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Robirobi
  14.09.2014 | 22:51
la consapevolezza del carciofo
 

Dovette essere per un eccesso di vitamine, o per il cambio di marca del concime che il nuovo agente aveva rifilato con uno sconto del cinquanta per cento, che nella carciofaia dei fratelli Savioli il terzultimo carciofo della penultima fila acquistò una consapevolezza tale da fargli capire che l'appiattimento della linea dell'orizzonte terrestre era proporzionale alle dimensioni della sfera. Non che proprio avesse espresso il concetto in questi termini, ma gli bastò guardare una goccia brillante di rugiada che correndo sopra la sua corazza a scaglie, simile a una gonna vedovile, era andata a perdersi fra le crepe del terriccio.

Gli altri carciofi, terrei e mesti, si stavano nutrendo e crescevano per diventare cibo. “Questo no!” protestò il carciofo, ma i fratelli Savioli vedevano in quel fazzoletto popolato di cappelli puntuti la prossima rata da pagare alla banca.

Sono buoni da tirare su” disse il grasso Savioli, asciugandosi le gocce di caffè sul pizzo bianco.

Ma come lo prendi il caffè, tu, al volo?” disse il magro Savioli, asciugando un'altra goccia sul sopracciglio del fratello. Poi, dopo una pausa trascorsa a osservare le unghie: “Sai, ho fatto un sogno”.

Che sogno hai fatto?” disse il grasso, avvicinando il bisturi alla vita del primo carciofo.

Ho sognato che volevo scopare tua moglie”.

Il grasso Savioli avvicinò il bisturi al collo del fratello, che lo prese come un gioco. “Mica c'è stata, lei, mi ha detto che ero troppo brutto, e così mi sono svegliato”.

I sogni sono desideri, dicono”.

Io non desidero tua moglie, non è colpa mia se la sogno, se mai è colpa sua, che mi viene in sogno”.

Le dirò di stare più attenta” disse Savioli grasso, perpetrando il genocidio.

Il magro si avvicinò al carciofo consapevole. L'aveva appena sfiorato col guanto, che lanciò un urlo. “Che hai?” disse il fratello. Il magro si coprì il volto e corse in bagno. Il grasso, contrariato, sospese la decapitazione e raggiunse il fratello. “Che ti prende?”.

Savioli magro gemendo si scoprì il volto. Le foglie puntute, conficcate nella pelle, gli avevano creato una barba curiosa, verde e folta come un cespuglio. Il fratello non poté fare a meno di ridacchiare.

Non c'è niente da ridere, lo so che adesso ti diverti, ma un sogno è un sogno”.

Lo so che sei un brav'uomo”, disse Savioli grasso, che al contrario del fratello con la cognata non si era solo limitato alle visite in sogno. “Aspetta che ti aiuto a levare questa roba”. Ma il ferito già correva alla penultima fila a esigere la testa del terzultimo carciofo. Di esso però, nessuna traccia, solo un piccolo cratere e impronte di radici che si allontanavano verso una direzione indefinita.

Il carciofo vide che il mondo, fuori dalla carciofaia, era vario, meno geometrico, forse più imprevedibile. La città aveva un ritmo in cui morte e vita non erano più così definiti. Il carciofo si guardò nella vetrina e fece schifo a se stesso, era come quegli ortaggi inerti che giacevano nelle bare di legno scoperchiate davanti agli ingressi dei fruttivendoli.

I manichini delle vetrine d'abbigliamento ammiccavano, e il carciofo capì che la prima cosa da fare per stare al mondo era un vestito. “Ho visto il sole, ho visto l'erba” disse al commesso di una boutique. “E' così che voglio vestire”.

Un vestito che le faccia risaltare le spalle” disse il commesso, con un dito poggiato al labbro. “Cravatta verde come l'erba, vestito giallo canarino. Solo così sarà carino, un buon esempio di cittadino”.

Il carciofo pagò con la carta di credito presa in prestito senza permesso ai fratelli Savioli. Era il minimo che potessero fare per lui.

Quando uscì dal negozio tutti si giravano a guardarlo. “Che fico, il carciofo”, dicevano.

Il carciofo si trovava a proprio agio nel mondo, solo aveva un po' sete. Entrò in un posto dove vedeva gente alle prese con liquidi colorati, e ordinò acqua con molto azoto e doppio potassio. Guardò compiaciuto il barman e disse: “Lo so che sei un brav'uomo”.

Offre la casa” disse il barman e lo guardò uscire, con il passo incerto di chi non sa che strada prendere. Il carciofo vide degli strani cartelloni, giganteschi, riempiti di facce sorridenti, una di fianco all'altra, che promettevano un mondo migliore. “Forse è quello che voglio” disse fa sé. Un taxi si fermò di fianco a lui. “Ha bisogno, dottore?”.

