Mi sono seduto al tavolo, in una stanza nuda decorata con un dipinto di nudo.
E’ arrivato, mi ha stretto la mano fredda e umida. Era appeso a una cravatta annerita e il suo alito sapeva di fogna alla menta.
"Lei vuole un lavoro. Perché?".
"Arrivo da molto lontano, ho bisogno di mangiare".
Sulle sue labbra è affiorato un sorriso e lì è rimasto, come una farfalla morta. "Cosa sa fare?".
"Nulla".
"E come mai è venuto qui?".
"Ne ho sentito parlare".
"In che termini?".
"Come di un’azienda che assume".
"E lei pensa che il nostro lavoro sia interessante?".
"Io non posso permettermi di pensare. Devo mangiare".
"Lei pensa spesso al cibo. Le manca l’affetto?".
"Mi mancano le forze. Non mangio da due giorni".
"Noi cerchiamo gente incapace. Se lei fosse capace non sarebbe qui".
"Appunto".
"Però la sua incapacità ci deve portare frutto, il segreto sta nell’esatta collocazione all’interno di una strategia che vede il lavoro di team come condizione imprescindibile".
"Ne sono convinto".
"C’è da formare delle scatole di cartone, che in un secondo tempo riempiremo con i nostri prodotti. Si sente così incapace da riuscire a fare le scatole per otto ore?".
"Lei ci riuscirebbe?".
"Io no. Non sono un incapace".
"Per me non è un problema".
"Allora si presenti domani. Con dieci minuti di anticipo, magari".
Beh, ero incapace, ma nel mondo di adesso tutti hanno una sveglia, o anche due. Persino un incapace riesce ad alzarsi in tempo, con una sveglia.
Il problema era che io non avevo una sveglia e non avevo soldi per comperarla. Così ho rubato un gallo, perché nei pollai non si trovano sveglie.
La luna era piena, passava attraverso i fori nel tetto, come le luci le carte bucate dei cieli sui presepi. Dormire con un chiarore così, per un incapace come me non costituiva un problema.