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unicamente per il biroldo

Robert Plant, 11 luglio 2014, Pistoia blues festival

Quando entro nel camerino Robert Plant indossa soltanto una sciarpa di pitone.
“Vieni, vieni”, dice. E ricomincia a limarsi le unghie dei piedi. Percepisce il mio imbarazzo. “Oh, vado subito a mettermi un asciugamano”.
Quando esce dal bagno ha un grosso asciugamano annodato a turbante sulla testa. “Sai, dopo i sessantacinque i capelli bagnati fanno venire la cervicale”, spiega. “Certo, certo”, faccio io.
“Accomodati, gradisci dello champagne?”
“Perché no”.
Robert Plant mi consegna un flute di champagne poi si siede sul bracciolo accanto a me. Accavalla le gambe poi fa una smorfia e le stende nuovamente. “Sai, dopo i sessantacinque far respirare i coglioni è essenziale”, commenta.
“Certo, certo” e mi sposto un po’.
Sforzandomi di non posare l’occhio sui genitali di Robert Plant inizio la mia intervista.
“Allora, Robert. Perché proprio Pistoia?”
“Indovina”.
“Forse la bellezza della piazza?”
“No”.
“Allora la lunga tradizione musicale della città?”
“Bah”.
“Il pubblico competente e caloroso?”
“Puah”.
“Insomma perché?”
“Il biroldo”.
“Il cosa?”
“Il biroldo pistoiese. Non dirmi che non l’hai mai mangiato”.
“Mi stai dicendo che sei venuto a Pistoia unicamente per mangiare il biroldo?”
“Esattamente”.
“E la band?”
“Quale band”.
“La band che ti accompagna”.
“Quella non è una band. Quelli sono sei idioti. Per la precisione cinque idioti bianchi e un idiota nero. Una band che si chiama Gli spostatori spaziali sensazionali non può che essere una band di idioti, dico bene?” Robert Plant si sistema i testicoli. Non posso non notare che usa la stessa mano che ha usato per afferrare il mio flute.
“Però hai speso parole affettuose per loro sul palco”.
“Sei idioti che neanche gli piace il biroldo”.
“Il chitarrista, per esempio”.
“Quale? Ne ho due di chitarristi”.
“Quello che suonava i pezzi acustici”.
“Quello è un vecchio fricchettone alcolizzato e comunista. Lo odio”.
“Però suona bene”.
“Forse. Sì. Non saprei”.
“Non sapresti? Perché lo hai scelto, allora?”
“La barba”.
“hai scelto un chitarrista…”
“Per la barba. Esattamente. Tu vuoi una morosa con le tette grosse? Bene. Io voglio un chitarrista con la barba. Per caso hai altre domande altrettanto intelligenti?”
“La scaletta”.
“Quale scaletta?” Robert Plant si sistema nuovamente i testicoli, che ora galleggiano a non più di 15 cm dal mio quaderno.
“Quella del concerto. Scelte coraggiose. Spoonful, per esempio. Il vecchio blues di Howlin’ wolf già cavalcata psichedelica dei migliori Cream e ora magistralmente reinventato con pennellate addirittura di psych-prog”.
“Pennellate di cosa?”
“Psych-prog”.
“Ragazzo mi spieghi una volta per tutte di che cazzo parli?”
“Sto cercando di capire questa cosa del reinterpretare pezzi che erano già cover di pezzi più vecchi. Penso appunto a Spoonful, penso a Babe I’m gonna leave you di Joan Baez, poi degli stessi Zeppelin. Questo ciclico reinventare sembra cercare una risposta generazionale alla grande truffa del rock and roll.
“Truffa di che?”
“La truffa del rock n’ roll. The great rock n’ roll swindle. I Sex pistols. Malcolm McLaren. La personificazione dell’esecuzione. Il rock non può essere altro da sé e, in quanto tale, assurge a sublime forma di marketing”.
“Ragazzo, te lo chiedo per la seconda e ultima volta. Che cazzo stai dicendo?”
“E poi Anche Tin pan valley, con quel richiamo geniale all Tin pan alley, come dire: mettere in discussione tutto l’establishment musicale, da Scott Joplin in poi. Sì, sì. Geniale”.
“Alley, valley? Cosa?”
“Intendo che la tua Tin pan valley richiama sublimenente la Tin pan alley di Steve Ray Vaughan”
“Cazzo!” Robert Plant balza in piedi, afferra il cellulare e compone un numero. “Buddy? Sei tu? Sì. Cosa volevo dirti? Volevo dirti che sei un idiota. Un idiota, sì. Si dice alley, non valley, stupida testa di cazzo fricchettone alcolizzato e comunista”. Robert Plant chiude la comunicazione, sbatte il cellulare nella glacière e si siede nuovamente sul bracciolo, l’altro, però. “Dicevamo?”
“Allora, mi spiegheresti le ragioni di questa scelta?”
“Che scelta?”
“La scaletta”.
“Ah, sì, la scaletta. Il matrimonio di mio nipote”.
“Cosa?”
“Ieri ero al matrimonio di mio nipote”.
“E allora?”
“E allora c’è un tizio che suonava pianobar. Era patetico. Cantava come canterebbe Hulk Hogan coi maroni chiusi in un cassetto, e aveva delle basi che avrebbero fatto vomitare melassa al produttore della Kelly Family”.
“Perché mi racconti tutto questo?”
“Per rispondere alla domanda”
“Quale domanda?”
“Non mi hai chiesto come ho scelto le canzoni?”
“Sì, effettivamente sì”.
“E secondo te come le ho scelte?”
“Be’, se proprio me lo chiedi, e ti ringrazio per averlo fatto, io trovo che il tuo percorso musicale sia interessante per profondità e trasversalità. Da Dreamland in poi…”
“OK, basta così. Ragazzo quando ti ci metti sei più noioso di John Paul Jones. Comunque le canzoni erano quelle che hanno suonato al matrimonio di mio nipote”. Robert Plant si alza in piedi. “Senti io mi faccio una canna. Sai, la marijuana dopo i sessantacinque aiuta a prevenire l’ictus. Tu fumi?”
Robert Plant sparisce nell’altra stanza massaggiandosi i testicoli.
“Progetti futuri?”
“Cos’hai detto?” sbraita lui da di là.
“Ho detto cosa farai dopo”, grido.
“Te l’ho già detto cosa faccio dopo”.
“Me l’hai già detto?”
“Sì, mi rimpinzo di biroldo”.
“Intendo progetti artistici”.
“Ah. Allora… fammi pensare… sì ne ho uno di progetti artistici”.
“Quale?”
Robert fa capolino dall’altra stanza. “Trombarmi nuovamente Alison Krauss”.
“Ma questo non è un progetto artistico”, esclamo io.
“Questo lo dici tu”, risponde lui ficcandomi in bocca uno spinello grosso come una cerbottana.

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