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Panetterie, bambini, maglie da gay

 

Lo faccio da ottobre. Mi metto le scarpe da ginnastica, calze tubolari, pantaloncini blu, una maglia nera da gay molto aderente e un’altra maglia fosforescente sopra per non farmi investire. Poi vado a correre. Più che correre in realtà si tratta di un avanzare all’andatura appena più veloce rispetto al passo. Fossi un cavallo, sarebbe trotto scoglionato.

 

Da Bologna a Casalecchio. O meglio, dalla parte di Bologna vicina a Casalecchio alla parte di Casalecchio vicina a Bologna.

 

Correre – trottare scoglionatamente – è una cosa che mi piace. Mi piace perché in realtà non è che mi piace e basta. Nello stesso momento mi piace e mi fa schifo. Mi fa star bene e mi fa star di merda. E questa cosa, il fatto che correre simultaneamente mi piace e mi fa schifo, mi piace. Mi piace senza farmi schifo.

 

Sono cose che succedono.

 

Quando trotto scoglionatamente tra Bologna e Casalecchio su una pista ciclabile fatta apposta per podisti e ciclisti passo accanto a un campo di calcio su cui si allena ogni martedì una squadra di bambini. Si divertono: fanno i tiri in porta, i cross dal fondo, gli slalom tra i birilli, gli stop di coscia e di petto, i calci d’angolo.

 

Ci passo accanto e penso che se su quella stessa ciclabile ci passasse un giornalista sportivo forse il giorno dopo scriverebbe un articolo sul fatto che quei bambini hanno un modo molto puro di affrontare lo sport, e che se i giocatori professionisti avessero anche solo in parte quello stesso spirito il mondo del calcio potrebbe salvarsi, invece di affondare nel pantano della violenza delle curve, del calcioscommesse dilagante, del divismo dei giocatori di serie A, degli ingaggi esorbitanti e via dicendo.

 

Quando sono lì, vicino al confine tra Bologna e Casalecchio, con la mia maglia da gay, il respiro rantolante, che guardo con la coda dell’occhio quel campo da calcio e intanto maledico la splendida sensazione ambigua associata al correre, penso che quel giornalista se esiste è certamente un gran coglione, perché in realtà non è vero niente che i bambini sono puri nel loro modo di affrontare lo sport, né quelli né gli altri bambini, e non è vero niente perché mi ricordo che quando a nove o dieci anni giocavo nell’Imolese Calcio in verità i miei compagni di squadra avevano uno spirito impuro tale e quale i grandi, e questo per un motivo molto semplice, e cioè che i bambini in generale non sono più puri dei grandi, sono solo più piccoli, e in campo spesso si comportano da stronzi come gli adulti con la sola differenza che essendo più piccoli fanno meno male se ti danno un calcio o una gomitata, e fanno così non perché nel frattempo i genitori fuori dalla recinzione gli urlano dai falcialo l’attaccante se ti scappa, o meglio, in parte anche per colpa dei genitori che urlano consigli antisportivi fuori dalla recinzione, ma soprattutto perché il bambino comunque di suo la voglia di falciare l’attaccante che gli scappa ce l’ha eccome, e questo io lo so bene anche perché mi ricordo che una volta che l’Imolese Calcio giocava contro la Tozzona Calcio io, che pure ero forse uno tra i meno impuri della mia squadra, non ho falciato nessun attaccante, più che altro perché me ne è mancata l’occasione, in compenso quando si è accesa una mischia nella nostra area di rigore a un certo punto per sbaglio ho tirato un calcio fortissimo al mio portiere e gli ho rotto il polso, e anche se mi sono subito sentito una merda e ancora oggi almeno una volta ogni tre mesi ricordo a me stesso che io sono sempre la stessa merda che ventinove anni fa ha spaccato il polso al portiere della sua squadra senza tra l’altro mai essersi scusato per questo, ciononostante credo che sotto sotto oggi come allora una parte di me totalmente impura gode un casino all’idea di aver fatto male a un altro giocatore su un campo da calcio.

 

Quando sono lì, ormai vicino al cartello benvenuti a Casalecchio, con la mia maglia aderente nascosta da un’altra maglia fosforescente, i polmoni in difficoltà, che osservo di sghimbescio i bambini che fanno finta di essere puri per illudere i giornalisti coglioni e benedico l’orrendo malessere che mi provoca quel trotto scoglionato, penso a questo genere di cose, e di solito concludo questo pensiero riflettendo sul fatto che data la malvagità diffusa, innata e certo inestirpabile in fin dei conti è molto strano che non ci siano in giro per il mondo più guerre di quelle che ci sono, e che il pane lo troviamo regolarmente in panetteria anche senza dover fare assalti ai forni.

2 commenti

  1. io quando corro non mi sembra di pensare e mi spavento al pensiero di quello che potrei pensare, se quando corro pensassi, leggendo ciò che pensi.
    La prossima volta che corro starò molto attento, perché oggi ho corso ma non ricordo nulla, se non il fatto che ho corso

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