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  03.02.2017 | 15:49
La fine
 
 

A luglio del ‘14 era più o meno un anno che avevo preso a seguire il tennis e nella sua vittoria un po’ ci credevo. Mi ero messo lì col computer sotto le dita, correggevo le idioziadi e seguivo la finale. Guardavo punto dopo punto sul sito del torneo, intanto rileggevo gli episodi e scrivevo un post sulla finale. Era il periodo dei little pony. Un periodo un po’ così. Non bello, neppure brutto. Confuso, ma senza confusione. Alla fine del quarto set sembrava finita, il serbo era avanti 2 set a 1 e 5-2 nel quarto, un break di vantaggio, e il serbo un break di vantaggio è quasi impossibile che lo perda, soprattutto al quarto set di una finale. Invece poi il break se l’è fatto fare, il serbo, e si sono ritrovati prima 5-3, poi 5-4, poi 5-5. Sul 5 pari lui gli ha fatto un altro break, al serbo, una cosa ancora più improbabile del break sul 5-3: ormai, come si dice, l’inerzia del set era dalla sua parte. Ha vinto il quarto set 7-5, mi ricordo che Edberg in tribuna sul set point ha perso un po’ del personale aplomb. Restando comunque molto pettinato. Dopo qualche game, forse sul 2-2 al quinto set, non resistevo più e sono uscito. Una ragazza con l’aria triste mi ha chiesto dei soldi per il biglietto del treno (questa cosa l’ho già scritta nel post che avevo cominciato a scrivere poco prima, durante i primi set della partita e la contemporanea correzione delle idioziadi). Io sono tornato a casa, ho preso i soldi per la ragazza pensando che il destino mi avrebbe premiato. Sono uscito con 20 euro nella mano, la ragazza non l’ho più vista, allora sono tornato a casa in tempo per vedere la fine. Il serbo gli ha fatto un break e ha vinto la partita. Peccato, mi sono detto, peccato davvero anche perché non ne capiteranno tante altre di occasioni così, comunque il serbo resta un comprimario, non è mica lo spagnolo. Fosse lo spagnolo capirei, sarebbe grave e forse irreversibile, ma il serbo resta un paio di gradini sotto di lui e da lì non sale. I venti euro poi li ho rimessi nel portafoglio.

A luglio del ‘15 pure, ci credevo, anche se da qualche mese il serbo era ancora più forte dell’anno prima. In semifinale aveva giocato male, il serbo, e aveva speso molte energie, mentre lui aveva giocato benissimo contro lo scozzese, la più bella partita dell’anno secondo alcuni, e aveva speso poche energie. Però sapevo che il serbo anche quando spende tante energie ha sempre un serbatoio segreto di energie da cui attingere. Sempre. Mentre lui anche quando spende poche energie è capace di perderle tutte in una volta. Come avesse dei buchi nel serbatoio. Però lui era più forte, del serbo, ed era più in forma. Era in fiducia, come si dice, e quando si è in fiducia si possono fare grandi cose. Persino battere il serbo a luglio del ’15, nel torneo più importante dell’anno. Le idioziadi non le correggevo ormai più, il libro era quasi finito, e anche coi post avevo rallentato molto. Non pensavo che avrei retto un’altra finale guardando punto dopo punto sul sito del torneo, e così sono andato al cinema. Da solo. Al Chaplin c’era l’ultimo film di uno considerato l’erede di Woody Allen. Il cellulare non me lo sono portato per evitare che qualcuno mi chiamasse e mi aggiornasse sull’andamento della partita. Sono tornato a casa durante l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti due set a uno. Mentre guardavo lo schermo il serbo ha vinto l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Peccato, mi sono detto, peccato davvero, perché se già era una delle ultime occasioni l’anno scorso figuriamoci quest’anno, ormai ha 34 anni, un’età da ritiro, e poi prima o poi oltre al serbo e allo scozzese tornerà in forma anche lo spagnolo, e quando tornerà in forma lo spagnolo allora sì che saranno cazzi da cagare, comunque questi sono discorsi inutili perché non ha perso dallo spagnolo, quello sì che sarebbe tremendo e deprimente, in fin dei conti si tratta solo di una sconfitta col serbo, e il serbo può vincere quanto gli pare ma non è e non sarà mai lo spagnolo. A me tra l’altro Woody Allen è sempre stato sui coglioni.

