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  27.07.2014 | 15:09
Il mondo tende al terribile
 
 

L’ultimo pomeriggio prima di tornare a casa sono andato al supermercato del paese e lì davanti ho visto che c’era un  ragazzo col ciuffo impomatato che se ne stava appollaiato su una scala alta e stava finendo di montare sopra l’entrata un rettangolone a led luminosi in cui stavano già scorrendo le offerte migliori e i saluti di benvenuto ai turisti in diverse lingue tra cui l’inglese e il greco, allora quello che ho pensato è stato che i cambiamenti avvengono, avvengono sempre e in un certo senso avvengono in fretta e quelli che per esempio avevano lasciato il paese quella mattina non sapevano che adesso sopra l’entrata del supermercato c’era un rettangolone a led luminosi con scritti saluti e offerte a meno che il ragazzo non avesse cominciato già la mattina quel lavoro, e se il ragazzo aveva già cominciato la mattina quel lavoro comunque di sicuro quelli che avevano lasciato il paese il giorno prima non ne sapevano niente e non avevano idea che quel supermercato ora era un supermercato più tecnologico di quello che risultava a loro e magari in quel momento erano già a casa a disfare le valigie pensando che quel paese è così arretrato da non avere neppure un supermercato sormontato da un rettangolone a led luminosi, e mentre mi concentravo sull’immagine del turista distrutto e abbronzato che fa ritorno a casa e ripone le magliette pulite dentro l’armadio chiedendosi se mai il supermercato di quel paese si metterà al passo coi tempi non riuscivo a capire se quel pensiero era dovuto alla ricerca di un argomento qualsiasi per un post che avevo voglia di cominciare prima possibile o se si trattava del riemergere della mia fissazione per la questione del cambiamento che era indiscutibile e quasi cronica perché da quando ero arrivato due settimane prima non avevo fatto che confrontare il paese di oggi e quello di vent’anni fa, e ogni differenza tra il novantaquattro e il duemilaquattordici mi disturbava tanto da offendermi a partire dalla prima che avevo verificato appena giunto al paese quando avevo visto che la discoteca chiamata remezzo club in cui io e gli altri avevamo passato almeno metà delle serate di quella vacanza del novantaquattro e non solo avevamo passato metà o più di metà delle serate di quella vacanza ma avevamo passato le serate migliori di quella vacanza e di quella estate e di quell’anno e forse di tutto quel decennio pieno di serate belle, quando avevo visto che il remezzo club di fatto non esisteva più e tutto ciò che ne rimaneva erano un bancone polveroso un pavimento sudicio e sdraio ammassate e mezze marcite dentro una stanza chiusa sormontata da una scritta antica priva di led luminosi che aveva perso la erre iniziale e che rendeva il remezzo club un emezzo club che nonostante le apparenze aveva men che dimezzato anzi azzerato il valore di quel posto così evocativo, e quella scoperta era stata amara perché le serate al remezzo club erano state le migliori del decennio che a sua volta era stato il decennio della mia vita migliore in assoluto e le notti sulla spiaggia appena fuori dal remezzo club forse erano state persino migliori delle serate passate dentro al remezzo club, ma tutto sommato questa faccenda del remezzo club era una scoperta solo per modo di dire perché chrissa che era la donna che gestiva l’hotel che ospitava me e la mia famiglia questa volta e che tra l’altro era separato dal campeggio che aveva ospitato me e i miei amici vent’anni prima solo da uno dei corsi d’acqua più striminziti e sudici e meno scorrenti che esistano, vicinanza che chiaramente non era un caso ma una precisa scelta fatta da me e camilla per ricreare condizioni simili a quelle di vent’anni prima, perché chrissa a cui avevo chiesto settimane prima via mail notizie sul remezzo club mi aveva già anticipato sempre via mail che il remezzo club aveva chiuso ma non mi aveva detto niente delle altre cose che erano cambiate rispetto al novantaquattro, e non me l’aveva detto perché io non le avevo chiesto nulla se non quella cosa sul remezzo club, e non le avevo chiesto nulla perché preferivo illudermi che esistesse tutto uguale identico a vent’anni prima anche se sapevo benissimo anche prima di partire che sarebbe stato per certi versi terribile trovare tutto identico come sarebbe stato terribile trovare tutto diverso, e questo perché la mia opinione è che il mondo tende al terribile, sempre, comunque e a prescindere, e tra le cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate c’era il pub zeus sulla via principale del paese che esisteva ancora ma non accoglieva più le candele o per meglio dire i lumini sulle mensole, cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che una di quelle candele o lumini vent’anni prima mi si era accesa in mano da sola quando l’avevo afferrata, altra cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che quella candela o lumino che si era accesa da sola doveva servire a illuminare tenuemente e sinistramente una seduta spiritica da svolgere sulla spiaggia accanto al remezzo club teatro delle migliori notti del decennio del secolo e del millennio ma non certo migliori per motivi esoterici, tutt’al più esotici, altra ulteriore cosa che può sembrare di poco conto se non si considera che quell’accensione automatica aveva sconcertato me e i miei quattro amici e le due ragazze che avevamo appena conosciuto così tanto che poi quando eravamo usciti dal pub zeus con quella candela o lumino in mano su quella stessa via avevamo incrociato una vecchia che noi tutti eravamo e siamo ancora pronti a giurare, tutti e sette noi, io gianf filippo andrea lucciola betta e silvia, che non aveva occhi ma solo fosche caverne in zona oculare, una vecchia inquietante che insieme alla faccenda della candela o lumino ha segnato le successive stagioni e i successivi anni tanto che persino nel novantanove o nel duemilauno bastava dire tra noi vecchia senz’occhi per cadere tutti nel silenzio dell’angoscia anche se fino a un attimo prima giocavamo a incendiarci le scoregge, e tra le altre cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate c’era il bar sulla spiaggia di amousso beach o ammouso beach o ammousa beach che vent’anni fa era gestito da quelle che sembravano tre sorelle meravigliose ma forse erano due sorelle meravigliose e una cugina meravigliosa ma può anche darsi che fossero tre amiche meravigliose senza legami di parentela o addirittura due ragazze meravigliose e una solo carina perché si sa che quando ci sono tre ragazze di cui due bellissime e una solo carina quando poi dopo anni ci ripensi te le ricordi tutte e tre bellissime, senza distinzioni e senza discriminazioni, fatto che sia che le ragazze fossero parenti sia che fossero amiche sia che fossero belle tutte sia che fossero belle solo due su tre questo non incide sul fatto che adesso a gestire il bar di amousso o ammouso o ammousa beach non ci sono né sorelle né cugine né ragazze meravigliose o carine ma solo uomini e neanche splendidi per come la vedo io e per quello che conta, e quegli uomini mediocri non cucinano merdosissime salsine di colori fosforescenti come facevano quelle ragazze meravigliose, salsine che noi sopportavamo, mangiavamo e ipocritamente elogiavamo solo perché a cucinarle erano le tre meravigliose che era nostra intenzione non contrariare per nessun motivo al mondo, no, quegli uomini scadenti adesso vendono unicamente gelati e snack e quei beveroni tipo frappuccino che vanno per la maggiore in grecia, e tra le altre cose che non avevo chiesto a chrissa se erano cambiate e ho poi scoperto che erano cambiate, altroché se erano cambiate, c’era il ristorante di quegli altri due vecchietti appena fuori dal paese, un ristorante che i primi giorni della vacanza avevo cercato a nord a sud a est e a ovest del paese senza trovarlo e avevo poi chiesto a chrissa se esisteva ancora e per spiegarmi meglio le avevo fatto vedere due foto, un primo piano del vecchietto coi baffi e una foto di gruppo con tutti e nove, la vecchietta che ride e mangia in piedi da un piatto che tiene con una mano, il vecchietto che sorride soddisfatto seduto su una seggiola e le braccia poggiate sulle cosce, a torso nudo e coi pantaloni marroni a vita altissima stretti da una cintura anch’essa marrone, andrea filippo gianf lucciola e betta in piedi, chi radioso chi grave chi soave chi indifferente chi assonnato, io e silvia accosciati e malfermi come calciatori ubriachi nella rituale foto prepartita, e chrissa aveva detto che lei non sapeva aiutarmi ma era quasi certa che suo marito stephanos sì perché era originario di quel paese mentre lei era mezza ateniese, e allora poi lei con stephanos ci ha parlato e anch’io con stephanos ci ho parlato e gli ho lasciato la foto non quella di tutti e nove ma quella del primo piano del vecchietto e lui ha preso la foto l’ha osservata annuendo e sussurrando parole greche è entrato in macchina e ha appoggiato la foto sul contachilometri dietro lo sterzo poi è partito per fare le sue indagini e quando è tornato mi ha detto che forse aveva capito di chi si trattava e non era sicurissimo ma molto probabile che quel vecchio fosse ancora vivo ma non facesse più il ristoratore ma il tagliatore di legna e che il ristorante l’avessero rilevato degli italiani che cucinavano la pizza e i maccheroni, e infatti quando poi il giorno dopo con un’ansia in corpo di difficile decifrazione sono andato davanti al ristorante pizza e maccaronì che vedevo per la ventesima o trentesima volta in due settimane ma per la prima volta riconoscevo come il ristorante che in assoluto avevo più rimpianto negli ultimi vent’anni e l’avevo rimpianto non tanto per l’abbondante ouzo che nel novantquattro ci veniva offerto e quasi imposto dai due vecchietti e che noi di nascosto avevamo cominciato a sversare nelle piante attorno al tavolo una giunti al terzo bicchiere colmo servito come aperitivo pre-cena né per le olive che di sicuro avevamo mangiato e che pure dovevano essere state ottime come spesso le olive greche sono ma l’avevo rimpianto perché non ricordo di essere stato più così bene come attorno a quel tavolo mai più o almeno mai più mi è sembrato così bello mangiare e bere insieme ad altre persone, quando poi il giorno dopo sono andato davanti al ristorante pizza e maccaronì è uscita dalla porta d’ingresso e di uscita una signora italiana bionda dall’aria stanca e gli occhi azzurri che mi ha detto desidera? a cui ho chiesto se per caso quel ristorante tanti anni prima era gestito da due vecchietti un uomo e una donna lui sovrappeso e gioviale lei più secca e con un accenno di baff e la signora italiana senza lasciarmi finire mi ha detto che sì anni prima il ristorante era stato di quei due vecchietti ma ora non più ora erano loro i proprietari e dopo aver detto così mi ha consegnato il menu su cui stava scritto che pizza e maccaronì ristorante italiano con forno a legna fa anche pizza d’asporto e delivery.

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  06.07.2014 | 23:23
Come
 

Finirà come deve finire, mi dicevo prima della partita. Sì, ma come deve finire? Mi chiedevo poi, senza rispondere.
Non sono riuscito a seguire la finale con continuità. Ero troppo agitato. Fissavo il computer collegato al sito di wimbledon per un game, dopo dovevo trovare qualcos’altro. Stavo al computer per un po’, poi leggevo un capitolo di un libro. Mi rimettevo al computer, dopo tre minuti pulivo i fornelli. Tornavo al computer, tempo qualche scambio e mi mettevo a passare l’aspirapolvere. Pur di fare qualcosa, tra un’occhiata al computer e l’altra, ho lavato a mano dei pantaloni già puliti. Durante il secondo set. Poi li ho stesi e li ho rilavati a metà del terzo set.
A un certo punto, era da un po’ che non andavo al computer, ha chiamato Camilla. Allora, come va? Mi ha chiesto. Te lo dico subito, ho detto io. Sono tornato al computer. 5-2 per Djokovic al quarto set, che aveva vinto due dei tre precedenti set. Considerato che Federer al quarto set contro Djokovic non ha possibilità nemmeno se sta vincendo lui 5-2, era chiaro che la partita ormai era chiusa.
Sta finendo, Federer ha perso, ti chiamo tra poco, le ho detto. A quel punto ho smesso di rilavare cose pulite e ho deciso di seguire gli ultimi minuti del match senza interruzioni. Ormai non ero nemmeno più agitato.
Federer ha tenuto la battuta. 5-3. E questo era facile. Non scontato, ma facile. Poi ha fatto il break 5-4. E questo era difficile, ma tutto sommato possibile. Poi ha ritenuto la battuta. E ci poteva stare. 5-5. A quel punto la cosa più probabile era un altro tie-break, dopo il tie-break del primo set, che aveva vinto lui, e il tie-break del terzo, che aveva vinto Djokovic. Invece Federer ha fatto un altro break. 5-6 per lui. Cosa altamente improbabile e quasi sicuramente destinata a scatenare la rabbia di Djokovic tanto da provocare il controbreak. Dopodiché un tie- break che avrebbe visto trionfare Djokovic. Sicuro. Invece Federer, il vecchio Federer, il vecchio e insicuro Federer incapace di vincere una partita che duri più di due ore, dopo tre ore e mezza di gioco ha tenuto il servizio e ha conquistato il quarto e penultimo set.
A quel punto l’agitazione è tornata oltre i livelli di guardia. Ho letto un altro capitolo del libro, mi sono tagliato le unghie, ho buttato la frutta marcia ancora presente in frigo, già che c’ero ho dato una pulitina al frigo e sono tornato al computer, convinto di scoprire che Djokovic nel quinto e ultimo set aveva piazzato il break iniziale per ristabilire i valori in campo e far capire subito che quanto appena accaduto era solo una specie di contentino per un comunque valido avversario. E invece il break non c’era. Il punteggio era di 1-1.
Ho fatto una veloce valutazione in seguito alla quale ho capito che se non fossi uscito subito di casa l’agitazione avrebbe avuto la meglio, e che per salvarmi non sarebbe stato sufficiente nemmeno un gesto estremo. Qualcosa come passare il mocio sul terrazzo o stirare i tovaglioli.
Ho preso lo zaino, ci ho messo dentro le sigarette, le chiavi di casa e il cellulare. Poi sono uscito senza nessuna meta precisa. Dopo cinque minuti ho incontrato una ragazza. La ragazza mi ha fermato. Scusa, posso disturbarti un attimo? Ha detto lei. Prego, ho detto io. Il carro attrezzi mi ha portato via la macchina, devo andare a prenderla in via del Gomito, ha detto lei. Oh, ho detto io. Di solito non fermo gli estranei, ma non so proprio come fare, ha detto lei. Mh, ho detto io. Devo pagare centosettantotto euro e non li ho tutti, devo tornare a casa con urgenza, abito lontano, ha detto lei. Ah, ho detto io. Mi puoi aiutare? Ha detto lei. Come? Ho detto io. Dandomi qualcosa, ha detto lei. Quanto? Ho detto io. Diciassette euro, mi mancano diciassette euro, ha detto lei. C’è un problema, ho detto io. Quale? Ha detto lei. Non ho il portafogli, sono uscito senza, ho detto io. E non andresti a prenderlo? Sai, devo arrivare a Castel d’Aiano, non insisterei se non fosse una situazione così, ti prego, non so davvero come fare.
E’ stato un attimo.
Tu adesso vai a casa, prendi diciassette euro, torni qui e glieli consegni. Ho pensato. Anzi, fai il brillante e le lasci venti euro. Ho pensato ancora. E lo fai perché, se lo fai, Federer vince il quinto set, la partita e il torneo di Wimbledon per l’ottava volta, superando Sampras e Renshaw che l'hanno vinto solo sette volte e spingendosi ancora un po’ più su nell’empireo dell’inarrivabile leggenda tennistica. Diciotto slam, quattro più Sampras e soprattutto di Nadal, quel porco di Nadal.
Aspettami qui, arrivo subito, le ho detto. Sono tornato a casa, ho preso venti euro, me li sono nascosti nell’incavo del palmo e sono uscito. Nel punto in cui le avevo detto di aspettarmi non c’era nessuno. Ho guardato nei dintorni: nessuno. Sono andato a dare un’occhiata al parco lì vicino: nessuno.
Pazienza, mi sono detto. Il gesto comunque l’ho fatto, quindi è come se questi venti euro glieli avessi dati. Ho fatto tutto il possibile. Ci ho anche messo poco tempo, ho quasi corso lungo la strada. Mi sono detto ancora. L’ho persino cercata al parco, di più non mi si può chiedere. Ho concluso.
Sono tornato a casa, ho rimesso i venti euro nel portafoglio e ho seguito fino alla fine la partita, che è finita come doveva finire.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  05.07.2014 | 17:40
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- Rogerchi?
     
La voce di Pinky Pie è più acuta del solito mentre col suo scintillante zoccolo anteriore destro indica beffarda il muso lungo del pony che si trova davanti.

    - Rogerlù.
    - Rogerlù? Per cosa sta Rogerlù?
    - Sta per Rogerluser.
    - Ah!

Pinky Pie scappa via scorreggiando polvere di biada per la piana di Equestria, lasciando il pony a pascolare solitario tra i dolci meli di proprietà di Applejack, che giunge in quel mentre.

- Ciao Applejack
- Ciao Rogerlù.
- Oh, sai anche tu che mi chiamano così?
- Volano le notizie ad Equestria. E non solo le notizie. Sei nervoso?
- Da cosa l’hai capito?
- Solitamente i coglioni ti sudano molto meno di così.

Rogerlù diventa paonazzo, cerca di incrociare le zampe posteriori per nascondere il maleodorante torrente che scende dal suo scroto fino a toccare terra. Ma rischia di cadere e così smette.

- Roger, è la nona volta che arrivi in finale. E hai perso solo una volta. Di cosa hai paura?
- La verità?
- No, dimmi una bugia.
- Davvero? Vuoi una bugia?
- No, era una bugia. Voglio la verità.
- Ok, la verità, la verità è che…

Applejack, attirata da una farfalla a forma di icosaedro che svolazza qua e là, scompare tra i meli senza interessarsi alla verità di Rogerlù, che si allontana a sua volta, direzione boutique di Rarity.

- Ciao Rogerlù.
- Ciao Rarity.
- Vuoi un completino per la finale di domani?
- Ce l’avresti?
- Certamente. Ho appena creato questi pantaloncini fucsia con inserti in…
- Eh no, Rarity. Eh no. Solo vestiti bianchi per la finale di domani.
- Pantaloncini bianchi? Te li scordi, bello.
- Ma Rarity.
- Non chiamarmi Rarity. I pantaloncini bianchi non sono certo una rarità.
- Cerca di capire, C’è il dress code.
- Mi ci spazzo il culo, io, col dress code. Togliti dalle palle. Vai a comprarti i pantaloncini bianchi all’emporio dello zio di Big Mcintosh. E non tornare.

Rogerlù esce mogio dalla boutique. Si avvicina alla taverna di Equestria in cui ha intenzione di ubriacarsi senza dignità, ma si imbatte in Rainbowdash.

- Ciao Rainbowdash.
- Ciao Rogerlù.
- Ti va di farmi compagnia?
- Perché?
- Perché? Ci deve essere un perché? 
- Non dovrebbe esserci, in teoria, ma visto che so cosa pensi di me allora sì, deve esserci un perché.
- E cosa penso di te, Rainbowdash?
- Lo sai benissimo cosa pensi di me.
- No, io, veramente, non…
- O vuoi forse dirmi che sei talmente coglione da non sapere nemmeno cosa pensi di me, eh, Rogerlù?
- Io…
- Eh, Rogerlù?

Rogerlù, il muso basso e il fiume di sudore scrotale inarrestabile, non tollera la stringente dialettica di Rainbowdash e si rifugia alla taverna di Equestria.

- Barista, un whiskey liscio.
- Ciao Rogerlù.
- Ci conosciamo?
- Io conosco te, ma tu non conosci me.
- Capisco.
- Davvero? Ti vedo comunque perplesso, Rogerlù.
- Sì, sono perplesso. E sai perché, barista?
- Sì che lo so.
- Sentiamo.
- Ti stai chiedendo dove sono quelle due troie di Fluttershy e Twilight Sparkle.
- Non posso negarlo, barista.

Il barista, con prontezza, fischia. Da sotto il bancone emergono Fluttershy e Twilight Sparkle, palesemente sporche di vomito e sperma equino rappreso. Ciondolano verso un palo posizionato poco distante e danno il via a quella che solo un narratore troppo clemente o troppo arrapato o troppo amante dei trattini potrebbe definire una lesbo-zoofil-lap dance.

- Cosa c’è, Rogerlù? Hai paura di perdere?
- Macché, barista. Credimi quando dico che non me ne frega niente se domani vinco o perdo.
- No. Non ti credo.
- Non dovrei nemmeno competere con quel merdoso unicorno serbo. Io e lui siamo su due piani diversi. Rette sghembe. Nulla di affine. Mi spiego? Hai capito?
- Abbastanza.
- Stavolta sono io che non ti credo.
- Fai bene.  Ma se non è paura, allora cos’è?
- Preoccupazione.
- Cazzo, è più o meno la stessa cosa, Rogerlù.
- Non è il serbo a preoccuparmi. E’ lui.
- Lui?
- L’autore.
- L’autore?
- Sì, cazzo, l’autore del post. Di questo post, ok? Sai che cos’è un cazzo di post?
- Non c’è bisogno di offendere. Lo so cos’è un post. Perché ti preoccupa l’autore?
- E me lo chiedi? Ha rispolverato i pony e gli unicorni, cazzo. Una categoria del suo blog ormai morta e sepolta. Sai da quanto tempo aveva lasciato perdere questa merda?
- Ehi, ti ricordo che questa merda siamo noi.
- No, tecnicamente tu potresti essere anche umano, l’autore non ha specificato.
- Bene, allora diciamo che stai dando della merda a te stesso.
- E’ quello che mi merito, dopo la scorsa stagione. Robredo, Delbonis, Stachowski. Una sequenza imbarazzante di sconfitte. Ma adesso le cose sono cambiate.
- Fossi in te ci andrei cauto, se domani perdi puoi dire addio a tutti questi presunti progressi. Perdi, e domani finisce tutto.
- Va bene, che finisca. Me ne fotto, io, anche se finisce. Tu comunque non mi ascolti. Ti stavo dicendo che è lui a preoccuparmi, non il serbo.
- Non preoccuparti per lui. Si salverà.
- Che ne sai?
- Lo so e basta.
- Te l’ha detto lui?
- Lo so e basta, ti ho detto.
- Perché se te l’ha detto lui non fa testo. Lui pensa sempre di salvarsi. Ma a volte non si salva.
- Vaffanculo.


Barista e Rogerlù a questo punto tacciono e osservano con stanca eccitazione Fluttershy e Twilight Sparkle che si dimenano al palo.

- Quindi si salva?
- Chi?
- Come, chi? L’autore.
- Si salva, si salva.
- Sicuro?
- Puoi scommetterci il diritto a sventaglio.
- Preferirei scommettere il mio rovescio in back.
- Non se lo incula nessuno, il tuo rovescio in back.


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