ascolti ancora guccini??!

io qua in giappone a farmi venire i maroni a mandorla e sara al concerto senza di me. fanculo.
sotto, la sua appassionata recensione. la foto proviene da qui. la fotogallery della gazzetta di parma è qui.
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Parma, Palaraschi, 10/10/2008 – concerto Francesco Guccini
Lasciai Sandro nell’estate del ’98, a Manchester, con una frase di Radici e gli occhi umidi.
Dieci anni dopo, in attesa che mamma e sorella si preparino per il concerto, cazzeggio su Facebook giusto per capire come cristo si carica una foto.
Un nuovo amico. E chi cazzo è lo sfigato al computer alle 8 di venerdì sera? Gomitolo nello stomaco: Sandro P.. Questa volta ci scappa la citazione più appropriata della storia.
Come speravo, narra dieci anni in poche frasi. Replico con un saluto. ‘Ascolti ancora Guccini??!’, chiede.
Gli occhi ancora sorridenti carico il parentado sulla Multipla e mi dirigo al palazzetto dello sport. E’ brutto proprio come lo ricordavo, ma stasera c’è un bel movimento composito di gente. Liceali in uniforme: maglia del Che, kefia e bottiglia. Mamme e papà con prole, toast e biglietto in mano. Vecchi nostalgici, barba bianca giù al petto e occhiali spessi.
Incontriamo gli amici e ci dividiamo, per convenzione: mamme sugli spalti e giovani trentenni, ahimè, seduti a terra davanti al palco.
Concerto che è come timbrare un cartellino. Il sesto in tredici anni; l’ultimo, due anni fa, così deludente che sono qui soltanto per ciò che è stato in passato.
Poi esce Francesco, grande e grosso più di prima. E ho la pelle d’oca.
Ahia… il Nostro ha mangiato e bevuto pesante: poco fiato e voce impastata. Qualche battuta su Parma e le ultime tristi vicende cittadine, ammiccamenti a Flaco, Ellade Bandini, Vince Tempera [rispettivamente chitarra, batteria e tastiere ] e si comincia: Canzone per un’amica, di rito.
La voce ancora c’è, si sta scaldando. Le sei/sette canzoni successive mi ricordano per ché sono qui, seduta a terra con pozzanghera di birra sotto al culo, giovincelli che premono per conquistare centimetri, schiena da nervo sciatico del giorno dopo. Nessun cartellino.
Il tema, L’atomica cinese, Canzone delle osterie di fuori porta, Vedi cara, Canzone quasi d’amore, Incontro… niente oltre il ’76. Francesco scazza i dischi di provenienza ma narra le sue storie, possente e dolce come a malapena ricordavo.
Le chiacchiere fra una canzone e l’altra non mancano, ennesimo omaggio alla tradizione. Certo, non è più il genio minore e mordace di quei giorni là, ormai andati. Ma le dichiarazioni di Berlusconi fan ridere da sole, figuriamoci messe in bocca al Guccio.
Seguono un paio di canzoni nuove, Su in collina e Il testamento del pagliaccio, che presto dimenticherò. Grande attesa e cori stonati per i nuovi classici, Don Chisciotte e Cirano, con levata del pubblico anzi tempo: i fondoschiena ringraziano, i puristi da locomotiva meno.
Il resto è… Eskimo. Centinaia di parole una in fila all’altra mormorate tra i denti, un omaggio che è un manifesto. Il vecchio e il bambino, Auschwitz, Dio è morto. Più che canzoni, il nostro imprinting emiliano. Nessuna Avvelenata ma non si levano proteste.
Infine, naturalmente, comincia piano ‘non so che viso avesse, neppure come si chiamava’… il tempo passa e il mio pugno dà segni di cedimento già alla sesta strofa. Mal di braccio e occhi lucidi. Sì, ascolterò ancora a lungo Guccini.