Metapost
L’idea era di scrivere un post prendendo spunto da un film che ho visto l’altra sera. Il film è Synecdoche, e il protagonista del film è Philip Seymour Hoffman. Il post avrebbe dovuto parlare innanzitutto di quanto è bello quel film, cioè tanto. Poi, oltre a parlare della bellezza di quel film, il post avrebbe dovuto parlare del perché secondo me quel film è così bello e di come ogni scena del film è da guardare, riguardare, studiare, imparare e insegnare, ma soprattutto il post avrebbe dovuto parlare della bravura di Philip Seymour Hoffman, perché se ogni scena di quel film è da guardare, riguardare, studiare, imparare e insegnare è anche perché Philip Seymour Hoffman, che compare più o meno in tutte le scene del film, è di una bravura che non ha bisogno di aggettivi. Anzi, il post, più che parlare della bravura senza aggettivi di Philip Seymour Hoffman, avrebbe dovuto parlare della bravura con un aggettivo di Philip Seymour Hoffman.
Triste.
La bravura di Philip Seymour Hoffman a mio modo di vedere è triste perché per circa tre quarti del film Philip Seymour Hoffman continua a ripetere che sta per morire, che la fine è vicina, che la sua vita è al termine e altre espressioni simili, e dal momento che poi Philip Seymour Hoffman è morto davvero, pochi mesi fa, la sua bravura nel dire questa e altre battute ha qualcosa di triste. Oppure, a voler usare oltre agli aggettivi anche gli avverbi, di profeticamente triste.
Il post, partendo dalla tristezza insita nel fatto che un attore, o un personaggio, dica che sta per morire e che questa frase, o questa battuta, sia vera al di là della finzione filmica, se si chiama così, e che per di più questo accada all’interno e non solo all’interno di un film la cui struttura si basa sugli sfasamenti, le interferenze e i misteri connessi a realtà e finzione, vita e film, film sulla vita e vita dedicata al film sulla vita, film sulla vita dedicata al film sulla vita e vita dedicata al film sulla vita dedicata al film sulla vita, il post, dicevo, partendo da quella tristezza avrebbe dovuto affrontare almeno in parte il dato di fatto che Philip Seymour Hoffman è morto di overdose, dopodiché avrebbe dovuto suggerire che la morte per overdose pur non essendo un vero e proprio suicidio, o almeno non sempre, non è nemmeno qualcosa di molto diverso dal suicidio, una specie di suicidio preterintenzionale, se si può dire così, ed essendo tale non si può escludere che Philip Seymour Hoffman – questo avrei scritto a un certo punto del post – si sia quasi suicidato forse anche per colpa di quel bellissimo e profeticamente tristissimo film che l’ha obbligato a dire così tante volte che stava per morire da rendere vera quella che sembrava solo una battuta di un film, seppur un film che implicitamente rigetta l’idea che la battuta di un film sia solo la battuta di un film, ma anche qualcos’altro anche se non si capisce bene cosa, forse la vita, forse altro.
A quel punto il post avrebbe dovuto prendere una piega diversa, avrebbe lasciato da parte le osservazioni pseudocerebrali da cinefilo dei miei coglioni e sarebbe diventato più emotivo e più incorente, collegandosi all’ammirazione che provavo per l’attore Philip Seymour Hoffman per ricordare l’ammirazione simile che provavo per l’attore Massimo Troisi, morto vent’anni fa, a giugno del 1994.
Giunto a citare Massimo Troisi e la sua morte del 1994 il post sarebbe diventato ancora più emotivo e incoerente, perché con un salto logico talmente lungo da perdere per strada l’aggettivo e rimanere un semplice salto avrei dovuto ricordare per associazione – a delinquere – d’idee come proprio vent’anni fa, sempre a giugno del 1994, durante un concerto promosso dalla sezione dell’allora PDS di Imola, io, oltre a dire tra una canzone e l’altra che noialtri Criogenia ci trovavamo lì sul palco del PDS ma non eravamo per niente simpatizzanti del PDS, nessuno di noi, oltre a dire questo mi permisi anche qualche parola in merito al fatto che a noialtri Criogenia, pur essendo musicisti, era spiaciuto più della morte di Troisi che di quella di Kurt Cobain avvenuta poco tempo prima, e che tale serie a suo modo simpatica di passi falsi culminata col poco elegante confronto da decessi celebri era valsa a noialtri Criogenia una specie di fatwa su tutto il territorio imolese di una miope pervicacia tale che al confronto gli imam più radicali sono allegri guasconi inclini alla più bonaria clemenza nei confronti dei versetti satanici di Salman Rushdie.
Il post, una volta arrivati a fare un accenno al noto scrittore, avrebbe nuovamente virato andando ad approfondire i legami tra il me del 1994 e il me del 2014, il me ventenne e il me doppiamente ventenne, il me all’apice della forma, una sorta di Federer del 2005, e il me in fase calante, una sorta di Camporese del 1991 o di qualsiasi altro anno, il me allegro e il me dolente, il me sonnolento e il me insonne, il me che guardava le partite dei mondiali di calcio che si svolgevano in America del Nord e il me che ha visto una sola partita dei mondiali di calcio che si svolgono in America del Sud, trovando degna conclusione – il post – approfondendo o anche soltanto citando la coincidenza che chiaramente non è una coincidenza che Camilla, facendomi un regalo bellissimo, mi permetterà di tornare dopo vent’anni, come nell’estate del 1994, mezza vita fa, quando appunto di anni ne avevo venti, ed ero allegro, e andavo a culo di tutto, e non mi fermava nessuno, e confrontavo le morti, e tacciavo di fascismo o di conservatorismo anche gli altri Criogenia che non erano se ben ricordo tutti destrorsi ma tanto lo sapevano che poi sul palco dicevo delle cazzate e non ho mai smesso, di dire delle cazzate sul palco, se non per quei circa sedici anni che di concerti non ne ho fatti, e quando ho ripreso a farne, di concerti, infatti ho ricominciato a dire delle cazzate peggio di prima, Gisna ne sa qualcosa, tanto che sono pronto a rismettere di fare concerti e dire delle cazzate per i prossimi sedici anni, o già che ci siamo venti, visto che si parlava di ventennali e non di sedicennali, approfondendo o solo citando la coincidenza che Camilla, dicevo, mi permetterà di tornare a Lefkada, in Grecia. E con Lefkada il post si sarebbe chiuso.
Questa era l’idea, partire dalla morte di Philip Seymour Hoffman forse causata dal triste e bellissimo film Synecdoche e dalle sue profetiche battute, ma poi, un attimo prima di cominciare, ho dato un’occhiata su wikipedia e ho scoperto che il film Synecdoche è del 2008 ma solo adesso è uscito in Italia, e così ho optato ancora una volta per uno stronzissimo metapost.
la cosa brutta che succede quando rimango molti giorni senza leggere questo blog è che rimango molti giorni senza leggere questo blog e la cosa bella è che quando ci torno trovo più di un post da leggere e allora mi sembra come quando devi andare in un posto esotico e lontano nel tempo e nella memoria e pensi che per andare in quel posto ci vorràun sacco di tempo e saràun viaggio più o meno come quello di martin sheen nel finale di apocalypse now poi alla fine leggi su wikipedia che per arrivare a lefkada non serve neanche più il traghetto perché hanno fatto un ponte e capisci che non esistono isole esotiche collegate alla terraferma con un ponte ma sono isole collegate alla terraferma con un ponte e poi rileggi meglio il commento e scopri che questa immagine, quella del viaggio avventuroso dopo tanti anni, invece che rafforzare l’idea iniziale sul fatto che non leggo questo blog da un bel po’, invece che rafforzarla la indebolisce perché di fatto esprime un concetto oppostoe allora invece di riscrivere tutto da capo te la cavi dicendo a te stesso che dopotutto questo commento era soltanto un metacommento.