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Di tutto compreso niente

C’è chi un giorno la chiamerà sindrome di Kramer, dal nome del giocatore di calcio tedesco che ha giocato la finale dei mondiali di Rio ma non ne ha memoria. E se accadrà Gaetano Curreri, che ha scritto una canzone il cui testo recita ‘è stato bellissimo ma non mi ricordo niente’, forse potrà aversene a male.

Io del matrimonio di Luke non è che non ricordo niente, diciamo che ricordo poco. Qualche dettaglio, forse neppure i più rilevanti.

Ricordo che una volta usciti di casa ho messo sul seggiolino dell’auto Nora, e Camilla ha messo la cintura a Agata. Ricordo che ho lasciato l’auto e la chiave dell’auto in un garage di via San Felice. Ricordo che avevo una cravatta blu elettrico e Camilla un vestito verde tipo tuta molto bello. Ricordo che abbiamo camminato veloce per non fare tardi, e poi come mi succede sempre quando sono arrivato ho visto che ero in anticipo e mi sono dato del coglione.  Ricordo che la chiesa ortodossa di via Sant’Isaia era piccola e luccicante, che la sposa quando è arrivata era grande e luccicante, che lo sposo non era né piccolo né luccicante ma in compenso era felice come mai mi era capitato di vederlo. Forse anche la sposa era felice, ma era difficile capirlo per via del cappello con veletta. Anche il prete, o pope, era a suo modo felice.

Ricordo che quando io e un’altra signora siamo stati chiamato dal prete o pope in qualità di testimoni a tenere una corona d’oro sollevata dieci centimetri rispettivamente sopra la testa di Luke e di Rita ho pensato che fosse un  lavoretto facile facile. Dopo trenta secondi ho pensato che fosse facile ma non facilissimo. Dopo due minuti ho pensato che fosse mediamente difficile. Dopo circa cinque minuti mi è venuto in mente che Luke il giorno prima mi aveva detto che avrei dovuto tenere sollevata la corona per circa venti minuti e ho vacillato. Dopo altri tre o quattro minuti l’altra testimone ha cambiato mano con cui reggere la corona, e a quel punto mi sono sentito autorizzato anch’io. Da quel momento ho ragionato secondo per secondo, se è possibile ragionare secondo per secondo, e ogni novanta secondi circa ho cambiato mano. Ricordo che ho pensato che se la corona mi fosse scivolata dalle mani Luke e il prete o pope, per diversi ma simili motivi, sarebbero stati un po’ meno felici, e la sposa meno luccicante.

Ricordo di aver pensato che quel matrimonio, anche se non somigliava per niente a quello di French, per certi versi somigliava a quello di French. Per esempio per il suo essere esattamente come doveva essere. O per fare un altro esempio per il suo essere uno di quei matrimoni in cui può succedere di tutto compreso niente.

Ricordo che l’agriturismo in cui era prevista la cena e il pernottamento era bellissimo, e ricordo che quando son salito su per la stradina a piedi e ho visto il prato e i tavoli a ferro di cavallo mi sono sentito bene come quando andavo alla cantina dei suonati e entrando nella grande sala giravo la testa e vedevo la batteria gli amplificatori le casse i microfoni le aste dei microfoni e tutto il resto e a quel punto non mi sentivo come a casa solo perché alla cantina dei suonati mi sentivo a casa più che a casa.

Ricordo che la sera dopo il matrimonio ho bevuto molto vino rosso tanto che mi si è annerito un dente e che poi io e Jack Attilio abbiamo suonato a turno la chitarra, che lui aveva imparato un sacco di accordi strani tipici delle canzoni brasiliane e le canzoni brasiliane sapeva pure cantarle con voce brasiliana, mentre io ero ancora lì a fare le stesse stronzate di sempre, la canzone dei cinque cereali, t’appartengo di ambra e cose così, ricordo anche che quando è arrivato da Imola Andrea con due valigie cariche di bonghi e delle scarpe dalla suola liscia che non gli hanno impedito di aggredire a ampie falcate una salita ripida stile Annapurna ho pensato che fosse una specie di misterioso privilegio essere amico di un batterista che arriva di notte con due valigie piene di bonghi per suonare t’appartengo di ambra insieme a me e a Jack Attilio in onore di Luke che nemmeno conosce.

Ricordo che mentre eravamo lì a suonare le nostre stronzate uno dei russi parenti della sposa che aveva in corpo una quantità di alcool difficilmente quantificabile e altrettanto difficilmente compatibile con la vita ha cominciato a urlare qualcosa, una richiesta per la band che eravamo o qualcosa del genere, e allora a me è venuto in mente che da qualche parte Paolo Nori ha scritto che ai russi piace molto Toto Cutugno per cui io ho attaccato col ritornello dell’italiano che sempre secondo Paolo Nori dovrebbe essere l’inno nazionale italiano e quel russo ha cominciato a battere le mani e i piedi e a dire carasciò e a alzare il bicchiere con entusiasmo e io mi sono sentito come dovrei sentirmi sempre, vale a dire come un cantante coi controcazzi turgidi e sgocciolanti.

Ricordo che il giorno dopo siamo stati attorno alla piscina dell’agriturismo una quantità invereconda di ore, che abbiamo mantenuto una condotta di vita che fino al giorno prima pensavo circoscritta alla zona di Hollywood e che abbiamo mangiato soltanto gamberi e astici e bevuto unicamente spumante, ricordo che un’amica di Luke ha dato una rispostaccia a Agata ma Agata stava così bene a fare tuffi in quella piscina che non ci ha fatto caso, ricordo che Camilla si muoveva con la disinvoltura tipica di chi è a proprio agio, ricordo che Nora non ha fatto nulla di particolare se non dimostrare una volta in più di essere superiore all’umanità nel suo complesso, ricordo la pace che ho provato quando ho percepito in tutta la sua sconcertante essenza la realtà della definizione di famiglia felice, di mia famiglia felice, ricordo che tutte le persone che hanno ciondolato attorno a quella piscina sono state bene o benissimo: la sposa, felice e ancora scintillante, lo sposo, felice e un po’ meno scintillante, la cugina della sposa che ha preso in simpatia Agata e le ha fatto fare tutti e balletti, tuffi e balletti, tuffi e balletti tutto il giorno, il russo amante di Toto Cutugno che poi forse era il marito della cugina della sposa, tutti gli altri di cui non mi ricordo ormai più perché la sindrome di Kramer, si sa, non scherza un cazzo.

Nella foto un prodigioso balzo della futura campionessa Idioziaca del salto in fungo da piscina.

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