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– Rogerchi?
     
La voce di Pinky Pie è più acuta del solito mentre col suo scintillante zoccolo anteriore destro indica beffarda il muso lungo del pony che si trova davanti.

    – Rogerlù.
    – Rogerlù? Per cosa sta Rogerlù?
    – Sta per Rogerluser.
    – Ah!

Pinky Pie scappa via scorreggiando polvere di biada per la piana di Equestria, lasciando il pony a pascolare solitario tra i dolci meli di proprietà di Applejack, che giunge in quel mentre.

– Ciao Applejack
– Ciao Rogerlù.
– Oh, sai anche tu che mi chiamano così?
– Volano le notizie ad Equestria. E non solo le notizie. Sei nervoso?
– Da cosa l’hai capito?
– Solitamente i coglioni ti sudano molto meno di così.

Rogerlù diventa paonazzo, cerca di incrociare le zampe posteriori per nascondere il maleodorante torrente che scende dal suo scroto fino a toccare terra. Ma rischia di cadere e così smette.

– Roger, è la nona volta che arrivi in finale. E hai perso solo una volta. Di cosa hai paura?
– La verità?
– No, dimmi una bugia.
– Davvero? Vuoi una bugia?
– No, era una bugia. Voglio la verità.
– Ok, la verità, la verità è che…

Applejack, attirata da una farfalla a forma di icosaedro che svolazza qua e là, scompare tra i meli senza interessarsi alla verità di Rogerlù, che si allontana a sua volta, direzione boutique di Rarity.

– Ciao Rogerlù.
– Ciao Rarity.
– Vuoi un completino per la finale di domani?
– Ce l’avresti?
– Certamente. Ho appena creato questi pantaloncini fucsia con inserti in…
– Eh no, Rarity. Eh no. Solo vestiti bianchi per la finale di domani.
– Pantaloncini bianchi? Te li scordi, bello.
– Ma Rarity.
– Non chiamarmi Rarity. I pantaloncini bianchi non sono certo una rarità.
– Cerca di capire, C’è il dress code.
– Mi ci spazzo il culo, io, col dress code. Togliti dalle palle. Vai a comprarti i pantaloncini bianchi all’emporio dello zio di Big Mcintosh. E non tornare.

Rogerlù esce mogio dalla boutique. Si avvicina alla taverna di Equestria in cui ha intenzione di ubriacarsi senza dignità, ma si imbatte in Rainbowdash.

– Ciao Rainbowdash.
– Ciao Rogerlù.
– Ti va di farmi compagnia?
– Perché?
– Perché? Ci deve essere un perché? 
– Non dovrebbe esserci, in teoria, ma visto che so cosa pensi di me allora sì, deve esserci un perché.
– E cosa penso di te, Rainbowdash?
– Lo sai benissimo cosa pensi di me.
– No, io, veramente, non…
– O vuoi forse dirmi che sei talmente coglione da non sapere nemmeno cosa pensi di me, eh, Rogerlù?
– Io…
– Eh, Rogerlù?

Rogerlù, il muso basso e il fiume di sudore scrotale inarrestabile, non tollera la stringente dialettica di Rainbowdash e si rifugia alla taverna di Equestria.

– Barista, un whiskey liscio.
– Ciao Rogerlù.
– Ci conosciamo?
– Io conosco te, ma tu non conosci me.
– Capisco.
– Davvero? Ti vedo comunque perplesso, Rogerlù.
– Sì, sono perplesso. E sai perché, barista?
– Sì che lo so.
– Sentiamo.
– Ti stai chiedendo dove sono quelle due troie di Fluttershy e Twilight Sparkle.
– Non posso negarlo, barista.

Il barista, con prontezza, fischia. Da sotto il bancone emergono Fluttershy e Twilight Sparkle, palesemente sporche di vomito e sperma equino rappreso. Ciondolano verso un palo posizionato poco distante e danno il via a quella che solo un narratore troppo clemente o troppo arrapato o troppo amante dei trattini potrebbe definire una lesbo-zoofil-lap dance.

– Cosa c’è, Rogerlù? Hai paura di perdere?
– Macché, barista. Credimi quando dico che non me ne frega niente se domani vinco o perdo.
– No. Non ti credo.
– Non dovrei nemmeno competere con quel merdoso unicorno serbo. Io e lui siamo su due piani diversi. Rette sghembe. Nulla di affine. Mi spiego? Hai capito?
– Abbastanza.
– Stavolta sono io che non ti credo.
– Fai bene.  Ma se non è paura, allora cos’è?
– Preoccupazione.
– Cazzo, è più o meno la stessa cosa, Rogerlù.
– Non è il serbo a preoccuparmi. E’ lui.
– Lui?
– L’autore.
– L’autore?
– Sì, cazzo, l’autore del post. Di questo post, ok? Sai che cos’è un cazzo di post?
– Non c’è bisogno di offendere. Lo so cos’è un post. Perché ti preoccupa l’autore?
– E me lo chiedi? Ha rispolverato i pony e gli unicorni, cazzo. Una categoria del suo blog ormai morta e sepolta. Sai da quanto tempo aveva lasciato perdere questa merda?
– Ehi, ti ricordo che questa merda siamo noi.
– No, tecnicamente tu potresti essere anche umano, l’autore non ha specificato.
– Bene, allora diciamo che stai dando della merda a te stesso.
– E’ quello che mi merito, dopo la scorsa stagione. Robredo, Delbonis, Stachowski. Una sequenza imbarazzante di sconfitte. Ma adesso le cose sono cambiate.
– Fossi in te ci andrei cauto, se domani perdi puoi dire addio a tutti questi presunti progressi. Perdi, e domani finisce tutto.
– Va bene, che finisca. Me ne fotto, io, anche se finisce. Tu comunque non mi ascolti. Ti stavo dicendo che è lui a preoccuparmi, non il serbo.
– Non preoccuparti per lui. Si salverà.
– Che ne sai?
– Lo so e basta.
– Te l’ha detto lui?
– Lo so e basta, ti ho detto.
– Perché se te l’ha detto lui non fa testo. Lui pensa sempre di salvarsi. Ma a volte non si salva.
– Vaffanculo.

Barista e Rogerlù a questo punto tacciono e osservano con stanca eccitazione Fluttershy e Twilight Sparkle che si dimenano al palo.

– Quindi si salva?
– Chi?
– Come, chi? L’autore.
– Si salva, si salva.
– Sicuro?
– Puoi scommetterci il diritto a sventaglio.
– Preferirei scommettere il mio rovescio in back.
– Non se lo incula nessuno, il tuo rovescio in back.

Un commento

  1. sai, avevo letto male il quarto capoverso. avevo letto

    Ciao Applejack
    – Ciao Rogerlù.
    – Oh, sai anche tu che mi chiamano così?
    – Volano le notizie ad Equestria. E non solo le notizie. Sei nervoso?
    – Da cosa l’hai capito?
    – Solitamente i coglioni sudano molto meno di così.

    quello che cambia è una particella pronominale composta da due sole lettere nell’ultima frase.
    volevo solo dire che così mi piace persino di più.

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