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Appunti per un racconto che non scriverò

Un comico televisivo caduto in disgrazia per tutta una serie di motivi il più evidente dei quali ha a che fare con l’aver messo in dubbio l’onestà degli esponenti di un partito politico il cui simbolo è un garofano colorato, dopo un periodo intermedio del quale non si parlerà nel racconto che non scriverò, decide di fondare un partito o un movimento politico che si trova in poco tempo a riscuotere un grande successo per tutta una serie di motivi il più evidente dei quali ha a che fare con la scarsa credibilità degli altri partiti politici da cui il suddetto movimento prende programmaticamente le distanze con tutta una serie di strategie mediatiche la più clamorosa delle quali riguarda il divieto esteso a tutti gli esponenti del movimento di partecipare alle trasmissioni televisive di approfondimento politico.

L’ex comico televisivo, ora leader del nuovo movimento, dopo una prima fase entusiastica in cui l’esplosione del suo movimento viene dipinta da alcuni con accenti messianici e parataumaturgici, subisce una serie di attacchi che l’ex comico televisivo spiega con l’indirizzarsi della cosiddetta macchina del fango nella sua direzione, mentre i suoi detrattori ascrivono ad altre motivazioni riassumibili icasticamente con alcune frasi di buon senso prossime al confine con la banale generalizzazione qualunquistica, quali “ecco che i nodi vengono al pettine”, “quello parla parla ma non è diverso dagli altri”, “te l’avevo detto che alla fine si scoprivano gli altarini” etc etc etc.

Questa seconda fase di flessione dei consensi si accompagna all’esplicitarsi di un dissidio interno che sembra minare alla base il movimento; dissidio esemplificato dal gran rifiuto di alcuni degli esponenti del movimento di attenersi all’indicazione – secondo i simpatizzanti – o diktat – secondo i detrattori – di non partecipare alle trasmissioni di approfondimento politico.

Al culmine di tale dissidio interno l’ex comico, dopo quello che è poetico immaginare come un dissidio interno alla sua personalità causato dal dissidio interno al suo movimento, arriva ad espellere due degli esponenti storici del movimento – seppur di storia recente inevitabilmente si debba parlare.

Il racconto che non scriverò non parlerà però di tutta questa noiosissima parte della storia, la liquiderà in due o tre frasi al massimo, e si focalizzerà invece sul fatto che l’ex comico non espelle dal movimento i due esponenti chiamandoli al telefono ed esplicitandogli le sue motivazioni, o andando a casa loro, bevendo un caffè in loro compagnia e fornendo le motivazioni del caso, o inviando loro un asettico telegramma, una romantica lettera o una moderna e-mail, ma con una sorta di post sul suo visitatissimo blog.

Il problema – e di questo soprattutto parlerà il racconto che non scriverò – è che questi due esponenti o ex esponenti del movimento, che sono in rotta di collisione col leader in una maniera ormai così cristallizzata che le rispettive dinamiche ricordano da vicino le schermaglie “marito geloso che non vuole che la moglie si metta la sottana quando gira per la via/moglie dispettosa che si mette la sottana quando gira per la via e non una sottana qualsiasi ma la più corta che ha nell’armadio”, i due esponenti in rotta col leader non leggono mai il blog del loro leader, né guardano la televisione, un po’ perché troppo impegnati con l’attività politica tout court e un po’ forse per inconscio e tenace attaccamento ai dettami del loro leader, né leggono la cronaca politica dei quotidiani perché irresistibilmente e unicamente attratti entrambi dalla pagina dei necrologi.

I due esponenti insomma non sanno di essere stati espulsi dal partito – nessuno glielo dice perché nessuno pensa che loro possano non saperlo, nessuno tranne un loro comune amico che sapendo dell’idiosincrasia dei due per il blog del leader, la televisione e qualsiasi forma scritta che non contempli formule quali “è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari” ha questo sospetto, ma nel dubbio decide di tenerli all’oscuro per il solo perverso motivo che in realtà lui odia i suoi due amici e vuole tenere nascosta la verità il maggior tempo possibile in modo che sia massimamente rovinosa la caduta successiva alla presa di coscienza –, e non sapendolo continuano a fare attività politica come se niente fosse.

Ancora non so come finire il racconto che non scriverò, ma so che il leader avrà una bella faccia pacioccona con la barba e un rapporto complicato con la frase “ragazzi, è una cosa pazzesca” che gli ricorda una parte di sé che non ritiene più socialmente accettabile.

4 commenti

  1. Non mi dispiacerebbe che il racconto si soffermasse anche sul fatto che uno dei dissidenti risulti cacciato dal movimento non per dissenso ideologico o programmatico col leader ma per via di un fuori onda furtivamente estorto nel corso di una trasmissione televisiva cui il dissidente ha partecipato contro lopinione del leader il quale lo aveva peraltro messo in guardia relativamente alla pericolosità dello strumento per via della faziosità di chi lo gestisce, fuori onda che nei fatti da ragione al leader forse non per aver compiuto un’epurazione arbitraria ma perlomeno per aver ben giudicato lo strumento mass-mediale che il dissidente invece ha ingenuamente sottovalutato, fuori onda al quale l’informazione ha poi dato molto risalto alimentando la polemica senza alcuna volontà di approfondirla coll’unico scopo di generare scricchiolii di malcontento all’interno del movimento nonché accuse di scarsa democrazia interna da parte di un altro movimento, quello sì democratico, per definizione, e pluralista sedicente, quello stesso movimento che tra il plauso generale degli osservatori si accinge a concedere al popolo sovrano di scegliere i candidati, tutti, anzi, quasi tutti, perché una percentuale piccola, diciamo il 10% soltanto dei nomi, sarà invece scelto dal segretario di quel movimento democratico per definizione, e quei nomi saranno posti come capilista così da garantire ai colonnelli del movimento democratico per definizione quella continuità di privilegi cui soltanto l’anagrafe riuscirà un giorno o l’altro a farli rinunciare, ciò che dovrebbe aprire a un finale problematico in cui, senza retorica, ci si domanda dove e come siamo tracciati nel terzo millennio i confini e i limiti di una democrazia moderna, se nelle epurazioni forse arbitrarie, di un movimento che sceglie candidati tra comuni cittadini incensurati e per questo facilmente manipolabili oppure nei lasciapassare istituzionali di un partito democratico per definizione interessato soltanto a perpetrare la propria senescente classe dirigente sempre pronta ad azzuffarsi come i capponi di don abbondio, sempre saldamente aggrappata alla schiena del dinosauro che sta rovinando a terra.
    Non mi dispiacerebbe che nel finale, stretto in una morsa di crescente paranoia, il leader del movimento epurasse uno per uno tutti i cittadini del suo movimento per portare in parlamento una razza di scimmie superintelligenti. A fine legislatura il colpo di scena: una trasmissione di approfondimento politico chiamata “OK il prezzo e giusto” rivela con un abile morphing che il leader è anch’esso una scimmia. Bastava guardarlo in faccia sarà il laconico commento della presentatrice, presentatrice che nessuno riesce più a guardare in faccia da molto tempo.

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