Nel novantacinque ero un coglione
Nel novantacinque ero un coglione, ma felice, e quel mio essere coglione e felice lo si capiva anche dal fatto che la mia scena preferita di quel film che avevo appena scoperto ma già apprezzavo moltissimo era l’ultima, una scena che oggi non mi piace più ma a quel tempo, sarà che ero un coglione felice, sarà per qualche altro motivo, mi sembrava bella, e cioè l’ultima scena, quella in cui Lloyd e Harry incontrano le ragazze in bikini che cercano due maschioni che le spalmino d’olio prima delle gare e loro due indicano prima una direzione della strada poi l’altra e le guardano andare via in pullman, cullando il sogno che prima o poi tocchi a loro un’occasione del genere e giocando a tana bastalo antibastalo doppiobollato.
Nel novantasei ero in forma, avevo dell’energia, ma solo per la prima parte dell’anno perché dopo sono finite diverse cose tra cui l’energia ed è iniziato il declino, quel film l’ho visto sia nella prima che nella seconda parte dell’anno, quattro o cinque volte in tutto, non era ancora il mio film preferito anche se capivo che stava per diventarlo, un po’ come quando non sei ancora innamorato ma ti accorgi che stai per esserlo e per certi versi ti godi il momento ma per altri no perché hai voglia di passare al nuovo e più completo momento, concetto questo già espresso in un altro racconto quindi per stavolta lascerei perdere.
Nel novantasette sono stato di merda sempre, dodici mesi su dodici, tranne al limite i primi giorni di gennaio che ero a Gallipoli e stavo bene o quasi bene, per il resto nel novantasette sono stato come il porco, malessere continuo, l’anno peggiore della mia vita, non Âè bastato a renderlo qualcosa di diverso da questo neppure andare a Gallipoli a fare il coglione e cantare insieme a Jack Attilio ‘un merlo che vola’, la canzone che cantano Harry e Lloyd in un’altra delle scene del film da non sottovalutare.
Nel novantotto mi sono ripreso, non ero ancora a posto ma sentivo che stavo per essere a posto e questo mi aiutava ad essere sempre piÂù vicino all’essere a posto, un meccanismo simile a quello già accennato a proposito dell’innamoramento e del preinnamoramento, e se non l’ho spiegato ma solo accennato prima quando parlavo del novantasei figuriamoci se ne parlo ora che siamo già al novantotto, basti dire che stavo sì bene ma ancora non ero in quello stato di grazia e di invincibilità che mi caratterizzava nel novantuno, nel novantadue e nel novantaquattro, anni in cui avrei perfino potuto come sogna di fare Lloyd quando conosce Mary incendiarmi le scoregge incantando gli amici, cosa che non ho fatto all’epoca solo per scarsa dimestichezza con gli accendini.
Nel novantanove insieme a Claudio e Angelo abbiamo conosciuto due ragazze americane a Rivabella di Rimini e per corteggiarle come si deve abbiamo pensato bene di parlare del film, in special modo della scena in cui Lloyd per prepararsi all’appuntamento con Mary va dal barbiere e quando quello gli fa la barba lui comincia a rantolare con la lingua di fuori e il sangue che gli schizza dal collo, e mentre il barbiere sviene si scopre che si tratta di ketchup che Lloyd nasconde nella mano, alle ragazze americane credo proprio che tutta quella discussione mimata da noi tre italiani sia piaciuta, infatti poi due di noi ci hanno combinato della roba con loro due, io non ero uno di quei due però fa lo stesso, sono stato comunque contento.
Nel duemila sono stato come nel novantasei, sarà che erano entrambi anni bisestili che come è noto hanno reputazione di anni funesti anche se nel mio caso sono sempre stati più funesti gli anni venuti dopo gli anni bisestili, i cosiddetti postbisestili, nel duemila come nel novantasei sono partito benone e ho finito da cazzo, non ho preso psicofarmaci come nel novantasei solo perché sapevo che anche stavolta come nel novantasei avrei smesso per paura di diventare dipendente dopo due settimane che a stento servono per sentire i primi benefici, per fortuna che c’era quel film, come sempre, quello sì che era antidepressivo, nella buona e nella merdosa sorte, in salute e malattia, negli alti che non sono mai molto alti e nei bassi che invece sono sempre bassissimi, chissà perché, misteri delle sinusoidi asimmetriche o quel cazzo che sono.
Nel duemilauno non ricordo cosa ho fatto, probabilmente niente, mi sarò riposato da un duemila in cui avevo bevuto molti cocktail e mangiato stuzzichini indigesti, ma una cosa la ricordo, e cioé che ho imparato a memoria quella che ho capito proprio allora essere la scena del film migliore in assoluto, quella in cui Harry e Lloyd sono al freddo delle montagne rocciose e Harry dice che non si sente più le mani e Lloyd gli propone di prendere il paio di guanti che gli avanzano visto che le mani cominciano a sudargli, al che Harry gli dice ‘tu hai avuto questo paio di guanti che ti avanzano tutto il tempo?’ e Lloyd gli risponde ‘siamo sulle montagne rocciose, eh!’ facendo una smorfia bellissima che sta a significare ‘non sono mica coglione io’, dopodiché Harry insegue Lloyd e quando lo raggiunge comincia a strangolarlo e Lloyd urla ‘hai le mani ghiacciate!’.
Nel duemiladue ho ricominciato tutto, sono andato a vivere a Bologna e quando ho conosciuto una ragazza e con quella ragazza ho passato una misteriosa giornata che ho raccontato altrove, non nel racconto in cui ho raccontato del preinnamoramento, da un’altra parte, in un romanzo che ho scritto più tardi, due anni dopo, mi sono convinto che il modo migliore per concludere quella misteriosa giornata fosse vedere quel film con lei, e allora siamo andati insieme in via Zanardi trecento e qualcosa a prendere quel film, e una delle cose più misteriose di quella misteriosa giornata è che non mi ricordo per niente se quel film poi alla ragazza Âè piaciuto, ma ricordo perfettamente che a me è piaciuto, moltissimo, scena per scena, come la prima volta, come sempre.
Nel duemilatré può darsi che abbia un po’ trascurato quel film, quando stavo bene perché stavo bene e quando stavo male perché stavo male, ancora sinusoidi asimmetriche ma non bisestili né postbisestili ma prebisestili, un altro anno iniziato con allegria e concluso strisciando, ma forse mi confondo con qualche altro anno, il novantasei o il duemila o il novantatré, perché in realtà pensandoci meglio forse è stato proprio nel duemilatré che Giovanni mi ha regalato il DVD del film, e se Âè davvero così allora non credo di avere trascurato il film, ma in fin dei conti può essere, a volte la disponibilità genera il disinteresse, si sa.
Nel duemilaquattro è successo il contrario di quello che è successo le altre volte, ho cominciato l’anno soffrendo ancora per l’onda lunga e melmosa del duemilatré e l’ho finito bene, abbracciando Camilla in un piccolo letto gelato di via Alessandrini, subito dopo Natale, mi sembra nevicasse, una bella notte davvero, e credere che quel film, quel film che esiste sempre, anche quando non lo vedo, non abbia un ruolo in tutto questo sarebbe da ingenui, e io, anche se ingenuo lo sono spesso, stavolta non lo sono, o almeno non lo ero nel duemilaquattro, o lo ero nel duemilaquattro ma non oggi, difficile dire quale di queste possibilità sia quella giusta, forse nessuna.
Nel duemilacinque mi sono interrogato a lungo sull’opportunità di vedere il prequel uscito un paio d’anni prima, un film che dicevano tutti quelli che l’avevano visto che faceva schifo, io ci credevo che faceva schifo anche perché a dirmelo tra gli altri c’erano Claudio e Angelo, che conoscono sia film che prequel molto bene, ma ero curioso come si Âè curiosi delle cose di cui non si dovrebbe essere curiosi, però alla fine per quanto curioso quel prequel non l’ho visto e credo che non lo vedrò, e farò bene.
Nel duemilasei mi sono accorto di non aver festeggiato l’anno prima il decennale dell’uscita in Italia del film, a quel punto ho cercato di recuperare ricordando nei dettagli la sera di ottobre del novantacinque in cui, coglione e felice, ero andato al cinema Astoria nel quartiere Pedagna di Imola con Enrico, ho ricordato anche che quando eravamo usciti dalla sala Corrado e Andrea erano lì fuori, sui divanetti all’entrata del cinema, e quando li avevo visti gli avevo detto ‘oh, bellissimo sto film’ e loro mi hanno detto ‘eh, lo sapevamo che dicevi così, ‘bellissimo sto film’, sei un prevedibile di merda, vattene un po’ affanculo.’
Nel duemilasette, sarà stata la cinquantesima volta che vedevo il film se ipotizziamo una media di quattro volte l’anno che mi sembra verosimile, mi sono reso conto all’improvviso di aver sempre sottovalutato una delle scene cardine del film, quella in cui il barista del bar dell’albergo offre una birra a Lloyd, ubriaco e triste perché Mary non arriva all’appuntamento, e Lloyd, benché triste e ricchissimo, si esalta per un attimo per via di quella birra omaggio, pensa un po’ quanto ci ho messo a cogliere la bellezza della cosa, mi sono detto, e pensa quante altre cose coglierò nei prossimi tredici anni se mantengo questa media, mi sono detto anche.
Nel duemilaotto sono arrivato preparato, preparato chiaramente al peggio, sapevo che quello era un altro anno bisestile e tutto lasciava presagire che sarebbe stato un anno bisestile più sullo stile del duemila o del novantasei che del duemilaquattro, più probabile insomma una partenza col botto e un finale di merda che una partenza di merda che un finale col botto, anche se poi non è vero neanche questo perché il duemilaotto, che poi è l’anno che è nata Agata, Âè stato tutti i giorni sia di merda che col botto, complesso e ambiguo, l’inizio di un’avventura faticosa e straordinaria come quel viaggio verso Aspen in sella ad una micromoto.
Nel duemilanove tutto è andato a puttane, non si Âè salvato niente, ho sbagliato sempre e non ho riso mai. Sarebbe bastato vedere anche solo una volta il film, una scena qualsiasi, quella di grande mulo, quella dei peperoncini nel panino di Mentalino che sembra brutta ma è molto bella se considerata con l’attenzione che merita, quella delle civette delle nevi islandesi, quella della pappagallina con la testa attaccata con lo scotch o quella della cara vecchietta sulla carrozzina elettrica, una qualunque, anche la peggiore che forse è proprio l’ultima, quella delle ragazze in bikini, e invece niente, non l’ho visto neppure una volta, evidentemente volevo punirmi per qualcosa, non vedo altra spiegazione.
Ne duemiladieci ho scritto qualche riga per una biblioteca, la stessa biblioteca per cui avevo scritto tre anni prima quel racconto sull’innamoramento e sul preinnamoramento, si trattava di consigliare un paio di libri, di film e dischi agli utenti della biblioteca, io ero molto indeciso perché la parte piùÂ subdolamente intellettuale di me riteneva che non fosse una buona idea consigliare quel film, meglio Kaurismaki, ‘la fiammiferia’ per la precisione, un film effettivamente bellissimo, ma alla fine ho consigliato sia la fiammiferaia che quel film, e quel film per primo e la fiammiferaia per secondo, quindi si capiva qual era la mia classifica, se c’era una classifica, io credo di sì.
Nel duemilaundici le cose sono migliorate, merito della psicoterapia individuale e non so di cos’altro, ho ripreso a respirare, la leggerezza ha ricominciato ad avere un ruolo anche se non certo un ruolo di primo piano, diciamo l’equivalente del ruolo di Freda Felcher in quel film, un ruolo assente nella sua presenza, poco piùÂ di un nome, un ricordo, un sospetto espresso in una vasca a forma di cuore, una donna che ti inganna neanche fosse la leggerezza fatta persona che ti fa credere di essere tua ma appena le dai le spalle e ti distrai non la trovi piÂù, e resti pesante, pesante, pesante.
Nel duemiladodici Âè nata Nora ma io non ho pianto come quando Âè nata Agata, Federer ha vinto Wimbledon ma si capiva che era l’ultima volta, ho cominciato a correre ma poi ho smesso subito, sono andato a Bruxelles ma non ho mangiato i cavolini, ho cambiato ufficio ma non è cambiato niente, ho fatto finta di stare bene ma non ci ha creduto nessuno, ho cominciato a scrivere le idioziadi che volevo finire in un anno ma forse non le finiremo mai, ho fatto tante cose ma non ho fatto niente, e forse a quel film ho solo pensato, senza vederlo, ma tanto è uguale, in fondo era un altro anno bisestile.
Nel duemilatredici la fatica, la nausea e il disprezzo di me hanno avuto la meglio, tutto mi ha fatto schifo e mi ha indebolito riuscendo a sfiancarmi anche quando pensavo non ci fosse più nulla da sfiancare, una stanchezza così pensavo di non poterla provare e invece l’ho provata e soprattutto lei ha provato me, non lo considero l’anno peggiore della mia vita solo perché più che un anno lo vedo come un pozzo nero senza fondo ma col doppio fondo ripieno di merda, ho scoperto di essere un padre peggiore del previsto e non sono neppure riuscito a rimanerci male, ho passato le notti a cullare Nora pensando ad altro e combattendo l’istinto di lasciarla cadere per terra, l’autostima e l’eterostima sono andate a picco e non capisco come ho fatto a non soccombere anche se ho ancora un po’ di tempo per soccombere entro l’anno, niente si Âè salvato a parte una forma primitiva di sopravvivenza a me stesso, e quando già pensavo che non potesse andare peggio di così, il globale senso di sconfitta, le occhiaie perenni, l’igiene genitale precaria, la privazione di sonno antidepressiva che smette d’essere antidepressiva, la voglia di non essere me, l’invidia generalizzata e afinalistica, la scomparsa del concetto filosofico di piacere, l’angoscia tachicardica e il menefreghismo bradicardico, quella che melodrammaticamente si potrebbe chiamare assenza di requisiti base per chiamare tutto questo vita, quando tutto sembrava inutile e concluso e deprimente e grigio e in nessun modo sormontabile quei due se ne sono usciti con una così, e di botto tutto è andato abbastanza bene.