
Non si incolpi nessuno, sono io
Davo un’occhiata al sito satirico Spinoza.it. Sulla parte sinistra dello schermo c’erano le battute per così dire ufficiali del post, una sotto l’altra. Sulla parte destra i Tweet che compaiono su Spinozalive.
Io non so bene cosa sono i Tweet, cos’è Twitter, non so nemmeno cos’è Spinozalive. Twitter però anche se non so cos’è so che in qualche modo mi interessa, credo per via della brevità che impone. Quando ancora stavo su Facebook (non so come si dice: stare su Facebook? Essere su Facebook? Andare su Facebook? Frequentare il sito Facebook.it?) usavo quel sito come ora si fa con Twitter, credo. Cioè scrivendo cose brevi. Forse meno di centoquaranta caratteri, forse poco più.
Visto che Twitter mi interessa, per un po’ mi sono anche detto che sarebbe stata una buona idea starci (stare su Twitter? Essere su Twitter? Andare su Twitter? Frequentare il sito Twitter.it o .com? Twittare?). Quello che mi ha fermato è uno dei pochissimi Grandi Motori che determinano le mie azioni: avere meno cose in comune possibile col presidente del consiglio col chiodo. Certo, spiace privarsi di una cosa potenzialmente piacevole solo per non somigliare a un coglione, ma è pur sempre vero che Twitter non lo conosco, e se lo conoscessi probabilmente come quasi tutto mi farebbe schifo, e se anche non mi facesse schifo avrei poco tempo per starci, quindi poco male.
Ho cliccato, mi sembra, su uno dei Tweet di Spinozalive. Era un Tweet sull’ISIS. Sono finito da qualche parte che aveva a che fare con Twitter, non so bene dove. Forse sulla pagina Twitter di uno dei comici che scrivono sul sito Spinoza.it, se esistono le pagine Twitter. Poi ho cliccato da qualche altra parte che non ricordo, un link esistente su quella ipotetica pagina Twitter, e sono finito in una pagina di foto, forse su Google immagini, che avevano qualche relazione con l’ISIS. Fino a quel momento le uniche immagini collegate all’ISIS che avevo visto le avevo trovate sul sito Repubblica.it, dove si vedono solo (o almeno io avevo visto solo) i brevi filmati in cui gli ostaggi prima di essere decapitati accusano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna per la miope e aggressiva politica estera. Quei brevi filmati tra l’altro sono anticipati dall’avviso che le immagini seguenti potrebbero turbare la sensibilità degli utenti, per cui la prima volta che ho visto quei filmati pensavo – con una forma perversamente inebriante di ambiguo terrore che sarebbe meglio non ammettere – di vedere una decapitazione, invece niente. Il filmato si interrompe prima.
Il mio interesse per l’ISIS, e forse non solo il mio, è legato a quella che si potrebbe definire come morbosa fascinazione per il male assoluto: tema che riporta a tutta una galleria di soggetti inzuppati nella cattiveria distillata tra cui il posto d’onore, nella mia testa, occupa Stavrogin, personaggio dostoevskijano demoniaco che come tutti sanno o dovrebbero sapere prima di ammazzarsi scrisse un biglietto su cui si trova la più bella frase della storia della letteratura universale.
Qualche tempo fa per via di questo interesse ho dato un’occhiata anche a quello che c’è scritto sull’ISIS nel sito Wikipedia.it. Tra le varie informazioni mi ha colpito il fatto che dall’ISIS sin da subito o quasi subito ha preso le distanze Al Qaeda, per via dell’eccessiva violenza che contraddistingue l’ISIS e che Al Qaeda, se ho capito bene, non condivide. Quell’informazione mi ha ricordato che il pensiero migliore che io sia riuscito a formulare in tutto l’anno 2013 è stato ‘c’è qualcuno nel mondo che scopa meglio anche di Rocco Siffredi’, pensiero che la dice lunga tra l’altro sulla qualità delle mie riflessioni nel temibile anno 2013.
In quella pagina di Google immagini, se era Google immagini, che mi si è aperta non so dove e non so come, erano visibili le foto delle decapitazioni. In una si vede un uomo steso per terra, di sera, e un altro uomo dietro di lui, in ginocchio, che appoggia il coltello sulla gola di quello a terra, mentre tutto intorno altri uomini osservano la scena apparentemente senza trasporto anche se una pozzanghera di sangue già si allarga nei pressi delle scarpe di quegli uomini. In un’altra foto si vede la testa di uno degli ostaggi americani dentro una scatola. La testa sembra essere stata appoggiata con cura. Gli occhi sono chiusi. Nessuna smorfia di dolore è rimasta sulla faccia. Sotto la testa l’inizio del collo tranciato abbastanza bene ma non benissimo, con una specie di piccolo gradino. In un’altra foto si vede l’ostaggio americano col mento all’insù mentre il boia gli taglia la gola. Il boia tiene su il mento dell’ostaggio con un dito o con due, con la calma e la perizia tipica dei migliori barbieri. Si vede appena uno degli occhi dell’ostaggio, che sembra tranquillo, o solo arreso.
Mentre guardavo quella foto ripensavo a Graziano, il barbiere di Imola che mi faceva la barba quindici anni fa nel più completo silenzio, e che quando aveva completato il lavoro mi toglieva il telo di dosso, poggiava il rasoio sul bordo del lavandino, afferrava un lungo pettine ambrato in cui erano solitamente annidati tra i trenta e i trentacinque unti capelli bianchi e mi diceva: una pettinatina?