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Chi è l’ultimo?

Lo so, lo so. E’ comodo, comodissimo. Altrimenti non lo direbbero tutti. Io però non lo dico.

L’altro giorno ero malato, sono andato dal medico. Quando sono entrato nella sala d’aspetto quattro vecchi su sette si sono girati verso di me. Avevano la faccia di chi pensa “dai, su, dillo, è comodo, dillo dai, chiedicelo così te lo diciamo”. Non l’ho detto, ho memorizzato le facce delle sette persone che erano davanti a me. Ho fatto una fatica micidiale, continuavo a guardarli e a ripassare le loro facce. Ogni volta che arrivava qualcuno, un’altra faccia di merda che diceva quella cosa, io lo guardavo con odio. La prima faccia di merda arrivata dopo di me, in particolare, quello che quando l’ha chiesto mi ha obbligato ad alzare la mano e autodenunciarmi, quello in particolare l’ho odiato. Ho anche pensato per un attimo di dirgli “chi? è quel vecchio là in fondo, quello con il giubbetto in acetato e gli occhiali a goccia”. Sarebbe stato un bel momento. Il vecchio chiamato in causa avrebbe detto “no, non è vero, non sono io, è quel signore che fa l’asino, è lui”. Al che io avrei detto al nuovo arrivato con espressione serissima “nossignore, non faccio l’asino, non è mia abitudine, le ribadisco che è il vecchio con l’acetato e gli occhiali a goccia, non sono io”. Il vecchio, sempre più scandalizzato, avrebbe aggiunto “non capisco perché questo signore si prenda gioco di lei, le garantisco che io sono arrivato prima delle sedici, mentre questo signore che ha così tanta voglia di scherzare è arrivato alle sedici e dieci, lo so perché ho guardato l’orologio, quel grosso orologio sopra la porta, vede?”. Forse a quel punto avrei rinunciato a controbattere, o forse avrei fatto l’ultimo tentativo coinvolgendo nella questione qualcun altro, un individuo debole, influenzabile, che ingannato dalla mia sicumera avrebbe assicurato al nuovo arrivato, seppur con qualche dubbio, che non ero io, e che forse era davvero quel vecchietto che si confondeva con un’altra volta, magari la settimana prima, quando era stato dal medico per quel raffreddore che non voleva passare nemmeno con gli antibiotici.

Io avrei sorriso, avrei ringraziato l’individuo debole per avere fatto trionfare la mia versione, avrei assistito con falsa benevolenza agli ultimi tentativi del vecchio con l’acetato e gli occhiali a goccia di giurare che non era lui bensì io, poi avrei aspettato il mio turno, cioè il turno del vecchio da me superato con astuzia, e al momento di entrare nello studio medico, tanto per non farmi mancare niente, avrei scoreggiato piano in corrispondenza del vecchio per poi guardarlo scandalizzato e un po’ schifato.

Lo so, lo so. E’ comodo, comodissimo. Ma anche uscire in pigiama lo è.

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