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  08.02.2018 | 22:30
Molto bene
 
 

Un pomeriggio d’estate di vent’anni fa, saranno state le cinque del pomeriggio, andai dal mio amico Fabio. Appena entrato in casa sua Fabio mi disse: senti qua, ti leggo una cosa. La cosa che poi mi lesse era la prima pagina di Alta fedeltà di Hornby. Nella prima pagina di Alta Fedeltà l’io narrante dice a una donna che, per quanto lei l’abbia deluso, tutto sommato non c’è problema, non è nulla di grave, anzi, quello che è successo non è nemmeno tra le cinque peggiori delusioni della sua vita. Chiaramente non è vero, l’io narrante è delusissimo e quella delusione che sta sminuendo è la peggiore della sua vita. Ma lui non può dirlo. Non vuole dare soddisfazione a quella donna. Vuole farle capire che se è sopravvissuto al resto non soccomberà nemmeno stavolta, e che lei non ha il potere di fargli davvero male.
Mi piacque così tanto quella prima pagina che quando poi lessi il libro, poco tempo dopo, ne rimasi influenzato come da nessun altro libro, tranne forse Fame di Hamsun che fa storia a parte essendo come è noto il romanzo migliore della storia della letteratura.
Alta fedeltà mi influenzò un po’ perché mi spinse a scrivere un libro, Ogni eroe porta due baffi, che è abbastanza Hornbyano, se si tralascia il dettaglio che Alta fedeltà è un bel libro mentre Ogni eroe porta due baffi fa cagare, e un po’ perché da allora ho utilizzato continuamente anch’io quel meccanismo di difesa della prima pagina che più o meno si può tradurre con  “non fa male, ho visto di peggio, e se non ho visto di peggio in passato, tra un po’ vedrò comunque di peggio o di molto peggio, quindi inutile fissarsi su questa parentesi orrenda quando quello che è venuto prima e quello che verrà dopo è stato o sarà ancora più orrendo, ma se anche non avessi mai visto niente di peggio prima e non vedrò niente di peggio dopo voi sarete gli ultimi a saperlo, anzi non lo saprete mai, la consapevolezza dell’orrendità ineguagliabile di questo momento è talmente segreta che persino pensarla tra me e me mi fa pensare di violare un patto, e io non voglio violare patti, o almeno non questo, perché violare un patto mi rende debole e io non devo essere debole”.

Questo pensavo ieri mentre accompagnavo Nora a giocodanza. Camilla mi aveva detto che la lezione era aperta ai genitori ma sul momento non avevo dato molto peso alla cosa. In fin dei conti, pensavo, anche se fossero tutte mamme e figlie non c’è problema, sono abituato a stare in mezzo alle femmine: ho due figlie, al lavoro sono l’unico maschio con dieci colleghe. Che sarà mai, non sarà nemmeno tra i cinque peggiori momenti della mia vita.
Io e Nora siamo arrivati puntuali al Cierrebì. Siamo entrati nello spogliatoio, poi l’ho aiutata a svestirsi e a mettersi il tutù e i collant. Io mi sono tolto le scarpe e il maglione. L’ho presa per mano e alle 17,50 esatte abbiamo fatto ingresso nella sala della giocodanza.
La sala era esattamente come una di quelle stanze dove ti aspetti che le ballerine facciano le loro prove di ballo. Parquet, spalliere, una lunga sbarra a un metro d’altezza, uno specchio che occupava tutta una parete.
Dentro la sala, tredici bimbe, Nora compresa.
Dodici mamme.
Un’istruttrice di danza.
Una collaboratrice dell’istruttrice di danza che faceva delle foto accucciata in un angolo.
Un’altra collaboratrice dell’istruttrice di danza che si muoveva per la sala senza uno scopo definito se non quello di aumentare il disagio di una sproporzione già di per sé imbarazzante: ventotto femmine (di cui tredici tra i quattro e i cinque anni che indossavano identici, graziosissimi tutù color rosa confetto e quindici tra i trenta e i cinquant’anni che indossavano identici, minacciosissimi tutoni di ciniglia color piombo), e un papà già sudatissimo che voleva solo essere invisibile o ubriaco o comatoso da quel momento fino alle 18,40, per poi riacquistare visibilità o sobrietà o coscienza alle 18,41, nello spogliatoio, al momento di togliere il tutù alla propria figlia facendole i complimenti per le splendide spaccate volanti.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre in punta di piedi alle 18,03 porgevo un grande fiore di stoffa a una bimba con le orecchie a sventola, e l’enorme specchio di fronte mi rimandava l’immagine di un coglione che avanza con andatura equivoca mentre cinquantotto occhi, compresi gli occhi del coglione, lo guardano fare la cosa più simile possibile al “muoversi leggiadro” che rappresentava la sadica indicazione della sadicissima istruttrice mentre la non meno sadica collaboratrice fotografava la scena per poi caricarla su un gruppo whatsapp da cui per fortuna il coglione era escluso.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre l’istruttrice alle 18,11 diceva: allora, mamme, bimbe e anche il papà, adesso fate la diagonale coi saltelli, mi raccomando, è come la posizione del fiore però in movimento, ricordate vero la posizione del fiore? e io mi preparavo ad affrontare la diagonale coi saltelli senza avere alcuna memoria della posizione del fiore, anzi col dubbio che la posizione del fiore non ce l’avesse proprio spiegata e fosse una specie di sempre più sadico trabocchetto, forse perché la posizione del fiore non esisteva nemmeno nel kamasutra.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre alle 18,18 dondolando come un gibbone seminarcotizzato interpretavo a mio modo l’indicazione “prendete confidenza con lo spazio intorno a voi” dell’estremamente sadica istruttrice, e l’enorme specchio di fronte a me mi rimandava l’immagine di un coglione che forse era guardato solo da sei oppure otto occhi invece dei soliti cinquantotto ma non smetteva nemmeno per un attimo di essere il coglione che non sapeva nemmeno che lo spazio era una cosa che poteva suscitare qualche emozione anche solo vagamente simile alla confidenza.

Poi, alle 18.33 precise, come indicava il grande orologio sopra lo specchio che occupava tutta una parete della sala, quando ormai mancavano solo 7 minuti alla fine della lezione aperta ai genitori, dodici mamme e un papà, mentre affrontavo una nuova diagonale tenendo inspiegabilmente le mani sui fianchi come una Julie Andrews o una cazzo di Romy Schneider che scende lieta da una collina mitteleuropea noncurante dei problemi che affliggono il mondo, e una mamma guardandomi affrontare così la diagonale aveva un attacco di riso incontrollabile che non cercava nemmeno di nascondere, uno di quegli attacchi che non dovrebbero essere concessi a una mamma che indossa una minacciosissima tutona color grigio piombo, neppure quando guarda un coglione in calzini che affronta una delle ultime diagonali con delle inconcepibili mani sui fianchi, non pensavo più a nulla se non a una cosa: che se ero lì, nonostante tutto, la mamma che rideva, tutte le altre femmine piccole o grandi, la situazione nel suo complesso, il sudore, il parquet scivoloso, la posizione del fiore, l’impossibile confidenza dello spazio, l’altrettanto impossibile leggiadria dei movimenti, era solo perché io, a Nora, voglio molto bene.


 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento