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uccellini

Sette uccellini all’una in punto si fermarono nell’orto a mangiare briciole di pane raffermo. Giusti ne ammazzò quattro con una lanciarazzi, poi li spennò e li gettò in padella con il rosmarino.

Si grattò il capo giallo e lucido. Le carcasse dopo la cottura non erano invitanti, emanavano una fluorescenza bluastra e di tanto in tanto sembravano guardarlo.

Il suo gatto, Giusti II, salì sul fornello e prese a leccarli, levando di tanto in tanto la testa per controllare l’ambiente. Giusti provò a cucinare il cane del suo vicino, impallinato poco prima. Aveva ancora il collare giallo con la scritta MIKI. Lo infilò nel forno e non vide alcuna fluorescenza. Sorrise, sputò il molare che era rimasto fino ad allora attaccato per un’inezia e carezzò il gatto. Giusti II balzò giù dal fornello, fece un lento giro intorno al dente, si leccò le labbra con la lingua bluastra e disse "mao".

"Mao cosa?" disse Giusti. "Non hai mai visto un dente?".

"Mao".

"Vorrei vedere te, la vigilia di natale con il frigo vuoto e quattro denti buoni, quattro soli maledetti denti che presto se ne verranno via".

Il gatto, annoiato, gli mostrò la coda e si strusciò contro il vetro caldo del forno.

Suonarono alla porta. Giusti scostò le tendine, spense il forno e andò ad aprire. Le manette gli bloccarono i polsi. "Io volevo solo beccare il cane. Il mio vicino era sulla traiettoria, non lo volevo centrare". E mentre veniva trascinato fuori: "Era un brav’uomo, non lo volevo beccare, davvero, qualche volta giocavamo anche a carte. Era il suo cane che volevo centrare, solo il suo cane".

Giusti II guardò attravarso il vetro del forno. MIKI fissava la parete metallica con i suoi occhi gelatinosi. Quando il forno si raffreddò Giusti II balzò sul davanzale della finestra socchiusa e guadagnò la strada. Gli uccellini in padella, bruciati e maleodoranti, si levarono in piedi a fatica, sguazzarono nell’olio di oliva e si lanciarono in un volo di creta, tracciando lunghe scie bluastre simili alla coda di una cometa.

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