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Robirobi
  25.04.2012 | 23:35
e' chiaro che non e' mia moglie
 

 

Lo sapevo. Mia
moglie ora che ci penso non ha quel neo, e nemmeno quella faccia. Io
di mia sorella non mi fido, però. “Hai capito, tu, che non mi
fido? Come ti chiami, tu?”.

 

“Rosaria
Svetlana Singh - mi dice – ma Rosa vado senz'altro bene”

 

“Rosa con quella
faccia? Crisantemo, ti chiamo, se vuoi. Ti chiamo Cris. Ti piace,
Cris?”.

 

Cris abbassa la
testa. A me non piacciono le persone che abbassano la testa. Sono
sempre disposte ad ubbidire e a dire di sì. Io quelle persone le
ucciderei. E poi non sono nemmeno sicuro che sia una cameriera,
perché io di mia sorella non mi fido. “Siediti, Cris, devo farti
un paio di domande, siediti pure sul divano, non avere paura di
sporcarlo, pero dopo puliscilo un po', dove ti siedi”.

 

“Posso siedo,
signor Cordi?”.

 

“Te l'ho detto,
no? Tu non solo devi sederti, ma devi dirmi la verità. Mia sorella
ti ha mandato qui come badante?”.

 

“Assolutamente
no, signore. Io sono solo cameriera. Faccio letti, cucino se tu
voglio...”.

 

Ma qui lo fermo
subito, il fiore dei morti, perché se c'è un cuoco provetto sono
io. La perdono solo perché non lo sa. Ho imparato a Parigi, io.
Lavoravo in un negozio di abbigliamento, mi pare, ma cosa importa?
Parigi è sempre Parigi e infatti quando un cuoco è bravo si chiama
chef e una lampada che funziona si chiama abat-jour.

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  25.04.2012 | 23:35
è chiaro che non è mia moglie
 

 

Lo sapevo. Mia moglie ora che ci penso non ha quel neo, e nemmeno quella faccia. Io di mia sorella non mi fido, però. “Hai capito, tu, che non mi fido? Come ti chiami, tu?”.

“Rosaria Svetlana Singh - mi dice – ma Rosa vado senz'altro bene”

“Rosa con quella faccia? Crisantemo, ti chiamo, se vuoi. Ti chiamo Cris. Ti piace, Cris?”.

Cris abbassa la testa. A me non piacciono le persone che abbassano la testa. Sono sempre disposte ad ubbidire e a dire di sì. Io quelle persone le ucciderei. E poi non sono nemmeno sicuro che sia una cameriera, perché io di mia sorella non mi fido. “Siediti, Cris, devo farti un paio di domande, siediti pure sul divano, non avere paura di sporcarlo, pero dopo puliscilo un po', dove ti siedi”.

“Posso siedo, signor Cordi?”.

“Te l'ho detto, no? Tu non solo devi sederti, ma devi dirmi la verità. Mia sorella ti ha mandato qui come badante?”.

“Assolutamente no, signore. Io sono solo cameriera. Faccio letti, cucino se tu voglio...”.

Ma qui lo fermo subito, il fiore dei morti, perché se c'è un cuoco provetto sono io. La perdono solo perché non lo sa. Ho imparato a Parigi, io. Lavoravo in un negozio di abbigliamento, mi pare, ma cosa importa? Parigi è sempre Parigi e infatti quando un cuoco è bravo si chiama chef e una lampada che funziona si chiama abat-jour.

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  05.04.2012 | 19:18
vengo paese lontano
 

 

 

Vengo paese lontano, più lontano tuo paese lontano e se tu abito vicino, più lontano ancora.

Vengo via perché mio padre muoio e mia madre dopo tre mesi muoio dolore, più dolore che canile. Io prima che vengo qui ho canile, che chiamo Gechi, proprio canile chiamo così, ma quando rimango sola e devo venire via questo paese devo abbandono canile Gechi, cento cani dentro, ma dolore cani sono metà dolore padre e dolore madre che muoio dolore tre mesi dopo. Dolore genitori sempre due volte. Dolore marito anche quattro volte, perché abbandono Gechi tomba mio marito che faccio dispetto cani e così dieci zero quattro mattino sole, cane stanco che mio marito arrivo piano e urlo e spavento mentre cane dormo, mio marito faccio bu e cane faccio gnam, dieci zero quattro. Dieci e trenta pezzo qui pezzo là, testa mio marito, vicino cane, sorride scherzo. Forse.

Vengo paese tanto lontano che consumo due paia rotaie per arrivare e trovo lingua così diversa che prima che chiedo dove sono bagno faccio tutto addosso. Se non parto muoio allora parto e anche se ci metto tanto che imparo lingua faccio così. Uno mese guadagno soldi uno anno e mio paese tutti dico che io sono regina, anche se porto questo grembiule nero. Mio paese muoio anch'io, ora sono donna senza passato, passo presente che pulisco e solo mentre pulisco mi accorgo che sono presente. Non ho futuro perché non torno più giorno futuro mio paese, senza Gechi e senza marito. Anche se Dio non voglio che muoio, io muoio mentre pulisco alone tavolino e lui lo sa. Muoio ogni volta che pulisco, ma questo devo faccio, casa signor Cordi.

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  04.04.2012 | 20:26
quando sollevai lo sguardo
 

 

Quando sollevai lo sguardo mi resi conto che la donna che avevo sposato non era più la stessa. La femmina che un giorno mi aveva fatto perdere la testa con le sue gambe infinite e i boccoli rilucenti come una cascata di monete d'oro, eccola, all'improvviso, vestita in modo dozzinale, trascurata, con un neo cresciuto chissà quando proprio al centro della fronte, una specie di parabola satellitare. Si trascinava mormorando mozziconi incomprensibili e voltava la testa su e giù, avanti e indietro, come una povera pazza.

“Io credo di non amarti più” le dissi piano, come se la verità sottovoce potesse essere meno dolorosa.

“Tu mai amo me, sono nuova cameriera e vengo paese lontano” disse, sputando sul vetro del tavolino per togliere un alone.

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  17.11.2011 | 18:51
denti
 

 

L'Omino Stanco arricchisce il gusto! Hai mangiato letteratura pesante? Gli sfiziosi raccontini, con la loro leggerezza sono l'ideale per il tuo cervello intasato. Provali! Dante e Manzoni saranno solo un ricordo senza parole, anche durante un'interrogazione!

 

 

 

Gabo chiuse il suo occhio a mandorla per pensare. L'altro era bendato, si diceva nascondesse un terribile segreto. Curvo, lento come la nonna della vecchiaia, Gabo si recò dal dentista e per l'ultima volta con tutta la sua fila di denti sorrise all'infermiera. L'infermiera gli regalò il molare che si era fatta estrarre il giorno precedente.

Gabo si accomodò in poltrona. Il dentista, per mostrare che era un bravo dentista, aveva un paio di denti bianchi e sanissimi anche dentro le narici.“Le devo togliere il 26” disse.

“Me li tolga tutti”.

Il dentista gli fece un preventivo e Gabo, con un gesto della mano che evidenziava tutto il suo disinteresse, gli fece cenno di proseguire. Alla fine si fece mettere i denti in una borsina e li portò a casa.

“Fammi un brodino” disse alla moglie. Lei gli mise davanti la solita costata di manzo e lui fece un gran sorriso sdentato. Così la moglie, per la prima volta nella vita, gli dovette preparare un brodino. Gabo ci strizzò l'occhio scostando la benda. Se l'aveste visto, era una cosa da far paura, ma in apparenza non c'erano segreti terribili, solo un'orbita vuota.

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  12.11.2011 | 20:04
corsia 3
 

 

Fabio si tuffò nella corsia 3, dentro l'utero di sua madre, e la percorse a bracciate vigorose, come uno spermatozoo adulto. Fra gli umori clorati che lambivano il corpo, cosa sua e non sua, le bolle rilasciate dai polmoni parlavano di suoni ancestrali sopra l'intreccio di mattonelle azzurre.

Il corpo. Quasi si era dimenticato di averne uno, chiuso tutti i giorni dentro un ufficio buio, privo di finestre, esposto a ovest. Fabio guardava sulle croste del muro e ci leggeva soli mobili che avanzavano oltre la parete, declinavano nei cieli uterini, tornavano uova insieme agli altri pianeti.

“Questa schiena reclama nuoto, tu sei capace di nuotare?” gli aveva chiesto il suo medico, battendogli una mano fra le scapole.

“Nuotavo da piccolo”.

“E poi?”.

E poi basta, stupido medico, il nuoto gli faceva paura come una domanda troppo ben riposta, era la morte mobile e anaerobica dei mari planetari dentro il mare della vita. Piatto, limpido, uguale a se stesso nei giorni e nelle notti di ogni respiro.

Un respiro, un giorno. Un respiro, una notte. L'aria urtava i denti e il palato e si insediava negli alveoli. Una bracciata, l'altra lesta a rincorrere la prima, il fiato usciva morto e inutile e pieno dei pensieri di quel corpo estraneo nell'utero materno nella corsia 3.

Madre, che hai fatto?

Madre, perché mi hai fatto?

Le madri erano dee senza un perché. Mettevano al mondo i morti viventi, ne cannibalizzavano i ricordi, li abbandonavano nelle piazze e negli uffici senza finestre.

“Fai un po' di piscina, un paio di volte alla settimana” gli aveva detto lo stupido medico carezzandogli la spina dorsale. Fabio cercò di non pensare ai mari assassini, solo al suo mare, respiro di luce respiro d'ombra. La corsia densa come cemento fresco si seccava accogliendo le impronte dei suoi pensieri, ecco, le leggeva sul fondo, ventidue come gli anni, impronte di orso nel guado di un ruscello.

Fabio sorrise suo malgrado e un sorso d'acqua gli mozzò il respiro e per un attimo i mari assassini lo avvolsero e presero il sopravvento, la corsia diventò un molle antro privo di luce e di risoluzione.

Eppure il ragazzo era riuscito da subito a imbrigliare le sue paure, aveva comperato la cuffia e gli occhialini e si era lanciato deciso. “Questi hanno il nasello regolabile, li metta così... no, l'elastico più in alto, sopra la nuca, altrimenti l'acqua rischia di entrare, venga qui, faccia vedere” gli aveva detto la commessa. Glie li aveva sfilati, regolati e rimessi, facendogli piegare il capo come un atleta medagliato sul podio.

La piscina evocava tutto meno che acqua, era un liquido amniotico dove il corpo a bracciate possenti cavalcava il tempo al ritmo dei respiri. Luci, ombre. Era una serie parallela di spine dorsali galleggianti e colorate - carezzate da stupidi medici - che accompagnavano la sua, carica di organi e di muscoli temporanei, ormai pesante sotto il peso del tempo trascorso dalla prima immersione e del moto di conquista e ripiegamento sulle orme ormai disseccate dell'orso.

Fabio ne aveva le movenze e la corporatura, la faccia mite, la rabbia pronta. In debito d'ossigeno ingoiava acqua e aria e spiava l'assistente bagnino che si grattava un'ascella. Quella domenica, il giorno più tranquillo per un nuotatore, Fabio era lì solo per sua madre, per averla intorno, con le acque e le ossa e il suo tempo che si allargava in brevi onde inghiottite dalle griglie dei bordi.

“Non andare, oggi” l'aveva ammonito il padre ed era rimasto con sua moglie, nel posto più asciutto del mondo, silenzioso come una piscina festiva.

Devo perché sono un orso, devo perché la schiena, perché lo stupido dottore, devo per lei, perché mia madre ora è la piscina e io le corro dentro come se non fossi più nato.

Emerse dalla vasca, sedette sul bordo e si guardò intorno. Un nuotatore in corsia 1, uno in corsia 6.

Alle cinque si chiude. Chiudere mia madre, chiuderla qui dentro fino a domani, lasciarla sola sotto il sole cadente di primavera che attraversa la vetrata gigantesca fino a tornare uovo, sotto terra.

Negli spogliatoi i soli rumori erano una goccia nel lavandino e il bisbiglio dello sciacquone rotto.

Fabio entrò rabbrividendo nella doccia e chiuse gli occhi. L'acqua calda gli disse che era solo e vivo ed era di nuovo nel mondo senza finestre.

Lo specchio gli rimandò le grosse zampe e le fauci gialle e il pene intirizzito e inutile. Si odiò un'altra volta, cinse la vita con l'asciugamano e lasciò correre sui capelli il getto d'aria calda, le braccia stese lungo i fianchi, fino a sentire le orecchie incandescenti.

Giunsero voci di bambini, là fuori, che stavano pattinando sulla pista, e insieme lo squillo del cellulare. Il suono era una campana dai rintocchi lenti e cadenzati e quando Fabio rispose seguì un silenzio sospeso del mondo, poi un respiro d'ombra. “Vieni subito, se ne sta andando”.

Il ragazzo guardò il telefonino come se fosse un oggetto sconosciuto.

“Tra dieci minuti si chiude” disse una voce. Era il vecchio segretario, che gli faceva segno con la mano, avanzando a passi sbilenchi.

L'asciugamano cadde sul pavimento bagnato.

“Ehi – disse il segretario – non ha visto l'avviso? Vietato girare nudi per gli spogliatoi. Vietato! Ehi, lei, mi ha sentito? Dico a lei, sa? Cosa le prende, è sordo?”.

 

 

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  17.09.2011 | 16:48
mezzo
 

non esistono più le stag e anch'io mi sento un po' uo. E' un periodo così, moto vecchia e strade dissestate. Se passa il mese mi dedicherò per il resto dell'anno all'arte che mi manca e che completerà uomini e stagioni, la letteratura, la sola cosa, che io sappia, tangibile più della vita stessa.

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  12.05.2011 | 22:49
elastici e no
 

 

Sei elastico!”.

Io, ancora appeso al quadro svedese, guardai il mio professore di educazione fisica, pensando che scherzasse. Era molto serio. Volle sapere dove avevo fatto ginnastica prima di allora, e chi mi insegnava.

Più tardi cercai di ricordare qualche episodio della mia infanzia che mi aveva rivelato quella predisposizione. Facevo le capriole sul letto matrimoniale con mio fratello, ma questo penso lo facciano tutti i bambini. Facevo anche la verticale, nulla di eclatante. Salvavo le mie amichette di cortile dai cattivi, e come Zorro mi arrampicavo sui muri perimetrali del condominio. Forse non tutti facevano anche questo.

Incredibile a dirsi, ma anche a farsi, afferravo la ringhiera delle scale con la mano sinistra e con un balzo divoravo dieci gradini, una rampa intera. Sono sicuro che questo non lo faceva nessuno. E se qualcuno l’avesse fatto, per piacere mi contatti al più presto, voglio vederlo in faccia, questo individuo esentato dal buon senso. Sarebbe stato sufficiente un minimo errore di calcolo, una lieve imprecisione, un tentennamento, un ripensamento appena abbozzato, per distruggere caviglie, piedi, talloni, ginocchia. Ma c’era l’incoscienza sposata alla giovane età, che insieme sanno fare grandi cose.

Prendevo il piede e lo portavo dietro il collo. Sapevo anche muovere le orecchie, come Dumbo, ma non riuscivo a volare. Non dispero – anch’esso ha iniziato dal nulla - ma non ho ancora trovato un corvo disposto a insegnarmi.

Ci sono anche cose che ho sognato di fare, come saltare dal quarto piano verso la cima ondeggiante di un alto ginepro, e farmi accompagnare dolcemente a terra dai rami progressivamente flessi sotto il mio peso, ma l’ho riservato per i casi più drammatici e inverosimili, come un incendio, o un tentativo di cattura ed esecuzione capitale da parte dei soldati di un dittatore. Niente incendi e niente dittatori, in apparenza.

Erano le gesta dei tempi eroici, quando ero piccolo e non sapevo ciò che facevo, e tuttavia lo sapevo fare.

Poi sono diventato grande, ho smesso i panni dell’eroe. Ho una cantina, nel mio cervello, piena di costumi da scena, in special modo di pirati. Il problema di quando si diventa grandi è che per lo più si sa ciò che si fa, ma non si è capaci di farlo.

E’ così che ho cominciato a infortunarmi, e così continuerò, perché sono come un’automobile che lasci al parcheggio e ritrovi ammaccata, o una casa che si scrosta, o una trave che al sole si scolora. Con il passare del tempo aumentano le cicatrici, e non c’è verso che accada il contrario.

Con il tempo aumentano anche le cicatrici dell’anima, o di quella che chiamiamo anima, ma deve essere da qualche parte del pensiero che noi abbiamo i marchi pirateschi, le ferite secche, ma slabbrate, le ulcere inveterate che col cambiare del tempo si fanno sentire camuffandosi da mal di capo o dolori artritici. Sono sogni perpetui ormai in disuso, speranze non più belle e forse più nemmeno vive, immagini di un immaginario annegato nel tempo logorante. Sono le macerie del proprio credo ancora fumanti, e le promesse avvizzite come un frutto che si conserva sempre per il giorno a venire, per tanto di quel tempo che poi ci si scorda.

Seguire una dieta rigorosa non basta, non giova riparare la pelle dal sole, o le ossa dall’umidità, non è sufficiente staccarsi dal mondo o lottare fino allo stremo. Ogni giorno che passa, ogni parola che si dice o si tace, ogni persona che si cerca o si evita, rendono comunque sempre un po’ più incapaci e inadeguati.

Mi dispiace, professore, non sono più elastico come un tempo.

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  21.02.2011 | 22:56
disputatio brocculi cum spinacio
 

di Alessia Stradiotti

 

 

Un bel mattin di sole,

in cucina, dove la pancia duole,

un broccolo e uno spinacio litigarono a parole.

 

Questo incominciò: “Io sono il più forte di tutti gli ortaggi,

perché tengo tanto ferro

e sono il preferito dei saggi”.

 

Quello replicò: “Tu sarai il più vigoroso,

ma sei pure un po’ noioso;

io sono il più carino, perché piaccio anche a un bambino”.

 

Lo spinacio continuò: “ Tu puzzi come uno sterco,

non sei proprio quel che cerco;

io son tanto delicato, lo senti col palato”.

 

Il broccolo pronunciò: “Ti restringi come una spugna,

rispetto a te è meglio una prugna;

io mi difendo dal nemico con la mia scorza verde antico”.

 

Il dur litigio incolto, non durò ancora per molto,

quando arrivò un maiale che con la sua arma letale

le verdure divorò e mai più se ne parlò.

 

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  20.02.2011 | 11:52
evasi
 

Il poeta Joseph Brodsky, o, nella dizione russa, Iosif Brodskij, scrive su Montale che “anzichè imitare la vita, l'arte imita la morte, imita quel regno sul quale la vita non offre alcuna nozione”.

 

Chi come me condivide la sua affermazione, sostiene nel contempo che non possiamo fare a meno dell'arte, perché l'arte non è evasione. Se mai, fu il giorno del nostro concepimento o della nostra nascita a segnare il nostro esilio, la perdita di un'identità universale a favore di quella anagrafica. Quello della vita non è il nostro terreno, ma l'arte ci aiuta a ritrovare la nostra dimensione extra-corporea.

 

 

 

Scrive Brodskij della farfalla:

 

 

 

Sei migliore del Nulla.

 

O meglio: sei più prossima,

 

sei più visibile.

 

Di dentro, ad esso

 

del tutto simile.

 

Nel volo tuo

 

il Nulla acquista carne;

 

nel quotidiano strepito

 

ecco perché

 

uno sguardo tu meriti:

 

sei la barriera lieve

 

fra il Nulla e me.

 

 

 

Nella scrittura ritroviamo l'universo da cui siamo evasi, che abitavamo cento anni fa e che abiteremo fra cento anni. Uno scrittore lo lascia intuire, ma un poeta ha il potere sovrumano di mostrarlo fra le nebbie della vita.

 

 

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