Shutter island: la nuova ricetta di chef Martin?

Anni ’50. Prendete un detective del FBI alla Mike Spillane e cucitegli addosso il faccione di un Di Caprio un po’ imbolsito. Aggiungeteci un socio di nome Chuck e la mascella di Mark Ruffalo, sempre pronto a menare le mani e a fumarsi un paio di pacchetti di sigarette. Spedite questa coppia di detective in una lugubre e sperduta isoletta degli USA per gettare luce sulla scomparsa di una detenuta da un ospedale psichiatrico. Ora immaginate che in questo ospedale si sperimentino delle cure all’avanguardia e che, tra i luminari alla guida della struttura medica, figurino un raffinato e altezzoso Ben Kingsley e un anziano psichiatra dai torbidi trascorsi nella Germania nazista (Max Von Sydow). Cuocete tutto al fuoco lento del thriller psicologico per un paio di ore, senza dimenticare di inserire un pizzico di elementi dal retrogusto horror per farvi sobbalzare il giusto nel buio della sala, quindi condite abbondantemente con una colonna sonora disturbante, che non farà altro che accrescere la vostra angoscia, ed effetti sonori capaci di celare innominabili pericoli dietro agli scricchiolii di porte e finestre, il fruscio del vento e lo sgocciolio dell’acqua che filtra dalle pareti zuppe di pioggia. Shutter Island è servito!
La ricetta è sicuramente gustosa e i vostri occhi saranno sazi al termine della visione, ma quello che manca a questa nuova prova cinematografica dello chef Scorsese è il sapore dell’originalità. Shutter Island è indubbiamente un buon film, ma chi ha già assaggiato il “The others” di Amenabar o il “The machinist” con Christian Bale sa esattamente come andrà a finire il film di Scorsese, perdendo così il piacere più importante: la sorpresa dei colpi di scena e degli sconvolgenti ribaltamenti tra realtà e immaginazione, che in questo film finiscono purtroppo per risultare piuttosto scontati.
Pigi