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  07.03.2017 | 22:53
Nell'erba alta
 
 

Qualche anno fa un mio amico discuteva con un suo amico su un concetto per sua natura piuttosto ostico. Parlava, in parole povere, del senso della vita. Curiosamente il mio amico e il suo amico si trovavano d’accordo nel definire l’esatto istante in cui la vita ha inizio, ma discordavano sulla liceità da parte dell'essere umano di disporne a piacimento.
Un po’ più semplice, secondo il mio amico, era domandarsi quando nasce un’antologia.
Si potrebbe pensare, sempre secondo il mio amico, che l’antologia nasca nel momento in cui il libro esce dalla tipografia. Qualche nostalgico di gnoseologica classica, appassionato della vecchia storiella dell’albero che cade ma nessuno lo sente e pertanto non fa rumore, quel qualcuno secondo il mio amico potrebbe addirittura sostenere che l’antologia esiste nel momento in cui c’è un pubblico che la legge. Sarebbe come se il mio amico avesse detto al suo amico che secondo lui un bambino esiste da quando inizia ad avere consapevolezza di sé e di conseguenza memoria, cioè attorno ai tre o quattro anni. Sulla questione della vita il mio amico aveva molti dubbi e nessuna certezza, ma sulla questione dell’antologia aveva la sua da dire. Lui credeva che l’antologia nascesse ben prima di uscire dalla tipografia, lui credeva che nascesse prima ancora di entrarci, in tipografia, prima di essere editata, corretta, impaginata.
Io, devo ammettere, superati i quindici anni non ho più riflettuto molto sul senso della vita. E’ come se mi fossi imposto di pensarci solo quando non avrò più niente di terreno, di quotidiano, di prosaico a cui pensare. Ma magari anche allora rinvierò il pensiero. Ho riflettuto invece anch’io sulla nascita di un’antologia. Ci ho riflettuto per diverse ragioni, una delle quali è che io ho scritto un’antologia di racconti, un’antologia di racconti che quel mio amico mi ha aiutato a scrivere. Un’altra delle ragioni è che anche quel mio amico ha scritto un’antologia di racconti, e io l’ho aiutato a scriverla così come lui ha aiutato me.
Le nostre antologie hanno avuto concepimenti diversi, gestazioni diverse, nascite diverse, vite diverse e probabilmente avranno morti diverse, ammesso che le antologie muoiano, prima o poi.
In mezzo a tante diversità hanno forse anche alcune affinità, che però è difficile per me spiegare per almeno due motivi.
Primo motivo: non mi ricordo più tanto bene come è andata con la mia antologia, che apparentemente è nata nel 2012 ma, dando retta al ragionamento del mio amico, è invece nata quando la prima differenza di potenziale neuronale ha dato il via al primo impulso nervoso che in qualche modo è diventato un qualcosa che poi è diventato qualcos’altro che poi è diventato qualcos’altro ancora e infine è diventato un pensiero che poi sarebbe diventato una parola pensata di un racconto ancora solo immaginato, il primo racconto immaginato di quell’antologia, né mi ricordo o forse non ho mai saputo esattamente come è andata con la sua, che è nata nel 2016 ma al termine di un parto quadriennale iniziato nel 2012 e dopo una gestazione di almeno una decina d’anni, se vogliamo continuare a dar retta al mio amico e alla sua teoria secondo cui la nascita di un’antologia ha più a che fare con la neurofisiologia che con la tipografia.
Secondo motivo: oggi, nel 2017, ma forse anche l’anno scorso, due anni fa, tre anni fa, quattro anni fa, cinque anni fa, è ed era difficile per me distinguere ciò che io avevo scritto nella mia antologia da ciò che lui aveva scritto nella sua, ma anche da ciò che io avevo scritto nella sua e da ciò che lui aveva scritto nella mia. E oltre a essere difficile, era inutile. Era difficile, e inutile, perché la verità è che abbiamo scritto insieme entrambe le antologie. E scrivere insieme un’antologia è un atto di fiducia e di amicizia che, quando lo ricordo, mi commuove come poche cose. Io non avrei scritto con nessun altro un’antologia, e credo neanche lui.
Ma adesso fermiamoci che non è ancora giunto il momento di farci i bocchini a vicenda, diceva quel tipo in quel film.

Leggete l’antologia “nell’erba alta” di Alberto Calorosi appena potete. Non leggetela per quello che ho scritto sopra. Leggetela perché è un bel libro. Leggetela perché quando arriverete a quel “guardati” che è una delle ultime parole del libro vi sentirete come sul Mont Ventoux della letteratura, e stare lassù, fidatevi, non capita spesso. Leggetela perché i racconti bisogna saperli scrivere, e Alberto li sa scrivere.    

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento