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Poco tempo dopo essermi trasferito a Bologna, a luglio del 2002, mi innamorai di una ragazza. Poco tempo dopo essermi innamorato di quella ragazza, la ragazza partì per l’Erasmus. Dopo che la ragazza partì per l’Erasmus iniziò un periodo basato su poche, semplici cose. Continuai a innamorarmi sempre di più di quella ragazza. Le scrissi molte email pensando a lei che mi leggeva con ansia e desiderio in qualche internet point di Granada. Trovai lavoro in una cooperativa sociale. Mi scolai discrete quantità di caffè nel bar sotto casa. Lessi un bel po’ di libri. Soprattutto questo: leggere libri. Tre quarti dei libri migliori che abbia mai letto li lessi allora, tra il 2002 e il 2003. Tra gli altri I Fratelli Karamazov e Don Chisciotte.
A un certo punto di quel periodo, era ormai la primavera del 2003, mi misi a leggere dei libri scritti da autori scandinavi che mi piacquero molto. Libri di Ibsen e Strindberg. Dopo averli letti andai alla Feltrinelli sotto le torri e chiesi un consiglio a un ragazzo che ci lavorava: che altri libri scandinavi potevo leggere? Cosa ci poteva essere all’altezza di Ibsen e Strindberg? Il ragazzo mi consigliò di leggere Fame di Hamsun.
Cominciai a leggere Fame quando quel periodo che era iniziato a luglio dell’anno prima stava già trasformandosi in qualcos’altro. Non ero più tanto innamorato della ragazza in Erasmus. Le scrivevo sempre meno email, email che lei leggeva con poca ansia e rare tracce di desiderio. Mi sentivo inquieto, andavo sempre più spesso al bar sotto casa. A volte senza nemmeno berci il caffè.
Ad aprile del 2003, era il 16 o il 17, verso le quattro di pomeriggio telefonai a quella ragazza e le dissi che non riuscivo a stare più con lei. Lei, dopo un attimo di pausa, mi chiese se per caso avevo conosciuto qualche altra ragazza. Io le dissi di no. Quella stessa sera uscii con la ragazza che lavorava al bar sotto casa.
Fu una serata misteriosa di cui ricordo ormai poco. Ricordo che la barista era in preda a qualcosa. Qualche droga. Io le parlavo di Fame, di come mi sentivo confuso e contraddittorio come il protagonista del libro, annichilito da quella miscela di orgoglio, vergogna, solipsismo e autodenigrazione, del fatto che non capivo quanto questa sensazione fosse autentica e quanto invece giocasse la suggestione, la voglia di essere un personaggio da romanzo. E non di un romanzo qualsiasi, ma di uno bellissimo. La ragazza non capiva niente, farfugliava, rideva a caso, ogni tanto andava al cesso del pub e tornava sempre più sballata. Io continuavo a parlare di Fame e lei continuava a drogarsi. Alla fine uscimmo dal pub. Lei rovesciò il contenuto della borsa sull’asfalto. Poi vomitò vicino alle gomme della mia macchina. Io la riaccompagnai a casa. Lei pisciò per strada prima di sparire dentro il suo appartamento.
Uscimmo insieme altre quattro o cinque volte. Anche senza vomito e piscio furono serate misteriose di cui ricordo pochissimo. L’ultima volta, a casa sua, ascoltammo l’ultima volta che esco con te di Battisti. Forse sapevo già allora che era la canzone giusta. Forse lo capii solo dopo.
Adesso siamo a marzo 2014. Continuo a lavorare in quella cooperativa che mi assunse nel 2002. Ho perso i contatti sia con la ragazza dell’Erasmus che con la barista. Sono di nuovo inquieto, ammesso che abbia mai smesso di esserlo nel frattempo, e ho riletto Fame. Il libro continua a non lasciarmi scampo, e continua a non farmi capire se è lui o sono io. Sono sempre più convinto che i libri migliori che abbia mai letto sono I Fratelli Karamazov, Don Chisciotte e Fame. Che detta così è un po’ come dire che i tre tennisti più forti della storia sono stati Federer, McEnroe e Cancellotti, ma pazienza.

Qui di sotto la mia mezza pagina preferita.

 

Non riuscivo a fare la mia richiesta. La cortesia di quell’uomo mi pareva senza limiti, sicché avevo il sacrosanto dovere di tenerne conto. Piuttosto morire di fame! E uscii.
E neanche quando mi trovai fuori senza saper dove battere il capo, neanche allora mi rammaricai di aver lasciato la redazione senza una corona. Levai di tasca il secondo truciolo e me lo ficcai in bocca. L’effetto fu buono. Perché non ci avevo pensato prima? “Vergogna!” dissi a me stesso “Saresti capace di chiedere a quell’uomo una corona e di metterlo ancora in imbarazzo?”. E mi infuriai sempre più contro me stesso per la mia spudoratezza. “Non ho mai visto una grettezza simile! Gli piombi in casa e gli cavi gli occhi perché ti occorre una corona, cane miserabile! Via, adesso! Fila! Più svelto, lazzarone! T’insegnerò io!”.
E mi misi a correre per punirmi. Passai di corsa da una strada all’altra imprecando contro di me, insultandomi quando cercavo di fermarmi. Così arrivai nella Pilestraede. Quando infine mi fermai, quasi piangendo di rabbia, perché non potevo più correre, tremavo tutto e mi abbandonai su uno scalino.
“No, signore!” esclamai. E per torturarmi ancora mi alzai di nuovo e mi costrinsi a stare in piedi ridendo di me stesso e deliziandomi alla vista della mia fatica. Infine dopo alcuni minuti feci un cenno del capo e mi diedi il permesso di sedermi. Ma scelsi il punto più scomodo della scala.

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