escrementi
L’escremento abbandonato nel parcheggio di mamma azienda penso abbia visto le guerre di indipendenza. E’ un senzatetto, sopravvive agli eventi, sembra quasi mutato in roccia.
Quell’angolo vicino all’uscita non è mai occupato, quindi mi ci metto io.
Ogni volta che mi tocca lavorare arrivo di buon’ora, parcheggio la vespa, do un occhiata per terra. Esso è sempre lì, immobile come si conviene alla sua natura. Più che immobile, ripeto, immutabile. E’ entrato nella mia vita, lo vedo quasi tutti i giorni, è un buon custode, lì nessuno ci mette piede.
Aspetto che la neve se lo porti via, anche se qualche dubbio mi rimane.
Quando fra poco staccheranno la spina di mamma azienda, nel nome di un’eutanasia che poi non è che la morte di chi ci lavora, quando le strapperanno le canne, le fibre, gli organi vitali, quando anche l’ultimo mattone sarà crollato sotto la spinta delle pale meccaniche, io penso che l’escremento rimarrà dove si trova, buono buono, e guarderà crescere nuovi quartieri e nuove famiglie.
Al posto del parcheggio aziendale troveremo una cancellata, un muretto, un cespuglio di ribes – cosa improbabile, quest’ultima – e un bambino compirà un bel mattino di sole, inseguendo la palla, il mitico gesto: non farà in tempo a scorgere il vetusto prodotto canino che già l’avrà pestato, ma per allora, penso, non sarà che polvere.
E a noi, morti e resuscitati da qualche altra parte, rimarranno altri parcheggi, altri escrementi.