clara gallini – intervista a maria

“Leggere queste pagine senza essere accompagnati dal suono della voce di Maria è una grossa privazione. Dobbiamo immaginarcela seduta vicino al camino, su una di quelle seggioline basse che consentono di stare quasi accoccolati al suolo, in una piccola cucina lei cui finestre aprono sui tetti del rione e le montagne più distanti”.
Maria è nata il sei settembre del 1910 a Tonara, piccolo borgo dell’entroterra sardo dove ha trascorso l’intera sua vita, eccezion fatta per qualche occasionale viaggio ‘in città’. Maria non ha terminato la terza elementare; alla madre dice: “Stai tranquilla, stai contenta. Se tu mi avessi studiato forse può darsi che ti avrei abbandonata e sarebbe stato un male maggiore”.
Un’intervista nella quale Maria si racconta con franchezza ma discretamente, sempre attenta a ricordare il bene ricevuto dai genitori, dai nonni, dagli amici più cari. Sfoggiando un’indipendenza di pensiero invero straordinaria, ci racconta le mutazioni del ruolo della donna all’interno della società patriarcale rurale sarda nel periodo che va dalla sua prima infanzia fino a oggi (il 1979, anno in cui l’intervista ha avuto luogo).
L’autrice dell’intervista, insegnante di etnologia ed esperta di cultura sarda, apre la lunga (e sovente ridondante) postfazione con le vibranti parole che aprono questo articolo. E che mentre leggevo, ricordo, condivisi in pieno.
Saranno stati ormai due anni pieni che continuavo a ripetere “Sì, Michi, dài, stavolta vedrai che vengo davvero”.
E poi non ci andavo mai.
Aveva ormai smesso di invitarmi, tant’è vero che l’avevo scoperto per caso da un’amica comune.
Ero scettico, eh.
Però fanculo, ho pensato. Stavolta raccatto macchina e fidanzata e mi invento un weekend a Firenze per assistere a ‘Intervista a Maria’, lo spettacolo teatrale interpretato da Gianna Deidda e Michela Benelli.
In scena c’è un cerchio di pietre, il mondo di Maria, pochi utensili e un paio di sedie, una collocata al centro del cerchio e un’altra sul limitare, quella di Michela, l’intervistatrice, spalle al pubblico tutto il tempo.
Gianna è Maria. Parla lentamente e compie pochi gesti semplici con pari lentezza. Gianna/Maria racconta la sua infanzia trascorsa in un mondo che non esiste più, il tempo del ventennio e poi della guerra, parla di politica, di religione, della vita dura di tutti i giorni. Parla di come vive la vecchiaia, racconta di cosa si attende dalla morte.
Ero scettico, sì.
Ma alla fine dello spettacolo avevo gli occhi lucidi.
Il passo che segue è chiara testimonianza dell’arguzia sottile e a tratti impertinente di Maria.
———————-
D: Erano ‘rosse’ anche le donne?
R: Un pochettino tiravano. Però qualcuno diceva: “Io faccio quello che voglio!”, rispondeva al marito. “Faccio quello che voglio!” e ascoltava i sacerdoti. A quel tempo parlavano molto male. Io mi sono bisticciata nell’Azione Cattolica. Vede come sono? Quando ci penso mi dico: “Perché l’avrò fatto questo?”. Alle prime elezioni aveva vinto il sindaco: in questo rione il sindaco aveva messo lo stemma, il marteddu, il martello, falce e martello, ma le donne che non capivano dicevano su marteddu e basta, con questo marteddu non la finivano mai! Andiamo alla riunione dell’Azione Cattolica e c’era la presidente. Suo marito è rosso, ma un po’ mandrone [pigro], non lavorava molto, era buono il marito, di grande importanza. Questa signora, quando siamo arrivate tutte quelle del mio rione, cominciava: “Passate voi al martello? Passate voi al martello?”. Io alla fine mi sono stancata. Mi sono alzata e le ho detto: “Ascolti signora Lia, si dovrebbe vergognare di nominare il martello. Ci ha un marito che non lo sa prendere, il martello, e gli fa bisogno! C’è tanta miseria per non sapere prendere il martello!” Pam! E sono uscita fuori! Io quando mi ricordo di questa frase… Eh, c’è passato tanto tempo senza ritornare… mamma mia!… Ma abbiamo discusso anche col parroco, quando c’è stata la promozione di scuola, sempre quest’anno che sto dicendole. Ero disposta di affrontare anche lui, perché è un uomo forte di carattere, che non vuol sentire. Eravamo parlando della scuola, non era ancora finito l’esame della maturità di Pietro e la sorella del parroco: “Cosa state a dire?”, ha detto.
“Stiamo parlando della promozione perché Maria è preoccupata per Pietro”.
“Eh, adesso già promuovono tutti! Promuovono anche i banchi!”.
“E perché – le ho detto – e perché allora Silvana non è stata promossa?”.
“Perché adesso promuovono solo i comunisti, e gli altri li lasciano perdere”.
“E lei perché l’ha bocciato, a Pietro? Comunista era Pietro? Un bambino che non capiva niente, era sotto i suoi piedi?”. Ha chiuso la porta e se ne è entrata dentro. Era disposta a tutto, e se ne è entrata subito perché ha capito. Lei sa che se lo dico, lo dico e basta, anche se mi danno degli schiaffi: li prendo, ma lo dico lo stesso.
Io questo non lo accetto, di parlare di partiti né in chiesa né fuori. I comunisti non devono condannare i democratici, i democratici non devono fare un disprezzo così ai comunisti, specialmente quando si tratta di una persona particolare. Invece (lo vede?) queste cose possono inasprire. Io per me non faccio conto né da una parte né dall’altra, sono come l’organetto, tiro ad ogni parte.
Grazie Calino!..ho gli occhi lucidi anch’io..stasera a Genova parlavo di te. Felice sorpresa trovare questo al mio ritorno a casa. A presto