta voglia di spostarsi.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *