blog.tapirulan.it
 
  23.01.2015 | 10:59
Pacifiche, assolute cagate fantasmagoriche
 

Sono dei giorni che mi chiedo cose come: ma bisogna chiedere il permesso a qualcuno per prendersi per il culo da soli? Me lo chiedo perché Camilla ha recuperato a casa dei suoi una copia di ogni eroe porta due baffi, che è la prima cosa che ho scritto. Non lo leggevo da parecchi anni. Sapevo che era probabile che mi avrebbe fatto cagare, visto che nel frattempo tra le tante cose cambiate nella mia vita c’è il modo di scrivere, il grado di attrazione per i giochi di parole, la tolleranza verso i latinismi, la simpatia che mi suscitano espressioni come ‘pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche’ e cose del genere, ma non pensavo che mi avrebbe fatto così schifo. Il fatto è che mentre leggevo e lo schifo saliva, cresceva anche una specie di senso di colpa per quello schifo. Forse perché contemporaneamente ricordavo quanto ero contento alla fine del 2003 all’idea di scrivere un romanzo. Addirittura un romanzo. Lo schifo che sentivo l’altro giorno mi sembrava da un lato un oltraggio al me che ero undici anni fa, cioè uno che per quanto totalmente inesperto almeno aveva dell’entusiasmo, entusiasmo che ora non ho, mai, zero, e oltre a non avere dell’entusiasmo nel frattempo non sono nemmeno diventato esperto, bravo coglione che sono, dall’altro lato però quello schifo mi sembrava il giusto omaggio a quel me del 2003, vale a dire il giusto omaggio di una critica onesta e spietata: questo libro è una merda, so che mentre lo scrivevi ti sembrava bello, forse bellissimo, forse il miglior romanzo di letteratura italiana del terzo millennio, ma ti sbagliavi, fa schifo, leggilo, schifo, vergognati e ringraziami per la sincerità, stronzo. 

Qui sotto l’ultima parte di un capitolo di ogni eroe porta due baffi. Non il peggiore, a dire la verità. Anzi, uno dei meno schifosi. Mi è tornato in mente ieri mattina quando ho visto una mamma in bici sotto una pioggia ignorante e obliqua che portava sul seggiolino davanti una bimba piccola e sul portapacchi dietro un bambino così grande che le punte delle sue scarpe strisciavano sull’asfalto. Dovessi scriverlo oggi, probabilmente sarebbe un capitolo di due righe: c’era una signora sull’autobus con tre figli e i sacchi della spesa, chissà come ha fatto a scendere.

A un certo punto, uscito il nome della città americana come un imprevedibile geyser dal mio preconscio, mi sono accorto della presenza sul mezzo pubblico di una ragazza nera sui ventott’anni: un cappello floscio, iridato di traverso sul capo, un’ombra di lanugine sopra il labbro, gli occhi che sembran d’oro. La ragazza deve aver fatto la spesa, perché ha tre sacchetti all’apparenza pesanti vicino ai piedi. In un marsupio elastico che giace sulla pancia dorme uno dei suoi figli; non è lecito dubitare, da come lo guarda, che sia suo figlio. Al fianco ha una carrozzina da cui, ad intervalli regolari, esce un vagito. La ragazza riesce a fermare il pianto della carrozzina dopo un paio di movimenti a culla. Quando l’altro suo figlio, da come guarda la carrozzina non è lecito dubitare sul fatto che là dentro sia steso un altro figlio suo, smette di piangere, sorride. La ragazza ha un terzo figlio, lo sguardo non mente, sui quattro anni; il bimbo siede composto e intelligente, gli occhi son gli occhi della madre. Guardo il bambino con attenzione, lui ricambia lo sguardo con la dignitosa serietà dei bambini, di alcuni. Poi, mentre io, come invaso da pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche, ancora lo studio, il bimbo sposta gli occhi sulla madre e ride al suo sorriso.
Di colpo mi innamoro dei quattro; dei quattr’occhi non visti e dei quattr’occhi visti, che identici, istantanei, mi si sono infitti e sparsi per tutta quanta l’anima.
Fibrillo, caracollo fuori dal bus prima di tutti e raggiungo la stazione a piedi; commosso, convinto. Commosso in quanto convinto che quella donna fiabesca e favolosa, senza l’aiuto di nessuno, porterà i suoi figli e i suoi sacchi ovunque vorrà.


Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  10.01.2015 | 16:14
Nous sommes tous fran
 
 