Voglio un mondo migliore” disse il carciofo, indicando una delle facce, che aveva uno sguardo estatico, quasi che il mondo migliore non fosse sulla terra.

L'ho capito subito, che lei è un onorevole, disse l'autista, destreggiandosi nel traffico. “Con quella cravatta, con quel vestito”.

Giallo come il sole, verde come l'erba” sottolineò il carciofo.

I colori della libertà” disse il tassista inspirando forte, come se potesse inalarli. “A che ora prende la parola?”.

Cos'è l'ora? E soprattutto, cos'è davvero un mondo migliore?”.

L'autista sorrise, guardandolo nello specchietto. “Ci siamo” disse, inchiodando. “In bocca al lupo. Questa corsa la offro io”.

La piazza era gremita, le bandiere infilavano il vento come serpenti, bisbigliando di speranza. Gli aliti e il sudore non erano più così cattivi e le pelli appiccicose si toccavano e si cercavano come se copulando in modo epidermico potesse nascere un nuovo soggetto, diverso da quello universalmente riconosciuto dall'analisi logica. Acqua e birra scorrevano a fiumi e quando l'onorevole Armando Sissi si avvicinò al microfono, con il suo vestito dozzinale seppure firmato, il carciofo pensò che si apprestasse a sgozzare il popolo. E invece Sissi fece un mestiere sopraffino, li uccise tutti senza sangue e anzi la folla applaudiva e ringraziava. “Sarebbe un passo avanti per l'umanità se anche gli ortaggi fossero pronti ad immolarsi con un grazie - pensò – e io posso essere il portavoce. Uomini, bestie, insalate e larve fino ai sistemi di vita più elementari. Cosa c'è di meglio che morire ringraziando?”.

Così, prima che i funzionari delle segreterie di partito se ne rendessero conto, al termine del primo intervento, quando gli applausi erano ancora caldi, il carciofo balzò davanti al microfono, che un tecnico inconsapevole e premuroso si premurò di abbassare al suo livello.

Sulla folla scese il silenzio. Il carciofo si rese conto dell'effetto che aveva procurato la sua apparizione e si godette quella manciata di secondi sospesi, molto più confortanti delle urla silenziose dei suoi fratelli trucidati nella carciofaia.

Ho fatto un sogno” esordì. I politici navigati saltarono sulle sedie. “Chi vuole imitare, Elvis Presley?” sussurravano. “Il mago Houdini?”.

Il carciofo puntò una foglia su uno di loro in prima fila. “Ho sognato che volevo scopare tua moglie”.

Un boato di ilarità si sollevò nella piazza, fece tremare i vetri del municipio, fece vibrare di fremente attesa i pesci rossi nella fontana del prozio di Nettuno. Un bimbo scoppiò inseme a un palloncino e la madre fece gonfiare di elio un nuovo bambino, senza staccare gli occhi dall'oratore.

Ma lei mi rispondeva che ero troppo brutto” proseguì il carciofo, con aria desolata, sotto uno scroscio di risa, mentre il tipo in questione, politico sulla cesta dell'onda da un trentennio, riprese il suo colorito ed anzi batté le mani come un bambino. “Bravo!” gli scappò da dire.

Lo so che sei un brav'uomo - disse carciofo - e tu e tu” puntando gli aculei a caso sulla folla. “Bravi uomini con le mogli perse nei sogni e le idee dimenticate negli ideali della giovinezza. Siete mai stati irrigati nella vostra infanzia? Concimati, accuditi, per poi morire?”. La folla, invasa dalla nube nera evocata dalle parole, si fece triste e mugolò di disappunto. Il carciofo levò un aculeo per chiedere più silenzio. Pensò a qualche parola illuminante dei fratelli Savioli. “Ma come lo prendi il caffè, uomo della folla, al volo? Conosco le tue mattine veloci, occorre che dopo il caffè ti dia la sveglia uno come me, che non pensa solo al tuo mattino, ma al tuo domani”.

E questo da dove esce?” chiese l'onorevole Sissi, ma ormai bastava una parola qualsiasi, come pioggia, eiaculazione, tiritera, abbecedario, passami uno stuzzicadenti, per fare del carciofo un profeta del Nuovo Domani, nuovo con la maiuscola per distinguerlo dal vecchio, domani con la maiuscola per distinguerlo da quello uguale all'oggi.

Tutti si spellarono le mani dagli applausi e quando salì sul palco il terzo oratore la folla sazia si disperse per tornare a casa. “Anch'io avevo in serbo un domani migliore” si disperò quegli, guardando un vecchio che si stava tagliano le unghie dei piedi in prima fila.

Il domani è quel carciofo, pare” commentò il vecchio.

Colpi bassi” disse l'oratore. “Io non ho mai utilizzato i cavoli del mio orto per la mia campagna politica”.

Il mondo cambia in fretta, signore” disse il vecchio, infilò in tasca il tronchesino e fece un cenno di saluto al carciofo che si godeva la piazza deserta e le sedie vuote.

Sei un brav'uomo, ho sognato che volevo scopare tua moglie” disse la pianta, a corto di idee e di sali minerali.

Troppo vecchia per entrambi” replicò il vecchio. Accese una sigaretta, si fermò davanti a un bar, fece ancora un tiro, buttò il mozzicone e sparì dentro.

 

 

 

 


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  10.09.2014 | 22:06
non spegnere
 

 

 

   Un cane abbaiava sotto il grande albero nei pressi del cancello, poi guardingo si spostava sul retro. E così minuto dopo minuto.

Nel letto una donna fumava una sigaretta e piangeva, ma in modo sommesso, a intervalli, non un pianto di disperazione, ma un valvola di sfogo quando la pressione interna era troppo alta.

Te l'ho già detto, che mi dispiace?” disse l'uomo.

Ti credo” disse lei e guardò fuori, nel giardino bianco, dove il cane correva avanti e indietro, dal cancello alla porta, uggiolando.

Mi fai fare un tiro?”

Lo sai che non puoi.”

Sì che posso.”

Non ci riuscirai” disse la donna e gli infilò la sigaretta fra le labbra.

L'uomo aspirò e gli vennero le convulsioni. La donna gli carezzava la guancia, senza scomporsi. Una vecchia in uniforme bianca spalancò la porta e osservò il fumo nell'aria, come se guardasse una giornata nebbiosa sulla porta di casa. Poi, ignorando la donna, fissò l'uomo in un letto troppo piccolo e fece un sorriso di circostanza. Tutto bene, Elio?”

Il respiro dell'uomo tornò regolare. Guardò la vecchia e gli venne da alzare la mano, ma si accorse che non poteva muoverla. “Benone.”

La vecchia bianca scomparve. Elio cercò con la lingua i residui del fumo. La donna gli prese la mano e giocò con il suo anello, ma Elio sentiva solo un formicolio diffuso, che saliva fino all'ascella.

Hai già prenotato per le vacanze?”

La donna accese una seconda sigaretta per non rispondere e si impegnò nell'osservazione del fumo. La stanza era un porto nella nebbia. L'uomo pensò di farle un'altra domanda, ma si accorse che cercava e cercava, e non ne veniva nemmeno una. Allora provò a dire qualcosa, ma anche le cose da dire non erano poi molte. “Vai a casa, ci vediamo domani.” Gli sembrò una buona frase, anche se la ripeteva tutte le notti.

La donna schiacciò la sigaretta nel posacenere e gli disse che forse l'indomani avrebbe tardato.

Non fa niente, ho la vecchia” disse Elio, poi guardò la donna perché gli piacevano i suoi sorrisi e sperava che sorridesse almeno un po'. Invece lei non sorrise e lui dovette chiederglielo, anche se sapeva che non era bello chiedere un sorriso.

Magari domani mi verrà” disse lei. “Tu spara una battuta quando arriverò, sei un maestro.”

Me lo dici in senso ironico?” chiese l'uomo.

Ironico? Far ridere è il tuo mestiere.”

Elio sentiva che non avrebbe retto per molto la conversazione, non solo perché stava diventando noiosa, ma perché era meglio dormire, prima che arrivasse il fantasma. Si mostrava intorno alle due e mezza, tre di notte, prima della medicina, e voleva portarlo via. La sola cosa da fare era prenderlo in giro o raccontargli qualche barzelletta sporca, così se ne andava. Succedeva intorno alle quattro. Poi arrivava un breve sonno e poi la luce del giorno dentro la luce delle lampade. Ma l'alba era un corpo estraneo.

Non faccio più tanto ridere. Quando faccio una battuta la vecchia mi guarda con lo stessa faccia di quando è entrata qui poco fa.”

Questa volta lei sorrise ed Elio, che non ci sperava più, si illuse che quella notte i fantasmi non sarebbero andati a trovarlo.

Quando Carla se ne andò Elio le chiese di non spegnere la luce, perché voleva la stanza ben illuminata. Chiuse subito gli occhi, per ripassare il suo sorriso e per portarlo con sé tutta la notte. Ma poi sentì il cane guaire, come se fosse stato picchiato. A Carla non piacevano i cani. Nemmeno gli umani, ma i cani ancora di più. Sicuramente gli aveva rifilato un calcio, al suo Flok. Si chiamava Flok? Forse sì, forse no. Ma Flik, l'altro cane, era morto, più sì che no. Era rimasto Flok e adesso guaiva di dolore. Al proposito aveva un po' di confusione, perché sapeva che Flok era un vero bastardo, capace di fingere per attirarsi la comprensione del padrone. Senonché Flok, il cane infingardo, fingeva solo nei varietà del sabato sera, lo ricordava bene, Flok il cane infingardo. Ora però non poteva fingere, non era il mondo dei comici. O forse quello non era un guaito, perché Carla non era capace di picchiare, nemmeno per rabbia o per disperazione. Era un bel mistero. Elio tentò di alzarsi, ma non mosse un muscolo. Così chiamò: “Flòk! Floòk!” e il cane rispose e questa cosa lo rassicurò.

Almeno fino all'arrivo del fantasma, che non ispirava fiducia, perché era del genere più insidioso, che muta forma e aspetto a seconda dell'ora. Era un perdono mai chiesto, un'occasione mancata, una coscienza incosciente e irrispettosa che lo derideva. Era il fantasma del tormento, che lo indispettiva con i ricordi e minacciava di portarlo via. Quella volta lo spettro fu più benevolo, semplicemente lo vegliò fino alle prime luci del giorno e allora il cane prese a ululare in modo strano, un cane da cartoni animati e dal portamento anomalo e quasi umano, che cercava di stanare il padrone con sotterfugi e guardava la finestra della sua stanza, sperando che si aprisse.

 

 

 

 

 


 

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  08.08.2013 | 23:14
aiuto mi sono perso tour - cartigli
 

Soncino, 9 agosto

 

E quindi, ragazzi, lasciatevelo dire da chi ha alle spalle una vita di smentite e rettifiche, rispetto a quella che è la storia ufficiale, che è poi quella dei creduloni. Soncino, come dice il nome, è una vecchia colonia cinese. Da “son”, prima persona presente indicativo del verbo essere, e “cino”, contrazione che rimanda al popolo cinese. Se guardate negli occhi i soncinesi, non ci vedete un lontano richiamo?

Cosa stavo dicendo? Appunto. Ezzelino da Romano. Non che fosse romano, parliamo delle pendici del Grappa. Scava che ti scava, saltano fuori i suoi resti, davanti alla faccia allibita del povero operaio. Una mandibola qui, un omero là. Solamente che c'era un progetto di restauro in corso, c'era un giro di soldi, e se salta fuori Ezzelino, vivo o morto, tutto si deve fermare. Allora l'amministrazione decide di spargere ad arte una versione alternativa. All'alba, centinaia di indiani, insieme alle offerte dei supermercati, infilano nelle cassette della posta di mezza Lombardia la storiella che sono stati trovati i resti dello Yeti. Senonché lo Yeti, ai tempi della morte di Ezzelino, aveva mandato una cartolina al vescovo di Vicenza, che tra l'altro dovette pagare una multa perché suddetta cartolina era priva di francobollo. Come lo so? Ho corrotto la portinaia del museo, con un boero. Scaduto, fra l'altro, per dire come le persone si accontentano di poco. E di come gli ignoranti manovrino i destini dei popoli. Vogliamo parlare della chiesa? 1480? Ha! Se voi andate a leggere il cartiglio spalmato sulla parte superiore dell'arcata inferiore dell'ortopanoramica absidale, l'ignorante che sono io legge con gli occhi naif la pura verità, quando i dotti vogliono leggervi a tutti i costi ciò che pensavano ci dovesse essere, rimanendo così ciechi dalla nascita. E' chiaro che il Petroselinum Crispum si riferisce alla mascotte del parco giochi di Gardaland e la fondazione della chiesa è quindi da posticipare di circa cinquecento anni. Perché queste manipolazioni? Ai maggiorenti erano chiaramente invise le montagne russe, e a tal proposito ho scritto un libro , stampato in 50 Paesi: “Montagne e insalata, come sputtanare la Russia”.

Che cosa dicevo? In un libro scritto quando avevo circa sette anni, per il quale ricevetti un commento entusiastico della mia maestra, ormai defunta, raccontavo inoltre di come il quartiere guelfo, che i dotti hanno subito interpretato con Guelfo – perché vedono solo ciò che vogliono vedere – fosse in realtà il quartiere dell'elfo, perché fino al tardo medioevo le contrade che si diramavano verso Crema e Bergamo erano abitate dagli elfi, in contrapposizione ai folletti. E' palese che guelfi e ghibellini c'entrano come i cavoli a merenda, ma cosa vuoi, se fai della polemica, se vuoi ripristinare la verità, se calpesti i vergognosi interessi dei piccoli boss di provincia, poi ti vogliono male, non ti fanno entrare nei bar, ti fanno gli scherzi telefonici. E così vivo e lascio vivere, ma ogni tanto mi piace raccontare alla gente di qui, e anche agli altri come voi, piccoli coglioni smarriti vestiti di rosso, le vicende che riguardano il mio territorio. Dove già a cinque chilometri da qui, da questa piazza principale, eri straniero, tanto che mia madre mi imponeva di cambiare le vocali delle parole, per nascondere l'origine. Un chilo di pane diventava così una chela di pene e uno pensava che se non eri nato lì, ci andavi comunque molto vicino.

Bene, ragazzi, il tempo è terminato, ora vado a casa a scrivere il mio trentunesimo libro, “Ci sono tre ma non si sa perché”, dove racconto le storie degli scribacchini di guide all'alba del ventunesimo secolo. Così i figli, che scaricano gli errori sui padri, dovranno fare un esame di coscienza, e insegneranno ai figli che bisogna diffidare degli amministratori, dei vagabondi come voi, di tutti in generale, meno di quelli che passano di qui a offrirmi un caffè. Una di queste vite vi stamperò la mia guida, che si chiama “Esploratori dell'universo”, dove voglio che anche le galassie abbiano un loro lato umano, perché una galassia nuda, senza gente bastarda che la sevizi, è un antico, bellissimo monumento di pietre mute e irriconoscibili.

Arrivederci dunque, cari ragazzi, e ricordate che i cartigli sono molto importanti, e che la chiave d'accesso alla storia sono una governante, o una cameriera, o una custode, corrotte in qualche modo, che sta a voi trovare.

 

 

 

 

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  07.08.2013 | 23:16
aiuto mi sono perso tour - Stiamo scrivendo una gu
 

Aiuto mi sono perso tour

PALAZZO PIGNANO, 7 agosto. Suoniamo uno degli innumerevoli campanelli dell'antica dimora del conte. Dopo un'ora che suoniamo, come bambini dispettosi che scappano via – però noi rimaniamo lì come ebeti – risponde una voce.

Stiamo scrivendo una guida, potremmo entrare?”.

Guida? Un attimo”.

Silenzio. Cominciamo a pensare che passeremo la notte davanti ai cancelli però, per un conte, questo e altro.

Pronto?” dice French, sentendo scariche elettriche nel citofono. Nessuna risposta. Poi il cancello si apre e ci mostra un tipo malaticcio, magro, tutto vestito di nero, calzoncini e scarpe da ginnastica.

Lei è il conte?” chiede French, sperando che non sia il conte.

Sono il genero” dice costui, che in effetti ha l'aria patita del genero di un conte e ne ha già ereditato il sangue acquoso. Gli ripetiamo la tiritera sulla guida e bla bla bla.

Il genero medita un po' come un genero, carezzando il cellulare come se dovesse trovare una risposta credibile in rete. Poi ci dà la più ovvia delle risposte che ci può dare un genero. “Avviso mia moglie, intanto spostatevi al cancello successivo e suonate lì”. Quello dei campanelli deve essere un rito d'iniziazione. Suoniamo lì ed esce la figlia del conte, ci mette mezz'ora ad attraversare il cortile, non che lei sia lenta, è il cortile che è vasto – e al di là del cancello vede tre disperati sudati che stanno cercando di fare un sorriso nobile, senza avere idea di cosa sia un sorriso.

Stiamo scrivendo una guida e bla bla”.

Ragazzi, mi dispiace, ci vuole un appuntamento, oggi è una giornata terribile, siamo in riunione”.

Noi siamo spiazzati, perché fino a ieri non pensavamo che i conti fossero pieni di impegni, o che tenessero delle riunioni. Noi li pensavamo in piscina e basta.

Topus fa un sorriso da bambino abbandonato a quattro anni che ha bisogno di affetto e comprensione, e riesce a strappare alla contessa un numero di cellulare. “Chiamatemi, una di queste vite” dice.

French cerca di muoverla a pietà. “Ho percorso a piedi il sentiero dagli Appennini alle Ande, lui arriva da Timbuctu, l'altro ha saltato la semina nella sua magione in Groenlandia per venire fin qui”.

Devo riferire alla signora contessa” fa lei e si allontana.

Forse ci stiamo riuscendo” ci diciamo speranzosi. Arriva una vecchia su una sedia a rotelle 5000 di cilindrata e come immaginerete attraversa il cortile in un lampo, rischiando di sfondare il cancello, cosa che ci faciliterebbe l'accesso. Inoltre potremmo raccogliere i suoi resti dimostrandoci umani e volonterosi. Ma la contessa inchioda a un centimetro dai nostri bacini. Ci squadra con i pince nez sulla punta del naso.

Stiamo scrivendo una guida e bla bla bla”.

Al che lei ci fa un sacco di domande, se siamo cattolici o luterani, se facciamo la spesa nei negozi o nei supermercati, se il nostro numero di scarpe è pari e se da piccoli guardavamo sotto le gonne delle ragazze. Topus racconta di aver avuto un'infanzia così difficile che non ne è ancora completamente uscito – non dalle difficoltà, dall'infanzia – e la contessa, mossa a compassione, corre in casa affrontando una chicane a tavoletta.

Ci porta un'urna cineraria. La apre e invita French a parlarci dentro. “Stiamo scrivendo una guida e bla bla bla”. La contessa madre bacia l'urna, poi la richiude, fa retromarcia e scompare nella villa.

Ci stiamo riuscendo, ce la stiamo facendo” ci diciamo uno con l'altro. Dopo un tempo interminabile si apre la porta e compare un cane. Tiene strette fra le fauci degli opuscoli che illustrano la villa del conte. Noi li tiriamo, esso ringhia e non li molla, vuole essere sicuro che siamo realmente interessati.

Stiamo scrivendo una guida e bla bla bla” ringhia French, paonazzo per lo sforzo.

Il cane molla la presa e se ne va, non senza prima avere urinato sul cancello.

Secondo me è stato un successo” dice French, sfogliando gli opuscoli umidi di saliva canina.

Indubbiamente” dice Topus.

Anch'io penso che abbiamo raggiunto lo scopo. Non immediato e monetizzabile nel breve termine, ma tutto ciò che va oltre le intenzioni iniziali è già uno scopo raggiunto e quando qualcuno ci ha risposto al campanello e French ha potuto spiegare che stiamo scrivendo una guida e bla bla bla, già lì avevamo capito di avere vinto.

 

 

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  06.08.2013 | 22:47
aiuto, mi sono perso tour - Crema
 

Mi dispiace, ragazzi, mi dispiace tantissimo non poter accostarmi questa sera alle 23 all'esperienza sensitiva offerta dal famoso barman che accostava i cocktails agli abiti da sera di Putin e che preparava personalmente i margarita al conte in carrozzella.

Mi dispiace non poter assaggiare con voi i tortelli cremaschi, ma io sono un povero vecchio che deve dire solo grazie.

Grazie a Beatrice nel regno dei vivi, grazie al tuttologo che conosce tutto, dall'inizio del big bang fino ai profili dei templari passati secoli or sono nelle piazze.

E poi abbiamo visto un semaforo rosso e interminabile quasi trapassato, e poi abbiamo visto giardini dove pensionati improbabili ci suggerivano ristoranti alla moda per mangiare i tortelli. Giardini del novecento dove le piante raccontano la storia. Abbiamo visto una cabina telefonica distrutta come un relitto della Soyuz. E poi il palazzo del conte nero, mai terminato da quando il fantasma di suo figlio cammina sul tetto, edere arrampicate intorno a stemmi nobiliari, banche cresciute dentro relitti di teatri, trecce d'oro all'ora esatta della merenda. Abbiamo ascoltato gli echi dell'omelia di un prete filopalestinese, che inaugura la risottata quando gli altri festeggiano a suon di tortelli, per amore della polemica. E per amore della polemica un re di pietra rinato nella piazza dedicata a uno statista della Repubblica. Ci siamo fermati al centro delle quattro vie a respirare, ma prima abbiamo intercettato una signora di ottantacinque anni a bordo di una graziella che lei chiama “La mia mercedes rossa”.

Abbiamo bisogno di aiuto” le abbiamo detto.

Anch'io” ha risposto lei. “Sono tanto sola”. Marito morto a 52, figlia morta a 43, nipoti scomparsi, pare per sempre. La signora ha notato che anche Dio è invecchiato e duro d'orecchi, ma nei suoi occhi grinzosi e chiari vedevamo il rispetto di chi sa che userà una Mercedes rossa per andarlo a trovare.

Non sappiamo se ci sia Dio e dove sia, ma se vede tre gringos con una scritta sul petto che invoca aiuto, non è per la loro anima. Hanno sulla schiena la risposta. Si sono persi, come capita a tutti i grandi esploratori della storia un giorno o l'altro, magari in una impossibile giornata d'agosto.

 

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  04.08.2013 | 21:38
aiuto, mi sono perso - riunione di apertura
 

Venerdì 2 agosto 2013 – diario di bordo ai bordi della ragione del tour “aiuto mi sono perso”.

 

Alle 21,57 è cominciata ufficialmente l'avventura, davanti a Guinness che sapevano di pecora in vacanza, patatine rifritte e piadine ogm. C'erano morte, pestilenza, guerra e io, carestia, o almeno così immaginavo il quartetto dell'allegra brigata: i quattro dell'apocalisse, coloro che partiranno a breve per il tour della provincia di Cremona, per stendere un resoconto di quello che si può vedere, che non si può più vedere, come ad esempio una chiesa rasa al suolo, che si potrebbe vedere, ma non si vede, come per esempio un ufo o certi pianeti allineati fra domenica e martedì.

Dopo varie opzioni sul mezzo che ci porterà in giro per il tour, fra cui jet privato, mongolfiera, parapendio, barca a remi, abbiamo optato per le ali di Icaro, perché dall'alto si vede meglio.

Oggi ciascuno di noi ha osservato gli uccelli per farsi un'idea dei principi del volo. A parte decollo, atterraggio e virate, di cui non abbiamo ancora carpito i segreti, abbiamo capito che bisogna sbattere le braccia il più in fretta possibile.

Martedì, inizio del tour a Crema. Siamo preoccupati per il caldo. Per evitare l'errore di Icaro, stiamo pensando a un'alternativa alla cera. Si parla di ghiaccio, plastilina e vinavil. Vedremo.

Come prima riunione, possiamo dire che non è stata una riunione memorabile: avremmo potuto riunirci meglio. Eravamo in un vasto cortile pieno di bevitori di birra e la porta d'entrata vomitava certi tipi da balera transalpina, non so se mi spiego, con le camicette a quadretti a maniche corte, i bermuda, i polpacci grossi e pelosi, le calze scure basse, i ventri molli, le gonne inutilmente corte, i tacchi a spalla, il rimmel pericardico.

Noi, i cavalieri apocalittici – io immaginavo i quattro cavalieri, perché dopo quello che avremo scritto non ci sarà più futuro, la nostra guida sarà Unica & Definitiva – ci davamo arie da cavalieri apocalittici, suggerendo alla cameriera orientale di redimersi in fretta, perché la Fine non ritarda mai. Lanciavamo sguardi guerrieri e pestilenziali tutt'intorno, e con i gesti scaramantici e guaglioni lasciavamo intendere che solo chi avesse letto la guida per intero avrebbe potuto salvarsi. Ma questi qui ascoltavano la disco music. Il destino era seduto fra loro, truce e poco incline al perdono, e loro ascoltavano musica ad alto volume.

Due donne erano con noi al tavolo, tra cui una in attesa. Io, che sono carestia e non aspetto mai nulla, se non un treno che non arriverà o un amore ormai finito, sono rimasto spiazzato dal suo ventre prominente. Dunque qualcuno, che non sa nemmeno leggere una guida, vivrà nonostante la nostra apocalisse e un giorno, credo, riderà di noi, come se fossimo una compagnia di ballerini transalpini vomitati dalla porta d'entrata di una birreria, con i cavalli di cartapesta e le smorfie incerte di un figurante di rincalzo.

 

 

 

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  09.11.2012 | 11:34
perche' un lilla' fiorisce a novembre?
 

Le mille pagine mediocri che osiamo scrivere preparano il terreno al capolavoro.
Sette giorni di pioggia preparano il terreno a una breve primavera. Il mio lillà oggi sta fiorendo.
Dal grado di applicazione con cui si affrontano i giorni della vita consegue una morte diversa, anche se è difficile immaginare gradi di completezza della morte.
Per questo dobbiamo impegnarci durante i giorni di pioggia, durante la stesura di pagine che, abbiamo capito fin da subito, saranno cestinate, durante i giorni della nostra vita, perché ogni intervallo affrontato con impegno prelude a una consolazione, a una pienezza, a una precaria eccellenza, al dipanarsi perpetuo di un'assenza giustificata e appagante.
Questo giorno di sole, oggi, è frutto del mio impegno personale.  

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  02.11.2012 | 22:17
autunno bestiale - il Barbagianni
 

Viaggio a una velocità minore del suono, perché ho paura di fare rumore e i bambini sono ancora a letto.
Così mi sorpassa un Barbagianni su una Volvo. Penso che sia un'allucinazione, perché porta un berretto con una piuma verde acido che svolazza dentro l'abitacolo.
Non guarda la strada, guarda me. Adesso si schianta, penso, sta andando dritto incontro a un tir.
Invece il Barbagianni rientra in corsia come se niente fosse.
Nonostante la mia velocità sia inferiore alla media che tengo di solito, sono a destinazione con largo anticipo.
Entro in un bar. I bar del mattino sono belli, perché la luce è forte come il caffè e gli occhi sono mezzi chiusi per il sonno.
Dentro ci trovo il Barbagianni. Ha appoggiato il cappello su una sedia e sembra non riconoscermi.
Se è un'allucinazione, è ben riuscita.
Ordino un caffè e mi siedo accanto a lui, presso il bancone. Impassibile, centellina il suo frullato di insetti di stagione.
“Sta cominciando a piovere” dico, così per dire, allora il Barbagianni, scocciato, prende e vola via.
Il conto alla cassa mi sembra un po' salato. “Ho preso solo il caffè” protesto.
“E la colazione del suo amico volatile, chi la paga?” dice il barman.
Vorrei avere un paio di ali anch'io.

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  11.10.2012 | 22:21
nero assoluto
 

 

 

“Aiuto!”

 

“Cosa c'è?”

 

“C'è che non ci vedo più”

 

“Non mi sembra un grosso problema”

 

“Grandissimo, invece. E adesso come faccio?”

 

“Anche a vederci, non è che vedi molto. Vedi un mondo senza colore. Senza colore. Senza calore. Un mondo vuoto, un nero assoluto”

 

“Aiuto!”

 

“Cosa?”

 

“Forse non è un problema di vista mio, forse il mondo è diventato così come lo vediamo e io vedo le cose come le vedi tu”

 

“Mondo senza colore? Nero assoluto?”

 

“Proprio così”

 

“Aiuto”

 

“Cosa?”

 

“Magari il problema di vista è mio. Io ti dico che il mondo è senza colore perché non lo vedo più. Tu mi puoi confermare che vedi davvero il nero assoluto, in questo mondo?”

 

“Io lo vedo. Io ci vedo! Il nero lo vedo molto bene”

 

“Anch'io vedo il nero, ma ho paura che sia un difetto di vista. Conosci un oculista?”

 

“A trovarli, con questo buio”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  18.09.2012 | 21:59
controsole
 

 

Camminare è bello. Anche camminare in direzione sbagliata. Camminare in ombra camminare in sole. Verso o contro. Grandi palazzi sopra di noi, noi sempre nascosti ai raggi, in ultima parte di passeggiata che porta a casa. Poi, proprio mentre sole esco per ultimo momento, signor Cordi vede moglie con cane e capisco perché lui sempre vita con sole di spalle.

Mirella, Mirella! Mirella non giro indietro. Fernando! Un fischio e io penso che cane è Fernando, ma Fernando non giro indietro. Mirella, Fernando! Ma loro cammino contro sole come due figurine di carta. Signor Cordi cammino veloce e io un po' fatico, e alla fine vicini a Mirella e Fernando, la donna sente chiamare e curiosa si gira e anche cane si gira e guardano la faccia di signor Cordi che non chiama più. Signor Cordi è con un braccio un po' sollevato e una gamba dietro, come passo di danza, e lì rimane e io sto zitta perché se parlo lui cattivo con me.

Davanti a casa signor Cordi indeciso, io no, tiro dritto senza voltarmi e lui chiamo me: Ros, dove vai? Io mi fermo, qui colpo al cuore, penso, perché mio marito mi chiamava Ros e lui non posso sapere questo nome. Rosaria, corto più facile Rosa. Mi volto e gli indico un cancello in lontananza. Sua moglie là, gli dico, poi cammino di nuovo, anche se sto male.

Torna indietro!” mi dice, ma io nemmeno ascolto. Vado avanti e non mi volto. Dopo un po' sento i suoi passi e io di nuovo punto il dito: Là, sua moglie. Mi aspetto che da un momento all'altro mi strattona e cado, come ieri, con le radici di pino. Sicuro che cado e forse sono picchiata, ma io porto lui da moglie una buona volta. E invece ecco che lui cammina di fianco a me e fa stesso passo mio, stessa lunghezza, se io rallento lui rallento, se io forte lui forte, per lui ora è importante che qualcuno dice che so dov'è sua moglie. Se un passante dico ecco sua moglie lui seguo passante, se un canarino dice so dov'è Mirella seguo canarino, perché lui contro sole sbaglio e lei non torna né ieri, né mai.

Cancello, aperto. Mi fermo. Lui guardo viale di ghiaia, sembra contare sassolini, tempo che passa già arrivo a migliaia, poi guardo me con odio, come quando rovescio latte. “Bugiarda!” urla, così forte che sua saliva in faccia. Ma io sorda macino ghiaia con passi sicuri, di nuovo, e passi signor Cordi di nuovo in rumore con me. Quando io appoggio piede, lui appoggio piede, come se su strada persona sola. Perché di camminare lì non è idea sua e lui lì non voglio esserci.

Tutti quelli che incontro mi guardano perché anche loro cerco ed è un posto che chi cerco trovo. Come un grande mercato dove sicuro trovo lenzuolo, forbice, criceto, panna, insalata e anche sedia dondolo per tuo riposo, anche se finora non è altro posto dove vedo sedia dondolo. Grande mercato, ricerca sicura.

E qui trovo sedia dondolo dove signor Cordi siedo, perché trovo. Siedo e riposo. Vero, signor Cordi?

Signor Cordi, fermo accanto a me, impara di nuovo lettura. Sfiora nome con dito, come cieco. Mirella, sussurra. Sfiora fotografia con dito. Mirella, sussurra. Sfiora sua bocca che dice Mirella per essere sicuro che lì lui e lei insieme. Lei ora davvero tornata, sole cade su spalle curve e lui ora ombra come lei, che si corica su suo marmo. Riposano insieme, come tanto tempo prima, a casa, monti, mare, veliero, hotel missione segreta. Aereo, nuvole. Riposano insieme.

 

 

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