A settembre del ’15 ci credevo appena un po’ di meno rispetto a luglio ma ci credevo comunque ancora abbastanza. Il serbo aveva vinto in Australia e in Inghilterra, poteva ritenersi soddisfatto e lasciargli il torneo americano, che tanto in Francia aveva perso e quindi il grande slam era impossibile. E poi in semifinale il serbo non aveva fatto una grande impressione, non almeno come lui che aveva, come si dice, asfaltato l’altro svizzero facendo vedere quasi il miglior tennis della sua vita. Sapevo che delle semifinali giocate male dal serbo e giocate bene da lui non aveva senso fidarsi, l’esperienza doveva pur insegnare qualcosa, ma stavolta poteva comunque andare diversamente. Lui aveva da un paio di settimane battuto il serbo in un altro torneo, l’aveva battuto a tratti ridicolizzandolo, utilizzando un trucchetto chiamato SABR, una risposta alla battuta molto avanzata, la classica trovata che fa andare in banana gli schemi del serbo, che è simpatico, fa le imitazioni, offre i pasticcini, coinvolge il pubblico, ma quando qualcuno gli manda in banana gli schemi non scherza più neanche per il cazzo, e urla e si incazza peggio di quel tennista americano degli anni ’80, quello che chiamavano il genio, quello coi capelli ricci e la fascia di spugna sui capelli ricci, quello che diceva che uno come lui valeva come diecimila spettatori, quello che diceva anche you can’t be serious, all’arbitro, e su questa frase ci ha costruito la sua fama post ritiro. Insomma, c’era da essere vagamente ottimisti. O almeno non del tutto catastrofisti. Quella sera prima della finale mi ricordo che ho chiesto a Nora: cosa dici, stavolta lui lo batte il serbo? E lei mi aveva risposto dopo una breve pausa riflessiva: sì. Davvero? Avevo insistito io. Batte il serbo anche se si gioca 3 set su 5? Sì, aveva garantito Nora dopo un’altra pausa meditativa. E io le avevo creduto. In teoria la partita doveva iniziare verso le 22. Alle 21,50 ho spento il computer e da quel momento non ho più controllato il cellulare. Alle 23 sono andato a letto. All’una di notte mi sono svegliato. A quell’ora poteva essere già finita. Ho controllato sul cellulare. La partita stava iniziando in quel momento per via della pioggia delle ore precedenti. Mi sono riaddormentato. Alle quattro e mezza mi sono risvegliato. Ho ricontrollato sul cellulare. Si stava giocando l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti 2 set a 1. Sono rimasto a fissare il cellulare mentre il serbo vinceva l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Ero troppo stanco per fare bilanci. Ma se ne avessi avuto la forza avrei pensato ancora una volta allo spagnolo più che al serbo. Forse. Nora si era sbagliata, e questo era strano.