Stamattina verso le 10 mi ha telefonato Matteo Renzi. Cos’è questa storia che vuoi scrivere un altro post su di me? Mi ha detto con fare brusco. Lo sai che l’altra volta non ho gradito. Ha aggiunto. Sì, lo so, ho detto io vergognandomi un po’. Comunque, di cosa si tratta? Di una lucida analisi politica internazionale alla luce dei tragici eventi francesi? Mi ha chiesto. In sottofondo si sentiva che stava digitando su una tastiera. In un certo senso sì. Ho detto io. In quale senso? Mi ha chiesto. Nel senso che i tragici eventi francesi c’entrano, ma non si tratta proprio di una lucida analisi politica internazionale. Ho detto io. Spiegati meglio. Ha detto lui smettendo per un attimo di digitare. Il post prende spunto dal fatto che ieri hai scritto un tweet in francese. Ho detto io esitando. Sì, certo, e allora? In giorni come questi siamo tutti francesi. Ha detto lui con voce patriottica ricominciando a digitare. Sì, sì, siamo tutti francesi. Ho detto anch’io per non contrariarlo. E allora cosa vuoi da me, Casamichiela? Di cosa stiamo parlando? Qual è il punto? Hai qualcosa contro i tweet in francese, per caso? Ha chiesto lui sempre più impaziente. Se sono scritti alla cazzo sì, ho detto io mettendo da parte ogni vergogna. Bada a come parli, Casamichiela, ci metto un attimo a prendere provvedimenti che non immagini, mi ha detto Renzi alzando la voce. No, coglione, bada tu a come scrivi, coglione di merda, io sarò non si dice je serais ma je serai. Chi cazzo te l’ha fatto fare, coglione, di scrivere un tweet in francese se non sai il francese? Non avevi scelta? Qualcuno ti ha obbligato? I tuoi più stretti collaboratori ti hanno detto che da sondaggi riservati elaborati in tempo reale era emerso che l’opinione pubblica avrebbe gradito un tuo tweet in francese, oltre all’immancabile siamo tutti francesi che andava bene se lo diceva cinquant’anni fa JFK a proposito di Berlino ma detto da te ora sa di formaggia rancida? E’ andata così? I tuoi collaboratori ti hanno detto di fare un tweet in francese, tu hai cercato di resistere dicendo che non eri proprio sicuro se io sarò si scrive je serai o je serais, loro ti hanno fatto notare che non era il momento di sottilizzare e che anzi un piccolo errore ti avrebbe reso ancora più umano, ancora più fragile in questo momento così destabilizzante, tu ti sei crogiolato per un attimo nell’immagine di te fragile e umano e osannato dagli elettori sempre così bisognosi di premier fragili e umani ma al tempo stesso sicuri e rassicuranti e subito hai twittato je serais etc etc, giusto? Ho detto io tutto d’un fiato. Renzi, dopo aver bisbigliato non abbastanza piano da non farsi sentire una frase tipo ‘controlla se questo imbecille ha ragione, dimmi subito come si dice io sarò in francese, e augurati che Casamichiela si sbagli’, mi ha detto: e tu, Casamichiela, in questo momento di crisi, l’Europa sotto attacco, il terrorismo islamico sempre più pervasivo, la minaccia alla libertà di espressione, mi rompi il cazzo per una esse? Esatto, ho detto io. In questo momento di crisi, l’Europa sotto attacco, il terrorismo islamico sempre più pervasivo, la minaccia alla libertà di espressione, ti rompo il cazzo per una esse, perché quella esse da sola spiega quanto sei coglione, tu, sei coglione come uno che passando dal tennis club di Basilea vede Federer che palleggia da solo contro il muro e gli dice che ne dici di fare una partitina, Roger? E quando Federer educatamente dice sì e comincia il riscaldamento lui dopo due o tre scambi rilassati per impressionare Federer prova a fare un tweener, cosa che tu coglione di un Renzi di certo faresti se non altro perché il tweener ti ricorderebbe i tuoi cazzo di tweet del cazzo, e facendo un tweener quel coglione che poi sei tu si tira una racchettata sul ginocchio destro procurandosi una ferita guaribile in giorni sedici salvo complicazioni che tra l’altro merita, ma il coglione poi per orgoglio di quel dolore lancinante al ginocchio non dice niente e continua a giocare per un’altra ora con Federer come niente fosse e alla fine dell’ora il coglione che poi sei sempre tu abbraccia Federer e gli dice stringendo i denti iu ar ze best in ze world of oll ze taims io ar better zen nadal bicos iu ar mor complit end veri elegant end not tu mac musculos, frase con la quale potrei anche concordare in linea di principio se non fosse un coglione come te a pronunciarla, coglione, coglione, coglione di merda che non sei altro, coglione.  A quel punto Renzi, piagnucolando, mi ha detto: perché mi tratti così, Casamichiela? Lo sai che se c’è un momento in cui occorre dimostrare unità contro il regno del terrore jihadista è proprio questo? Lo sai o non lo sai? Se ci facciamo vedere divisi, se facciamo prevalere le piccole invidie per loro è più facile batterci, in fondo siamo tutti francesi, anzi, nous sommes tous fran.

Ho buttato giù prima che finisse la frase e mi sono messo a scrivere questo post.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  04.01.2015 | 23:12
Un elogio
 

Oggi siamo stati a Ferrara. Appesi a un albero di natale, in centro, c’erano tanti biglietti. Erano lettere per babbo natale. Una di queste diceva, più o meno, “caro babbo natale, vorrei un lego chima, la pista delle macchinine e un cappotto per mia nonna, grazie, ivan”. Un’altra, più o meno, diceva “caro babbo natale, mi chiamo edoardo e ho due anni e mezzo, per questo natale non voglio nulla per me, infatti il mio più grande desiderio è che la gente si comporti con più intelligenza, tolleranza e rispetto, perché c’è molto bisogno di rispetto e intelligenza in questo mondo così arido ed egoista”.

Io, lo ammetto, preferisco lo stile di ivan, però anche edoardo, considerando che ha solo due anni e mezzo, merita un elogio. Scrive come un coglione di trenta, ma merita comunque un elogio.

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento