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Quarantamila

Passeggiavo sotto i portici di Imola. Nella vetrina di una libreria ho notato un libro. L’autrice del libro di cognome faceva Testagrossa, o Festagrossa, o TestaRossa, o Cacciagrossa. Il titolo del libro non l’ho nemmeno visto. Quello che ricordo benissimo è quanto scritto sulla fascetta promozionale, che recitava: ‘un’autrice da duecentomila copie’. In realtà non è vero che lo ricordo benissimo. Forse c’era scritto ‘un fenomeno da duecentomila copie’, oppure ‘un fenomeno con duecentomila lettori’. Il numero – duecentomila -, quello è sicuro.
Un’altra delle cose quasi certe è il mio successivo non avere schivato valutazioni banali e snobistiche sugli arcani rapporti che sovrintendono ai concetti filosofici di qualità e quantità, valutazioni che hanno la forma di calcoli delle probabilità che per esempio l’autrice Colpagrossa sia in grado di scrivere qualcosa di diverso da merda pura travestita da romanzo, valutazioni che come si può intuire hanno come determinante un’invidia cristallina espressa da uno dei pensieri più miseri che si possano scovare nell’angolo del cervello deputato all’elaborazione e al conseguente insabbiamento dei pensieri miseri: vorrei avere io duecentomila lettori, vorrei essere io il fenomeno, lo vorrei perché non ho bisogno di leggere il suo libro per sapere che sono meglio di lei anche quando scrivo alla cazzo.
E’ stata infatti questa consapevolezza, o meglio quest’idea che ho bisogno di credere sia una consapevolezza e non solo un’idea per evitare di sfaldarmi in pezzi, è stata questa supposta consapevolezza che mi si è squadernata nella testa subito dopo aver letto la fascetta, ma subito dopo quel subito me ne sono vergognato, di questa supposta consapevolezza tutta da dimostrare, e così ho dovuto trovare un pensiero sostitutivo, accettabile, addomesticato. Un pensiero ipocritamente autoassolutorio. Un pensiero simpatico. Un pensiero da blog.
Ho pensato: se mai l’autore della celebre scritta che si trova o forse non si trova più nei pressi della curva Tosa del circuito di Imola, vale a dire ‘Ottavia e Damiano ripensateci’, l’amico o forse a questo punto ex amico di Ottavia e Damiano che non sa oppure ha deciso di non dare nessun peso al fatto che Ottavia una notte che sentiva di sopportare Damiano ancora meno del solito gli ha dato un pugno in bocca tanto forte da farsi male alle nocche e poi quando lui si è svegliato tutto dolorante e stranito lei gli ha raccontato una scusa straordinariamente credibile che aveva preparato tempo prima apposta per occasioni simili, segno di una premeditazione e di una coscienza sporca che gettano un’ombra fosca su Ottavia e di riflesso sul coglione che ha scritto ‘Ottavia e Damiano ripensateci, se mai, dicevo, quel coglione che ha scritto ‘Ottavia e Damiano ripensateci’ alla curva Tosa dovesse scrivere un libro, sulla fascetta promozionale ci sarà scritto ‘un autore da ottocentomila lettori’, perché tanti più o meno devono essere stati quelli che hanno letto quelle parole in tutti questi anni, considerando il Gran Premio e l’Heineken Jammin’ Festival che non era proprio alla curva Tosa ma neppure lontanissimo, e quel numero, ottocentomila, renderà autorevole quel coglione, a seconda che si creda nella proporzionalità diretta o inversa tra numero di lettori e qualità del testo, quattro volte più o quattro volte meno dell’autrice Facciagrossa.
Ma non mi sono fermato qui.
Siccome i pensieri da blog vanno benissimo se per esempio si scrive su un blog, ma hanno poca tenuta se ci si trova a fare della riflessione libera sotto i portici di Imola, mi sono rimesso a pensare a me in termini aritmetici e solipsistici, alla maniera del protagonista del primo libro che ho scritto. Un libro, va detto, di merda. Ho cercato di fare un calcolo. Un’addizione di tre fattori. Numero di lettori di ‘ogni eroe porta due baffi’ + numero di lettori di ‘disturbo pre-traumatico da stress’ + numero di lettori di ‘sformato di fango’.

Sono un autore da duecento copie. Numero che probabilmente non mi dà nemmeno il diritto alla carica di autore. Men che meno fenomeno. Oppure fenomeno forse sì, ma in un certo senso poco lusinghiero.
Nel dubbio, meglio dire che sono una persona da duecento copie. Persona da duecento copie: definizione che mi piace talmente tanto che intitolerei così il mio prossimo eventuale libro: persona da duecento copie. Scelta che potrebbe diventare pericolosa se per caso questo eventuale libro fosse edito da una casa editrice fautrice della fascetta promozionale. A quel punto correrei il rischio di avere una fascetta con scritto il titolo pari pari. Sempre che non sia vietato. Un po’ come dare il nome del padre al figlio senza utilizzare lo ‘junior’. O chiamarlo Dio, che credo non si possa fare almeno in Italia.
O forse il direttore editoriale sarebbe uno di quei tipi spiritosi che scriverebbe o farebbe scrivere ai suoi tirapiedi una fascetta vagamente blasfema del genere ‘altro che persona da duecento copie: Guido Casamichiela: piuttosto duecento volte duecento’, che detta così sembra tanto ma è comunque molto ma molto meno dei numeri che po’ vantare l’autrice da cui sono partito.

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