daniel pennac – signor malaussene

Per lo scrittore non esiste sensazione più intensa, più appagante del sapere di essere bravo. Avere la certezza di essere bravo. Una sensazione di eccitazione direi quasi sessuale. Giusto, certo. Ma che ne so io? Io parolaio men che dilettante, io che una sensazione del genere posso soltanto figurarmela, masturbarmela nel letto, solo, col buio, nel silenzio, prima di chiudere mestamente gli occhi a una notte ahimé inoltrata.
Io no, certo, ma Daniel Pennac deve saperne qualcosa di questa sensazione. So com’è andata: prima sua moglie, poi i parenti, infine gli amici. Poi gli editori, poi la critica, e poi gliel’ha detto la gente. Ultimo ma non ultimo, gliel’ha confermato il commercialista.
Ecco, della critica personalmente ho l’opinione come di omuncoli riottosi e bisbetici, ex teenager brufolosi di quelli che giocavano in porta perché erano i peggiori in campo, gente atavicamente rosa dall’invidia, dotati di un talento artistico pari più o meno al mio, ma corredati di una innata predisposizione alla bercia.
Della gente invece ho un certo rispetto. E’ per questo che m’incazzo così tanto quando si fanno pigliare per il culo da Moccia, da un trailer o da una pila di copie alla cassa dell’autogrill. Sì be’ ma questo c’entra poco. O no? Lasciamo stare, comunque.
Della gente ho rispetto, dicevo, e rispetto i molti che considerano Pennac un grande scrittore. Lo capisco, e li capisco. Personalmente, oltre al resto, a Pennac riconosco una subliminale capacità di toccare i nervi della gente, di tirare fili che la gente non sa di possedere. Di stimolarli. Di farli commuovere, ridere, eccitare. Di imbrogliarli per bene.
Eh, dopotutto cos’altro è, un romanzo, se non un (lungo) imbroglio di carta?
Diciamocelo: se c’è una cosa, una sola, più eccitante del sapere di essere bravi è sapere di essere bravi a imbrogliare. E più imbrogli più ti dicono che sei bravo.
Fico no?
Ma ecco, laggiù, guarda. Guarda quei nuvoloni. Li vedi? Sai cosa sono? No? Sono il peggior nemico dello scrittore fico. No, non si tratta della sindrome del foglio bianco, no. Peggio. Si chiama sindrome del foglio troppo pieno.
Del foglio troppo pieno di sé, della pagina che sprigiona autoindulgenza. Pennac, lei è una delle più autorevoli voci letterarie del XX secolo. Come no. Ed ecco “Signor Malaussène”, l’attesissimo, l’ultimo e più ambizioso capitolo della tetralogia omonima. La buona scrittura c’è: spumeggiante, arguta, dissacratoria. Come e più di prima. Ci sono le situazioni, tante, troppe, ci sono i personaggi, tutti quanti, i vivi e i morti. C’è tutto, insomma. Tranne la storia. quella non avanza, s’impaluda, s’inceppa, s’infratta, s’incasina. Tonkbonktatonk. Troppe pagine senza trama (si dà gas attorno a pagina duecento), troppi paradossi che si ripetono, troppa indulgenza e autoindulgenza freak nei confronti dei buoni, naturalmente i Malaussène e combriccola. Troppo cattivi i cattivi, troppa necessità di redenzione per chi si redime. Troppo politicalicorret il finale (confesso che ho preferito quello alternativo a metà romanzo). Troppo tatlac, obliterato.
Esattamente il libro che l’editore voleva pubblicare.
Esattamente il libro che il critico desidera recensire.
Non esattamente il libro che il lettore vorrebbe leggere.
Qui sotto uno dei (numerosi) estratti capace di tirare i fili del cervello. Perlomeno del mio. L’ho mutilato, sì, ma solo per non rivelare momenti essenziali della trama.
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Rabdomant ha risposto soltanto: “Strana concezione della felicità…”. Poi ha puntato il dito verso il centro della Senna e ha detto: “La tre, Benjamin, stia attento a quello che fa!”
Ho rivolto lo sguardo alla terza canna da pesca. Di sicuro, qualcosa aveva abboccato. Il galleggiante sobbalzava. Qualcosa, sul fondo del fiume, si lasciava tentare.
“Cosa faccio?”
Rabdomant mi si è avvicinato e continuando a tenere d’occhi oi suoi galleggianti mi ha detto: “Non si faccia prendere dal panico. Aspetti che il pesce confermi prima di uncinarlo. Un bel tuffo del galleggiante e, hop, un bel colpo secco del polso. Mi raccomando, niente gesti teatrali: romperebbe il filo. Adesso! Beeeeeene”.
In effetti, ho sentito che l’avevo preso all’amo. In fondo alla mia lenza c’era della vita furente.
“Non tiri. Rispetti il suo malumeore, ma senza lasciarlo fare di testa sua. Lo accompagni, per così dire. Se quello vuole del filo, gli dia del filo, ma senza allentare. E’ la tecnica del pedinamento, insomma”.
Il mulinello mulinava rabbiosamente.
“Alt! Non dia troppo filo. Lo costringa a barcamenarsi facendo gli addominali, che non vada a nascondersi dietro un relitto. Tenga sempre presente che lui è il muscolo e lei è il cervello. Quando lui sarà stanco, sarà contento di venire da lei, come un colpevole sollevato all’idea di farsi prendere. Quello è L* e lei è S*…”
Dopo qualche tempo ho visto emergere la spina dorsale di quel L* acquatico. Pura bellezza! Una vela di sampan sotto il nostro cielo primaverile. Ha fatto un balzo… Affusolato dorato, obliquo e bello come un raggio di vita.
“Un lucioperca”, ha detto Rabdomant. “Otto o dieci libbre. Complimenti. Cucinato al burro bianco e con un buon Chablis, non le dico altro… Lo tiri su, adesso. Dov’è la sua reticella? Dev’essere sempre a portata di mano, la reticella! Il pescatore ha il dovere dell’ottimismo. Come lo sbirro!”
Ho tirato su piano e alla fine, estenuato dalla sua stessa resistenza, il pesce si è lasciato andare alla fatalità. E’ solo questa la ragione per cui si muore.
“Stia attento, quando lo tira fuori, ha una dentatura da luccio…”
Ma non ero in grado di tirarlo fuori.
“Dia qua”.
Due secondi dopo il lucioperca aveva abbandonato il suo elemento naturale. Rabdomant l’ha staccato con un sorriso da buongustaio. “Carino, il ragazzo, eh?”
E l’ha ributtato in acqua.
Il lucioperca, che tra le sue dita era come morto, è esploso di vita a contatto della Senna. “Solo per fargli sapere che Dio esiste”, ha spiegato Rabdomant, “ e che non bisogna abboccare al suo amo”.
Ho indicato le lasche, i ghiozzi, i pagelli, tutti i bianchetti del nostro cesto, i due persici e il pesce gatto e ho domandato: “Perché lui sì e loro no?”
“E’ proprio il genere di interrogativo che Dio non si pone”.