Quella che potremmo chiamare struggenza
Il primo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza si verificò verso il 1982. Ero in un negozio di giocattoli, a un certo punto entrò un bambino e chiese di vedere dei playmobil. Il commesso gli mise in mano la scatola della macchina della polizia, o qualcosa del genere. Il bambino guardò a bocca spalancata la confezione poi disse ‘c’è anche il vetrino?’. Io non ho mai capito di quale vetrino parlasse, però so che provai una struggenza micidiale.
Il secondo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza avvenne forse un paio di anni dopo. Ero in biblioteca a Imola e un ragazzino vicino a me disse alla bibliotecaria che doveva fare una ricerca su un certo Pirandello. Anche se questa seconda volta, nascosto in quel sentimento, c’era l’ombra malsana di un certo snobismo culturale che se fa cagare nell’adulto, nel bambino fa cagare scoreggiare e vomitare nello stesso momento, tutto sommato quella che provai fu nuovamente struggenza.
Il quarto episodio di quella che potremmo chiamare struggenza è di ieri. Avevo Nora più o meno in braccio e stavo giocando con Agata. Agata si chiudeva nell’armadio e io la dovevo cercare. Dopo un po’ che giocavamo Agata ha detto ‘dai, mettiamo anche Nora nell’armadio’. Io non ho risposto subito, sono stato un attimo zitto, allora lei ha aggiunto ‘no, sennò poi senti la sua mancanza’. Ecco, questa cosa che Agata ha pensato subito al fatto che Nora, solo Nora mi sarebbe mancata, senza lamentarsi di niente ma facendo capire tutto, questa cosa mi ha spostato qualche meccanica all’interno fino a riempirmi di struggenza, esattamente come era successo circa dieci mesi fa, alla fine di aprile del 2012.
Il terzo episodio di quella che potremmo chiamare struggenza, posticipato rispetto al quarto con un espediente narrativo di bassa lega, è infatti della fine di aprile del 2012. Era già qualche mese che Agata aveva cominciato a fare dei sorrisi finti quando veniva fotografata. Era una cosa che non mi piaceva per niente, prima di ogni foto le dicevo ‘fai quello che vuoi ma non fare il sorriso finto’. Ma di solito lei faceva lo stesso il sorriso finto. A fine aprile del 2012 è nata Nora. Ci sono tantissime foto di quel giorno, e almeno in venti di quelle foto c’è anche Agata. Almeno in diciannove foto Agata fa il sorriso finto. Poi c’è una foto in cui io tengo in braccio Nora e le sorrido. Io e Nora siamo in primissimo piano, sfocati. Dietro, in secondo piano, perfettamente a fuoco, c’è Agata che mi guarda in un modo che non riesco a spiegare se non tirando nuovamente in ballo il concetto di struggenza. Come una reclusa in una stanza sigillata che si accorge che il soffitto sta cominciando ad abbassarsi. E guarda in quel modo la persona che ha azionato la leva abbassasoffitti e forse può azionare anche la leva rialzasoffitti.
Io a quella foto penso di continuo, l’essenza del casino di essere un doppio padre mi sembra tutta lì, non nelle veglie che tra l’altro continuano e sconquassano i coglioni sempre più, non nel vomito a spruzzo che ti sorprende proprio quando hai meno voglia di farti vomitare addosso, non nella merda che ti resta attaccata sui vestiti e tra le dita. Nello sguardo di una bambina che si toglie di dosso il più finto dei sorrisi e si concede un po’ di autentica disperazione.