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Barcellona è una città molto bella

Siamo stati a Barcellona dal 22 al 26 aprile. Tutte le mattine, vale a dire la mattina del 23, del 24, del 25 e del 26, Nora si svegliava strillando nella nostra camera d’albergo e io o Camilla la prendevamo dal lettino. Se la prendevo io Nora cominciava a urlare ancora più forte, allora per non svegliare Agata passavo Nora a Camilla e appena gliela passavo Nora smetteva di piangere e faceva la faccia soddisfatta e sorrideva, ma smetteva di sorridere e ricominciava a urlare se Camilla pensando che la fase acuta fosse finita tentava di ripassarmela.

Tutte le mattine, dalla mattina del 23 alla mattina del 26, quando Nora strillava tra le mie braccia e si quietava tra le braccia di Camilla, ho pensato a quella frase famosa che comincia con “ogni mattina in Africa una gazzella”. Quella frase, che ho sempre odiato, mi sembrava che c’entrasse con me perché l’impressione che avevo era che ogni giorno io parto con una specie di svantaggio su Camilla, uno svantaggio che mi obbliga a correre di più, ad andare più svelto, a impegnarmi maggiormente, a potermi permettere meno passi falsi, a essere migliore, a giocare e coccolare Nora meglio di Camilla, e questo solo per arrivare a un pareggio, un pareggio che poi scomparirà con le tenebre successive, il giorno dopo non esisterà più, esisterà di nuovo il vantaggio di Camilla ed esisterà lo strillo di Nora in braccio a me e la quiete di Nora in braccio a Camilla.

Se mi fossi limitato a pensare a quella frase stronzamente pseudoetologica o quel cazzo che è probabilmente sarei stato solo triste, per quella fase iniziale della giornata in cui le preferenze di Nora erano così lampanti, prima che la necessità di attivarsi per le incombenze della giornata portasse a una sorta di riequilibrio o riorganizzazione delle dinamiche familiari in cui i ruoli diventano più sfumati e meno traumatici, ma in realtà oltre a pensare a quella frase di merda pensavo anche a quello che probabilmente pensa chiunque legga le mie parole sui vantaggi gli svantaggi e i pareggi, e cioè che non si tratta di una gara tra me e Camilla, che l’importante è collaborare tra genitori senza stare a guardare chi fa meglio cosa, che se Nora adesso fa così non è detto che le cose non possano cambiare in tempi anche brevi, che comunque sono un bravo papà e che qualche strillo non dimostra nulla, visto che poi per il resto della giornata Nora dimostra di essere molto legata a me, che se Nora si accorge del mio malessere per i suoi strilli preferenziali in realtà potrebbe giocarci e sguazzarci, che mi conviene far finta di nulla e cose di questo genere. Questo secondo pensiero mi trasformava da uomo triste in coglione triste: triste perché il primo pensiero triste non scompariva, coglione perché mi era evidente l’idiozia del mio pensiero scioccamente competitivo.

Io però non mi sono fermato lì, alla consapevolezza di essere un coglione triste. Sono tornato indietro al primo pensiero, al pensiero triste, e mi sono ricordato al di là delle stronzate delle gazzelle e dei leoni africani del perché è così difficile da accettare il fatto che Nora pianga in braccio a me e non in braccio a Camilla, e me ne sono ricordato perché in realtà è una cosa a cui penso di continuo, e ricordarsi una cosa che non si dimentica mai è abbastanza facile.

E’ perché ci sono già passato, e ci passo ancora oggi, con Agata. Agata ha cominciato più o meno all’età che ha adesso Nora a preferire passare del tempo con Camilla piuttosto che con me, e non ha ancora smesso. Sono quasi quattro anni che sento dire ogni giorno a Agata “non voglio papà voglio mamma”, o “papà vai via”, o “papà non mi piaci”, o “papà togliti”, o “mi manca solo la mamma”, o “stasera mi porta a letto la mamma”, o “papà non sederti vicino qui ci sta la mamma”, e in questi quattro anni sono stato schiavo del doppio binario tristezza/coglionaggine triste, o per meglio dire del continuo dubbio se questa tristezza sia lo sdilinquirsi avvilente di un coglione che non smette di essere narcisista neppure quando diventa papà e sarebbe ora che rimodulasse le proprie priorità o se sia invece il legittimo abbattimento di chi viene sistematicamente rifiutato con quella che sembra quasi cattiveria e che forse lo è (che i bambini a volte sono cattivi lo sapete anche voi, se non lo sapete leggete il post sui bambini che giocano a calcio, e se i bambini sono cattivi vuol dire che anche i bambini che hanno la metà dei miei cromosomi possono essere cattivi), e il rimbalzare tra queste due opzioni apparentemente inconciliabili ma in realtà conciliabilissime ha costituito l’architettura ambigua e traballante degli ultimi anni della mia vita, e l’idea di ripartire adesso con Nora con gli stessi tentennamenti, lo stesso orgoglio sanguinolento, la stessa incapacità di definire la liceità della mia desolazione è molto più di quanto credo di riuscire a portare sulle mie cazzo di spalle.

Barcellona è una città molto bella.

Un commento

  1. Se si dice “la mamma è sempre la mamma” e non “il papà è sempre il papà” ci sarà pur un motivo. O no? Me lo chiedo ogni notte, ogni notte insonne. Se vuoi ti presto la mia di figlia, che rompe e piange con chiunque così non ti senti in difetto. Coraggio

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