Zumba•Blog

Sulla sconfitta

Ieri pomeriggio, verso le tre o tre e mezza, quando tutta una serie di emergenze lavorative si sono risolte oppure si sono dimostrate irrisolvibili quindi in un certo senso non più degne di attenzione oppure ancora hanno rivelato la loro natura di emergenze lavorative rimandabili al giorno successivo, ho lasciato perdere tutti gli schemi excel riguardanti turni e sostituzioni e ho aperto il sito degli internazionali d’Italia di tennis. Sapevo che Federer doveva giocare la sua prima partita del torneo, ma non sapevo a che ora di preciso. Dalla pagina principale del sito ufficiale del torneo ho scelto il link delle partite in atto in quel momento e mi si è chiarita la situazione.
Federer aveva vinto facilmente il primo set, aveva perso il secondo e stava 2-2 nel terzo e ultimo set. L’avversario di Federer era un tennista francese non eccelso, il numero 47 del mondo. Aver perso un set era già piuttosto preoccupante in prospettiva, perché dimostrava uno scarso stato di forma e perché l’avrebbe costretto a una partita lunga e faticosa, col rischio di arrivare stanco alla partita successiva che almeno in teoria sarebbe stata più impegnativa, ma il non essere in vantaggio ma in equilibrio al terzo set era qualcosa più che preoccupante, non dando alcuna garanzia di arrivarci, alla partita successiva.
Dopo qualche minuto sono riprese le emergenze lavorative, ho riaperto e richiuso i file delle sostituzioni e dei turni, ho cercato di gestire in maniera dignitosa le nuove urgenze: il tutto  senza mai chiudere la pagina degli internazionali d’Italia di tennis.
Dopo il 2-2 Federer ha perso due giochi consecutivi, subendo un break e avvicinandosi pericolosamente alla sconfitta, ma a quel punto è subentrato l’orgoglio del campione. Federer ha centrato il controbreak e a partire da quel momento, senza grossi colpi di scena, senza alcun evidente prevalere di un tennista sull’altro, il match si è trascinato fino al tie break, quello che i francesi conterranei di quel tennista non eccelso numero 47 del mondo chiamano con didascalico sciovinismo jeu decisif, e che infatti è decisivo perché chi vince quel gioco vince il set, e chi vince quel gioco al terzo set di una partita due su tre vince il match.
Nel frattempo si erano fatte le quattro, entro breve sarei dovuto uscire dall’ufficio per andare a prendere Agata, non volevo saperne di chiudere il collegamento con il torneo e in più restavano da risolvere alcune questioni lavorative di quelle parzialmente risolvibili e non del tutto rimandabili.
E’ stato allora che è successa una cosa singolare. Ho cominciato a sperare che Federer perdesse, l’ho desiderato con una forza malata e pulsante, l’ho quasi preteso. Federer doveva perdere al primo turno di un torneo che avrebbe potuto vincere dato lo stato di forma degli avversari. Doveva. Era giusto. Lo volevo.
Mentre ero lì che rispondevo al telefono di lavoro cercando di gestire il gestibile non toglievo gli occhi dallo schermo, e ogni punto di Federer mi faceva infuriare così come ogni punto del francese non eccelso numero 47 del mondo mi deliziava. Sono arrivati sul 5-4 per Federer. Poi sul 5-5. Poi sul 6-5 per Federer. Match point. Sul match point per Federer ho avuto un attimo di sbandamento, la vaga speranza che una sua vittoria mi togliesse dalla testa quei pensieri malsani mi ha fatto vacillare, ma si è trattato di un secondo. Il francese non eccelso numero 47 del mondo ha salvato la situazione con un gran colpo, un dritto stretto in scivolata quasi irripetibile. 6-6. Poi 7-6 per il francese non eccelso numero 47 del mondo. Match point per lui. Errore di Federer, un dritto troppo lungo. Gioco partita incontro per il francese non eccelso numero 47 del mondo. Federer a casa, dai gemellini appena nati.
Quando sul punteggio di 1-6/6-3/7-6 accanto al nome del francese non eccelso numero 47 del mondo è spuntata una specie di V, che indicava la sua vittoria, mi sono sentito benissimo. La certezza di non poter vedere Federer nella finale a cui avrei assistito dopo qualche giorno dalla tribuna acquisiva una solidità scintillante, io ero felice di una felicità strana, febbrile, per certi versi sbagliata, per altri ineccepibile.
In quel momento mi è tornato in mente un passaggio del libro Open di Andre Agassi, un libro discreto, non eccelso, un po’ come il francese numero 47 del mondo. Non certo il capolavoro decantato da tanti tra cui quel Baricco che ha scritto l’ennesima fascetta promozionale vergognosa e bugiarda, un libro le cui recensioni entusiastiche sono spiegabili alla luce delle scarsissime aspettative che circondano le autobiografie sportive o più semplicemente col fatto che molte persone di libri non capiscono un cazzo di niente.   
Il passaggio che mi è tornato in mente si riferiva a una partita di Agassi contro Courier, un giocatore più o meno suo coetaneo, anche lui allievo della diabolica scuola di Mick Bollettieri, uno yankee rossiccio col naso all’insù che nella prima fase della carriera lo sconfisse diverse volte, in particolare la volta raccontata in quella pagina: la finale del Roland Garros del 1991, mi sembra. In quella partita Agassi, giunto al quinto e ultimo set di una partita inizialmente dominata, muta progressivamente approccio al match tanto da arrivare, negli ultimi game dell’ultimo set, a voler disperatamente perdere. E Agassi perde.
Mentre ricordavo questo e altri match di Agassi, compreso il match del 2005 in cui perse con un Federer all’apice della carriera, mentre chiudevo la pagina del sito degli internazionali d’Italia e spegnevo il computer, mentre staccavo un post it, lo attaccavo sulla scrivania e ci scrivevo sopra qualche appunto su questioni lavorative forse risolvibili o forse no, mentre guardavo l’orologio accorgendomi che non avevo più tempo e dovevo andare subito a prendere Agata mi sono reso conto di una cosa che in realtà sapevo già.
Quel vecchio adagio secondo il quale, nella lotta tra te e il mondo, faresti bene a stare dalla parte del mondo non è solo un aforisma di Frank Zappa efficace quasi come quello di Agata che ho scritto in un altro post, vale a dire ‘certe volte è difficile gestire le cose’. Quel vecchio adagio è anche la constatazione di un qualcosa che accade talmente spesso da essere quasi banale, assecondando un perverso desiderio di sconfitta che sonnecchia in molti essere umani oltre ai masochisti certificati.
O almeno sonnecchia in me che – non sono sicuro che c’entri col discorso precedente ma non mi sentirei di escluderlo -, adesso che sto per cambiare ufficio, trasferendomi da un ambiente in cui sto molto bene a uno in cui so già che starò peggio, passando da una bella zona a una zona di merda, abbandonando un gruppo di colleghe con cui vado tutto sommato d’accordo  per unirmi a un altro gruppo di colleghe con cui difficilmente sarò altrettanto a mio agio, adesso che ho la certezza di passare gli ultimi giorni di una situazione idilliaca che precedono i primi giorni di una situazione del cazzo, io non solo non sono per niente preoccupato, né triste, ma anzi non vedo l’ora di farlo, questo cazzo di trasloco, ho una fretta bestiale di stare di merda, aspiro al peggioramento, ho la necessità di vedere accresciuto quanto prima il mio disagio, e la cosa più sensazionale, diciamo così, in questo abbandono degli istinti più apparentemente fisiologici, nonché l’aspetto che mi ricollega alla partita di Federer di ieri e di Agassi del 1991, è che anche nel mio caso l’idea della sconfitta, della ricerca della sconfitta, della consapevolezza della pacificazione nella sconfitta e grazie alla sconfitta, ha un cazzo di ruolo anche se di difficile definizione. 

Un commento

  1. Colleghe con cui vai tutto sommato d’accordo? Posto dove tutto sommato stai bene? O non stai poi così male? Dove starai di sicuro peggio? You know nothing John Snow. 😉

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *