blog.tapirulan.it
 
  08.05.2017 | 23:15
L'occupazione
 
 

Nel 2012 facevo parte della giuria del concorso di racconti illustrati Tapirulan. Alla redazione dell’associazione, di racconti da valutare ne arrivarono 604. Almeno 524 erano orrendi. Dei restanti 80 alcuni erano passabili, altri belli, altri ancora molto belli e poi ce n’era uno che per me non solo era il più bello tra quelli arrivati, ma era proprio il racconto più bello che avessi mai letto. Sono ancora di quell’avviso: non ho più letto un racconto bello come quello. Quel racconto, un po’ perché piaceva anche a un altro paio di persone in giuria, un po’ perché io avevo insistito molto per inserirlo nella raccolta, alla fine fu selezionato, ma non vinse il concorso.
Il concorso fu vinto da un racconto intitolato Eleonora, scritto da un autore chiamato Alessandro Sesto. Alessandro Sesto aveva inviato anche un altro racconto alla redazione del concorso. L’altro racconto si chiamava In qualche posto tipo Oklahoma. Per me era più bello di Eleonora, ma la pensavo così solo io. Quindi forse sbagliavo. In  ogni caso, per quanto a me piacessero entrambi i racconti, ero abbastanza sicuro che nessuno dei due fosse all’altezza del racconto più bello che avessi mai letto.
Alla premiazione del concorso parteciparono alcuni degli autori, tra cui Alessandro Sesto. Quando il presidente di giuria disse ad Alessandro Sesto che il suo racconto intitolato Eleonora ci aveva fatto ridere molto e poi gli chiese che cosa facesse ridere lui, Alessandro Sesto tacque qualche secondo poi disse: Woody Allen. Non aggiunse altro.

Col tempo io e Alessandro siamo diventati amici. Abbiamo riso senza mai parlare di Woody Allen. Abbiamo pranzato e cenato osservando una rigida turnazione Bologna/Verona/Cremona/Parma/Bibbiano. Abbiamo condiviso (io, lui, Robi, Alberto, Andrea) i primi episodi delle Idioziadi quando ancora si chiamavano Demenziadi e noi non sapevamo che quello sarebbe diventato un romanzo. E di Alessandro ho letto i primi due libri, che sono le due raccolte di racconti meno catalogabili come raccolte di racconti nella storia della letteratura. In realtà si tratta di una raccolta di saggi e di un romanzo mascherato da raccolta di racconti. Ci sarebbero delle cose da precisare su questi due libri, ma non qui. Basti dire che vi potrà capitare di leggere libri più divertenti dei suoi (ma pochi), e vi potrà anche capitare di leggere libri in cui spicchi ancora di più la lucidità di una mente superiore (ma pochi anche di quelli), ma di certo non vi potrà capitare di leggere libri che siano così divertenti e contemporaneamente così intellettualmente convincenti, diciamo così.

Dopo questi due libri, Alessandro ha scritto un romanzo, l’Occupazione.
L’occupazione è tutto quello che sono i due libri precedenti, ma in misura maggiore. Più divertente, più convincente. Data la scelta di scrivere un romanzo distopico (ma non ditegli che è un romanzo distopico a meno che non vogliate vederlo reagire come se gli diceste che avrebbe dovuto inserire qualche avverbio in più, ma solo nelle pagine pari) il rischio cagata, o almeno il rischio scarsa credibilità, era concreto. E invece il romanzo è credibile. Ma in maniera scettica, cinica, mefistofelica e sospesa. Orwell mischiato con Luttazzi mischiato con Bulgakov mischiato con, boh, Cartesio. E al tempo stesso diverso da tutto il resto. Non una parola di troppo. Non una parola fuori posto. Prosa sorvegliata, dicono alcuni usando un’espressione che può piacere o fare schifo. A me fa schifo.
E poi quello che in un certo senso è il suo marchio di fabbrica, qualcosa per cui potrebbe pretendere diritto di copyright (e magari lo farà, vai a sapere): il tipico giro di frase alla Alessandro Sesto, la spirale ascendente-logica-aristotelica-tolemaica che termina con la svirgolata pecoreccia: forse qualcun altro l’avrà tentata, ma non con la sua sistematicità e, soprattutto, non con la sua abilità. 
Ma non è di questo che volevo parlare, perché questo era tutto sommato preventivabile, nonostante le incognite legate alle differenze tra scrivere un romanzo e scrivere una raccolta di racconti, per quanto anomala.
Quello di cui volevo parlare e che non era preventivabile ha a che vedere con l’emotività.
Nelle cose che scrive Alessandro è difficile individuare un contenuto emotivo. E’ difficile perché, secondo me, non c’è. E non c’è perché non è importante che ci sia. Non serve. Ogni periodo di Alessandro è come privato di quella componente. E’ essiccato. E’ liofilizzato.
I personaggi sono quello che fanno, come dice lo stesso Alessandro. Non quello che provano. Mc Carthy al confronto è un amante dell’introspezione. La cosa più vicina alla sfera emotiva (sempre che sia una sfera, perché potrebbe anche essere un’emisfera, o una sfera cava) che accade nel suo romanzo accade quando nei primi capitoli Nora (gran bel nome, va detto) lascia Andreas. In quel caso Andreas vomita, ma mentre vomita non soffre. No. Mentre vomita, confronta quel vomito con un altro suo vomito, il vomito di quando una sua ex l’aveva lasciato. Mentre vomita, Andreas non sta male. Soppesa, confronta. Valuta.

Tutto questo vale per i primi due libri di Alessandro e per tutto il terzo. Tranne l’ultimo capitolo di questo. L’ultimo capitolo dell’Occupazione, oltre a essere uno dei due o tre migliori finali che vi capiterà di leggere nella vostra vita se leggerete questo straordinario libro (a meno che non siate di quelli che amano i finali in cui tutto diventa finalmente chiaro, nel qual caso state leggendo il post sbagliato), è la dimostrazione che Alessandro non è solo una micidiale combinazione di astuzia e sarcasmo, o di scetticismo e sagacia, o di ironia e dialettica, o di quello che vi pare e quello che vi pare.
Alessandro è uno che sa far piangere in silenzio gli scarafaggi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento