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si sta come d’autunno

Campi elettromagnetici era il più insulso dei ventinove insulsi esami che ho sostenuto all’università. Per non deprimermi troppo avevo deciso di fare una full immersion. Mi ero dato tre settimane per prepararlo, non un giorno di più. E poi via. Quello che prendevo prendevo. Il problema è che ogni ora di studio durava più o meno diciotto mesi.
Per stare lontano dalle distrazioni decisi di andare a studiare a casa dei miei amici. Là non c’erano TV, computer, fumetti, film.
Un pomeriggio sono lì che smadonno da tre ore su questo stramaledetto sesto teorema di chissacheccazzo e intanto fumo continuamente delle Gauloises.
Entra Emanuele: “Che cosa studi?”
“Che cosa vuoi che studi? Campi”.
“Ah, campi?”
“Sì, campi. Sono diciannove giorni che non faccio altro che studiare campi”.
“Ah, è vero. Senti, vuoi che ti presti i miei appunti?”
“No, grazie, ormai ho studiato sul libro”.
“Ma i miei appunti sono scritti bene”.
“Sì, lo so che i tuoi appunti sono scritti bene, ma io ormai ho studiato tutto sul libro”.
“Però magari se dai un’occhiata puoi integrare coi miei appunti”.
“Lele, per favore, non ho tempo, dai. Fra due giorni ci ho sto stramaledetto esame e non ho intenzione di integrare un bel niente. L’unica cosa che farò da qui a due giorni sarà riversare nel mio cervello il maggior numero possibile di pagine di questo stramaledetto libro coll’unico scopo di strappare un diciotto e dimenticare il tutto non più tardi della sera stessa. Sono stato chiaro? Adesso lasciami studiare che già non ne ho voglia”.
“Però se ti do i miei appunti magari…”
“ECCHEPPALLE!” Sbuffai. “Va bene, se prendo i tuoi appunti poi mi lasci in pace?”
“Hai la mia parola”.
Chiusi il libro e spensi la sigaretta. Emanuele mi condusse in camera sua.
Si fermò al centro della stanza. Mi fermai anch’io lì vicino. Ci guardammo.
“E quindi?”
“Sono lì”. E indicò un’anta dell’armadio.
“E quindi?”
“E quindi prendili”.
“Li prendo io?”
“Li prendi tu”.
Afferrai la maniglia e aprii l’anta. Dentro l’armadio c’era il Dede nudo che sventolava l’uccello.
I due si misero a ridere fino alle lacrime.
Questi sono gli amici a casa dei quali andavo a studiare per stare lontano dalle distrazioni.

Sono anche gli amici senza i quali non avrei mai terminato l’università.

Qualche giorno fa uno di loro mi manda una mail intitolata “poesia”. Mi scrive che vuole proprio vedere se la metto su Tapirulan.
Lo accontento subito. La poesia dice:
Si sta come d’autunno
Tra le chiappe un riccio di castagna
Sono le parole con le quali mi va quest’oggi di salutare Emanuele, Sandro e il Dede.
Che l’autunno sia con voi.

Nella foto sotto, del 2011 ci siamo tutti e quattro. In quella sopra, del 1998, solo due su quattro. Ma chi? Uno dei due è facile da riconoscere. L’altro un po’ meno…

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