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La lobby gay degli educatori

Di solito non rileggo i post che scrivo, o al massimo rileggo un post che ho scritto qualche ora prima per vedere se si riesce a leggerlo bene, se ho fatto degli errori e cose del genere. Non li rileggo perché di solito le cose che scrivo dopo che le scrivo mi fanno cagare (magari non proprio subito, ma dopo una mezza giornata già mi fanno cagare), e questo anche se le cose che ho scritto sono bellissime, come per esempio il post sui piccoli cavalli bassi, post tra l’altro facente parte di una categoria che sembra trascurata ma in realtà aspetta paziente un post all’altezza che presto o tardi arriverà, altro che se l’arriverà.
Ieri sera però ho riletto anche se distrattamente il post che avevo scritto qualche mese fa a proposito di Ratzinger, Wojtyla e il parallelismo con la mia esperienza coi tossici, perché non ricordavo se nel post avevo scritto qualcosa riguardo a quello che mi aveva detto T., una volta che l’avevo incontrato fuori dal bar Bologna di Imola, uno o due anni dopo aver smesso di lavorare in comunità.
T. era uno dei tossici ospitati dalla comunità ai tempi in cui ci avevo lavorato io, da luglio 2001 a giugno 2002. Tra tutti i tossici T. era il più affezionato all’operatore spacciatore che mi aveva preceduto, quello che stava con la ragazza, anche lei educatrice, anche lei con esperienza nello stesso settore, che avevo conosciuto qualche mese prima. I primi giorni di luglio del 2001, sarà stato il quattro o il cinque – io avevo cominciato da pochissimo a lavorare in comunità –, mi fu detto di portare a fare un giro per Imola un gruppo di tossici tra cui T. Mentre ci trovavamo sotto l’orologio, il punto che rappresenta l’esatto centro geometrico della cittadina, incontrammo l’educatore spacciatore insieme alla ragazza trait d’union, diciamo così. Io e lei non uscivamo più insieme, o meglio, visto che il parlare di uscire insieme dà l’idea di una assiduità che in realtà non esisteva, sarebbe meglio dire che erano trascorsi alcuni giorni da quella che si sarebbe rivelata essere l’ultima serata passata insieme – ma anche il concetto di serata passata insieme è un po’ troppo conviviale e non rende l’idea, diciamo l’ultima serata in cui ci eravamo visti, e neanche visti benissimo.
Bene, quando T. vide l’educatore spacciatore si appartò con lui dietro una colonna e cominciò a parlare fitto fitto, dopo un po’ si misero entrambi a guardarmi e a sorridere con la stessa smorfia che farebbero due dodicenni muniti già di un accenno di pettorali nei confronti di un compagno di classe obeso, ginecomastico e tendenzialmente miope. La ragazza nel frattempo era andata a fare un giro da sola, fingendo imbarazzo ma godendo in realtà moltissimo della situazione e umettandosi l’amor proprio. Mentre tornavamo in macchina verso la comunità T. mi disse qualcosa come “quindi tu conosci A., la ragazza di C., eh?”, e io forse non risposi nulla, o se risposi, risposi con la stessa baldanza con cui avrebbe risposto il dodicenne ginecomastico ai due bulli alla domanda “che ne dici se ti regalo un reggiseno di pizzo, senza ferretto, magari uno di quelli che si aprono sul davanti, che è più comodo?”. Fu quel giorno, che era come ho detto uno dei primi che passavo in comunità, che T., scoprendo che non solo avevo preso il posto in comunità dell’educatore spacciatore, ma forse avevo anche conosciuto un po’ troppo bene la sua ragazza, fu quel giorno, dicevo,che T. decise che io sarei stato il suo tremolante, formale, noioso nemico. E tale fui fino al 30 giugno 2002, l’ultimo giorno che lavorai in comunità.
Poi, sarà stato il 2003 o il 2004, stavo uscendo dal bar Bologna di Imola, sotto i portici, a pochi metri dal centro esatto della cittadina rappresentato dall’orologio, quando incontrai T. Aveva una specie di sguardo dolce. Io lo ricordavo con lo sguardo sinistro, o agguerrito, o sardonico, o sfuggente, o indemoniato. Mai visto con lo sguardo dolce. Ciao Guido, mi disse. Ciao T., risposi io. Lo sai di C.? Mi chiese. No, cosa? Dissi io. L’hanno messo dentro, per spaccio. Mi fece lui. Io non dissi nulla per un po’. Lo guardavo. Lo sguardo sardonico adesso ce l’avevo io. Lui invece mi guardava con l’aria quasi contrita. Dolce e contrita. La prossima volta scegliteli meglio, i miti, dissi alla fine. Poi mi allontanai pensando: che frase bellissima, che frase bellissima. Stranamente penso ancora oggi che la mia fosse un’ottima frase di chiusura e non una cagata.
Tutte queste cose mi sono tornate in mente ieri sera, mentre guardavo un programma che parlava del Papa appena eletto, di quello di prima – a cui nel post precedente in qualche modo mi paragonavo – e di quello di prima ancora – a cui paragonavo C., il tossico spacciatore, per via dell’aura di carisma e di osannata contravvenzione di regole e formalismi a cui erano entrambi associati. 
Ora che sembra – ma poi chissà se è vero – che stia venendo fuori che Wojtyla per certi versi non era proprio quello che sembrava, e che Ratzinger pure, all’inverso, non sia quello che sembra, e che la famosa lobby dei gay in Vaticano l’abbia contrastata più il grigio Ratzinger che l’iridato Wojtyla, a me torna in mente di nuovo tutto, e quando dico tutto non intendo solo il tutto che ho scritto in quell’altro post, né il tutto che ho scritto finora in questo, di post, ma intendo anche R., l’educatore gay che lavorava in quella comunità nello stesso mio periodo, quello che quando parlava faceva dei piccoli circoletti con gli indici, soprattutto quando usava l’espressione “a fronte di”, quello con la piccola testolina ciondolante, quello con la boccuccia a culo, quello molto amato dai tossici della comunità anche se non tanto quanto C., quello che poi si è scoperto anni dopo non mi ricordo più come che parlava male ai tossici di noialtri operatori che non facevamo i circoletti con le dita quando dicevamo “a fronte di”, anche perché non dicevamo mai “a fronte di”, e quello che mi chiedo oggi è che ruolo abbia avuto C. nella comunque indiscutibile ascesa della lobby gay degli educatori nel mondo della cooperazione sociale.

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