In piedi ma accanto a un divano angolare
Ero in giro in zona Porto, a Bologna, quando ho visto che su una bacheca c’era un biglietto tutto colorato con diverse scritte in piccolo e una in grande. Quella in grande è l’unica che sono riuscito a leggere, e quello che c’era scritto era, mi sembra “balli di gruppo da sola”. Ora, può darsi che io abbia letto male e che in realtà la scritta in grande fosse un’altra (galli da puppo di soia? Falli di zuppo da troia? Calli col groppo fa il sosia?), ma visto che le alternative non mi convincono molto le probabilità che su quel biglietto ci fosse scritto proprio “balli di gruppo da sola” sono alte, per cui io mi regolerò di conseguenza e immaginerò un contesto.
Loretta, la signora che abita al piano terra del mio palazzo, psichicamente compromessa, un passato di lutti in sequenza rapida e incendi domestici, si sveglia nel suo letto di briciole, si trascina fino al bagno, sposta dal lavandino la caffettiera che non ricorda perché ha lasciato proprio lì e si trucca approssimativamente. E’ un giorno importante. Indossa la casacca speciale, quella che l’ultima volta le ha regalato la guardarobiera del bazumba threesome, esce da casa senza controllare di aver chiuso il gas nonostante la lettera bisettimanale che l’amministratore di condominio solerte le invia dai tempi del primo rogo, prende l’autobus numero 35, scende alla fermata corretta e raggiunge la sede del quartiere Porto, a Bologna, per le ore 10,50. Loretta entra nella corriera blu che la porterà dopo un viaggio di quarantacinque minuti alla sede segreta del ballo di gruppo. Una lieve tachicardia, spiegabile solo alla luce del fatto che questi happening hanno ancora – e per almeno altri tre mesi – il carattere di novità, riesce a opporsi agli effetti collaterali dei blandi neurolettici. Si siede al posto ventuno, come le viene imposto in un sussurro dall’autista, e chiude gli occhi. La benda di juta che un inserviente non meglio precisato le appoggia sugli occhi precludendole le residue possibilità di scoprire il tragitto ha un quid sadomasochistico, pensa una Loretta sorprendentemente latinista abbandonandosi pigra ai tornanti della periferia. Alle ore 11,55 precise Loretta entra nella grande sala del banana boat con segrete speranze di essere posizionata di fianco al veneto esuberante che per tutto il tempo del viaggio ha detto ‘diocan non vedo un’ostia tojetemi sto casso de benda’, una frase che l’ha scandalizzata quasi quanto l’ha scandalizzata lo scoprire che lo scandalo che sentiva montare in sé procedeva alla stessa velocità di una lubrificazione vaginale mai così scivolosa da quando il portasigari ad hoc è andato smarrito in occasione del tentato, fallito trasloco.
Loretta invece si trova collocata tra l’ottuagenaria con occhiali a specchio e badante da guardia e il ragazzino con gli occhi torbidi e l’erezione nascosta da una copia di ‘elaborare’, non ha il coraggio di lamentarsi e chiedere il legittimo spostamento anche perché qualche burlone ha messo in giro la voce che questa volta il gabbiotto dei reclami è più lontano del parcheggio multipiano e l’addetta che raccoglie le lamentele si segna di nascosto i nome di quelli che rompono i coglioni e li cancella dalla mailing list. Lei non ci crede ma non si sente pronta a correre il rischio. Non adesso che Renato ha deciso per davvero di portare via da casa l’ultima valigia con le sue cose e a lei resta quasi solo quello. Il ballo di gruppo da sola. Loretta conclude le tre sessioni intensive di ballo mattutino con una disciplina che stupisce lei stessa per prima e anche per ultima, dal momento che nessun altro la nota, ingolla in tre morsi il panino col prosciutto cotto Rovagnati distribuito all’ingresso da un tipo con un orzaiolo mostruoso – lo mangia in piedi ma non lontana da un divano angolare occupato da due signore che se non sbaglia (ma forse sbaglia) ha incontrato al salsa meeting del 2009, quello della schiuma rosa e dell’alpino che non ha mai dimenticato – riprende le sessioni pomeridiane con non minore impegno e alla fine risale sulla corriera blu che la porterà alla sede del quartiere Porto dopo un viaggio di quarantacinque minuti esatti. No, la juta non ha proprio un cazzo di sadomasochistico – conclude una Loretta non più latinista mentre il pensiero va al bordello che ha lasciato in casa. Il gatto senza croccantini. La pasta fredda nel pentolino. il pattume con l’umido ancora sul balcone.
Così concentrata sul ritorno che non sente una voce, due file dietro di lei, che dice ‘diocan, che balli del casso oggi, gnanca una casso de bachata diocan.’