la tecnologia e’ di chi gli serve

Ogni volta che sento dire che l’uomo si è evoluto per via del pollice opponibile mi scappa da ridere. Non perché non lo ritenga vero, ma perché mi viene in mente la scena iniziale de La pazza storia del mondo di Mel Brooks. Mi viene anche in mente la scena iniziale di 2001 odissea nello spazio, ma quella ammetto che fa meno ridere.
Io non sono né un sociologo né un antropolgo ma mi piace credere che, a livello evolutivo, la principale differenza tra l’uomo e l’animale consista nella prerogativa di trasmettere la conoscenza. E’ così che siamo potuti passare dalla clava al mouse. E’ il progresso – se è stato progresso – che avanza nei millenni in maniera più o meno omogenea, più o meno cruenta.
Poi nel secolo scorso è arrivato Mr. Copyright. Un signore con le braccia molto lunghe e tantissimi occhi che tutela il diritto di tenere soltanto per sé (o, a discrezione, di vendere a caro prezzo) una cosa utile per il mondo intero. Per un periodo sovente superiore a quello della vita stessa. Io credo che buona parte degli squilibri sociali mondiali provenga dall’inspiegabile accettazione di questo concetto assurdo.
E quindi mi dispiace per il povero Steve Jobs. Davvero. Ma al di là della pietà per la sua tragedia umana posso soltanto augurarmi che la sua prematura dipartita, piuttosto che a una veloce santificazione mediatica, conduca a una generale riconsiderazione sulla gestione mondiale della tecnologia.
Mi sono letto il famoso discorso ai laureandi dell’università di Stanford. Personalmente l’ho trovato agghiacciante. Agghiacciante per autoreferenzialità, aneddotica e retorica bieca. L’ennesima agghiacciante autocelebrazione del self-made man americano che prima dormiva sul pavimento e oggi possiede milioni a palate.
D’accordo, ce l’ha fatta. Ma forse è venuto il momento di domandarsi come.
E perché.
Non ho alcun dubbio sul fatto che Steve Jobs sia stato uno dei migliori imprenditori del mondo, laddove “migliore” significhi “di maggior successo”. Ma penso anche che la conoscenza dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e non rinchiusa in una custodia di plastica sottile, colorata e luminescente.
Sì, sì. Basta così.
Perdonate il pistolotto.
Il discorso di Jobs integrale in italiano potete trovarlo dappertutto. Io me lo sono letto qui.
Qui sotto invece mi permetto di sforbiciarne uno stralcio.
[Il corso di calligrafia] non sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono.
Nel film Il postino c’è una scena in cui Massimo Troisi, reduce da una recente delusione amorosa, rimprovera un allibito Neruda/Noiret sbattendogli in faccia che “La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve”.
Più o meno in argomento, la foto qui sopra è stata scattata l’anno scorso dal sottoscritto a Ouazazade, nel sud del Marocco.
Bell’articolo. Mi sarebbe piaciuto ancora di più se avessi proseguito quello che – erroneamente – hai definito “pistolotto”. Era invece molto interessante.
Un pistolotto davvero interessante. L’altra faccia dell’agiografia.