Quest’anno non ci credevo per niente. Non ci credevo perché era impossibile crederci. Era impossibile crederci perché era ovvio che il meglio nel torneo l’aveva già dato, aveva battuto il giapponese e lo svizzero, aveva vinto al quinto set con tutti e due. Era già molto più di quanto chiunque, anche il più ottimista, potesse sperare. Sarebbe stato impossibile crederci persino se in finale ci fossero stati lo scozzese oppure il serbo. In finale invece c’era lo spagnolo. L’ultima volta che lo spagnolo aveva perso con lui in una finale importante era il 2007, dieci anni prima, quando lui aveva 26 anni e lo spagnolo 21, cioè quando lui era al massimo della forma e lo spagnolo era ancora un po’ acerbo. Da lì una serie di sconfitte, di crolli indecorosi al terzo al quarto o al quinto set, le conseguenti valutazioni pseudopsicologiche che indicavano una sudditanza ormai cronica e le non meno temibili valutazioni tecniche che portavano tutti a escludere che lui potesse avere una valida alternativa di rovescio al diritto mancino dello spagnolo. Il mostruoso diritto mancino dello spagnolo. La chela. Il toppone. Il colpo più arrotato e ingiocabile della storia del tennis. Quel micidiale diritto mancino incrociato che andava a finire sul suo timido rovescio. Anche se non ci credevo non ero così leggero da potermi permettere di seguire in diretta la partita, anche perché a me come a tutti quelli che hanno seguito almeno un po’ il tennis negli ultimi anni quel torneo faceva tornare in mente quello che era successo nel 2009. Lui che vince una semifinale in scioltezza il giovedì. Lo spagnolo che vince dopo più di cinque ore l’altra semifinale al venerdì. La speranza che lo spagnolo possa essere stanco dato il giorno in meno di riposo. E poi lo spagnolo che vince la finale al quinto set, e lui che durante la premiazione piange e dice che quella sconfitta fa male più delle altre. Di anni ne sono passati otto, lui ormai ne ha 35. Troppi per pensare di poter battere lo spagnolo. Troppi forse per pensare anche solo di poter offrire uno spettacolo dignitoso per un paio d’ore. Anche se lo spagnolo aveva giocato anche questa volta la semifinale al venerdì e lui al giovedì. Non era più tempo di illudersi sulla capacità dello spagnolo di provare la fatica, ma andava comunque benissimo così. In fin dei conti, dopo sei messi di inattività, era quasi troppo essere arrivati in finale. Dispiaceva comunque esserci arrivati con l’unico vero avversario, e perderci ancora una volta, forse l’ultima. Ma pazienza. Sono andato al cinema con le bimbe, ancora una volta senza cellulare. Siamo tornati a casa verso le 13, tre ore e mezza dopo l’inizio della partita. Appena entrato in casa ho preso in mano il telefono e ho cercato il risultato della partita. Ero quasi sicuro che fosse già finita. E se non era finita era pure peggio, perché era impossibile che lui battesse lo spagnolo in una partita che durava da più di tre ore. Se non era finita voleva dire che si trattava di una lunghissima agonia che prevedeva un unico finale, il solito. Sul lato sinistro dello schermo del cellulare c’era il nome dello spagnolo, sul lato destro c’era il suo nome. In mezzo, tra i due nomi, c’era il risultato di alcuni set ormai finiti, non riuscivo a capire quanti, e il risultato di un set che doveva ancora finire, col parziale di 5-3 per lui. Non poteva essere il quinto set, perché lo spagnolo contro di lui non può stare sotto nel punteggio al quinto set. Non è proprio possibile per tante ottime ragioni, doveva essere per forza il quarto set. Lo spagnolo al quinto set è un po’ come lo squalo bianco Bruto del cartone alla ricerca di Nemo quando una gocciolina di sangue di Nemo gli finisce nel naso. E lui al quinto set è un po’ come Nemo quando una gocciolina del suo sangue finisce nel naso dello squalo bianco Bruto. Ho ricontrollato: 4-6 6-3 1-6 6-3 3-5. Erano davvero al quinto set. Ancora una volta avevo indovinato il momento. Ancora una volta l’ultimo game. E lui non stava perdendo. Forse lo spagnolo si era fatto male. Sicuramente, era l’unica spiegazione. Una distorsione sul 3-1, o forse i crampi. Il riacutizzarsi dei problemi alla schiena che gli avevano fatto perdere la finale sempre lì in Australia nel ’14. Non era nemmeno escluso un attacco di diarrea. Ma chissenefrega, sarebbe venuto poi il tempo di analizzare la partita. Adesso era solo il momento di vedere se quel 3-5 per lui diventava 4-5 oppure 3-6. Mentre aspettavo fissando lo schermo mi sono ricordato di come finisce la scena dello squalo bianco Bruto.

Autore: zumba | Commenti 4 | Scrivi un commento