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  25.02.2014 | 15:22
Per questo
 

Non è vero niente che delle cose difficili è difficile parlare. E’ facile, invece.
Dio, per esempio. Di Dio è facilissimo parlare. Io so benissimo come vede le cose Dio. Intendo dire che so perfettamente che progetti ha Dio riguardo a me. Mi spiego meglio.

Dio, che come è noto ha un’ottima memoria, si ricorda che quando ero piccolo credevo in Lui. Andavo in chiesa, mi facevo il segno della croce con le dita bagnate d’acqua benedetta, mi inginocchiavo nei momenti della Messa in cui era previsto inginocchiarsi. Niente da dire, ero bravissimo. La sera prima di dormire facevo un bilancio della giornata che aveva qualcosa di religioso. Mi rivolgevo a Lui, gli spiegavo il perché delle cose che avevo fatto o a cui avevo rinunciato. Lui comprendeva, ascoltava, non interrompeva mai.
Poi, più avanti, ho smesso di interessarmi all’argomento. Mi sono lasciato un po’ prendere dal razionalismo: questo il motivo principale. E il razionalismo e Dio non vanno d’accordissimo. Verrebbe da dire che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, se non fosse che in realtà diavolo e acqua santa vanno anche bene insieme, seppur con qualche conflitto, a modo loro, mentre razionalismo e Dio secondo me non tanto. Razionalità e Dio ancora ancora, ma razionalismo e Dio no.
Adesso sono in un’altra fase ancora. Dio ricomincia a interessarmi abbastanza, il razionalismo invece non mi appassiona più. Però non posso dire che ci credo. Né che non ci credo. Né a Dio né al razionalismo. O meglio, al razionalismo non ci credo più (quel che doveva fare con me, il razionalismo l’ha già fatto: adesso mi lascia stare, non ho più un conto aperto con lui), mentre a Dio non so se proprio credo, ma se non ci credo, se ancora non ci credo, credo che tra un po’ ci crederò. Neanche tra tantissimo, forse un anno o due.
Per essere un po’ più precisi – posso permettermelo, conosco Dio a sufficienza – le cose stanno in questo modo. Dio, che come è noto oltre alla memoria ha anche la pazienza, sta lì e aspetta. Sa che tra un po’ da Lui ci torno. E non lo sa solo da quando lo so io, cioè qualche tempo, pochi mesi, Lui lo sa da quando sono nato, anzi, da prima, da quando ha deciso che sarei nato – concetto quest’ultimo né razionalistico, né razionale, né biologico né in definitiva umano -, già da allora sa che tipo di percorso avrei fatto (prima fase - frequentazione della chiesa di sant’Agata di Imola con occhio basso e colorito grigiastro, preghiere diurne, riflessioni parareligiose notturne, dita bagnate d’acqua Santa, fioretti a go-go, ricerca del Bene Assoluto un po’ dove capita, attenzione semigiainista a non uccidere le formiche camminandoci sopra, rifiuto di dire le parolacce anche se solo parolacce del cazzo come idiota imbecille scemo etc etc – e seconda fase – convinzione hegeliana di poter spiegare tutto il reale col raziocinio, pensiero magico paradossal-naîf del tipo perdonami Dio ma tanto sappiamo tutti e due che tu non esisti, persino tu che non esisti sai che non esisti, lascia che frequenti il libero pensiero illuminista, non fare il Dio vendicativo del Vecchio Testamento che non ti si addice, etc etc), e sapendolo ha accettato i miei tempi, non ha forzato la mano, un po’ perché è sempre controproducente forzare la mano – Dio lo sa -, un po’ perché tanto non serviva, sapeva che sarei tornato.
E infatti, anche se ancora non sono tornato, è ormai sicuro che tornerò, coi miei tempi (diciamo miei, ma forse sono più Suoi che miei, o forse non sono di nessuno, sono solo tempi, giusti tempi), e così si chiuderà un cerchio o una parabola simile al cerchio o parabola che ha avvicinato me e Agata nei suoi quasi sei anni di vita (Agata da zero a un anno circa mi ha tenuto molto in considerazione, o almeno le servivo un po’ per tutto, dipendeva da me e da Camilla e accettava questa dipendenza senza ribellioni né preferenze. Poi, da un anno a pochi mesi fa è stata in una fase di allontanamento, espulsione, messa in discussione del papà e complementare certezza che le bastasse la mamma per qualsiasi cosa. Adesso, da qualche tempo – ma forse è presto per dirlo con certezza -, Agata si è riavvicinata).
Mi rendo conto che in realtà il parallelismo io/Dio e Agata/papà è sbagliato (io ho trattato Dio meglio di come Agata ha trattato me, soprattutto se ripenso all’orrendo 2009 e al fallimentare 2010), inoltre paragonarmi a Dio, oltre a essere fuorviante in quanto potenziale segnale di ego appena appena ipertrofico che non spiegherebbe perché la maggior parte del tempo io sono convinto di essere una merda, è fuori luogo perché io non ho la Sua memoria, né la Sua lungimiranza, né probabilmente la Sua pazienza (ma di questo non sono sicurissimo: se avessi l’opportunità di parlarne con Giobbe, per esempio, e gli dicessi che secondo me Dio è estremamente paziente, lui, seppure con l’aplomb che l’ha sempre contraddistinto, mi farebbe notare che tra loro due quello paziente non è Dio), ma non importa. Parallelismo giusto o sbagliato, il cerchio o parabola che lega me a Dio e Agata a me ha qualcosa di, come posso dire, perversamente ineccepibile.

E così, se non sbaglio, è dimostrato una volta di più che parlare delle cose difficili non è difficile, ma facile. E’ per questo che io non lo faccio quasi mai.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  14.02.2014 | 15:00
L'eterno ritorno del cazzo
 

La premessa è che io non capisco la politica. Non la capisco un po’ perché non sono portato, un po’ perché non mi interessa – e quindi non mi interessa nemmeno capire se è vero che non sono portato o semplicemente non mi interessa, ma sono comunque portato a credere di non essere portato al di là del disinteresse – e un po’ perché da due anni a questa parte in casa mia gli unici canali della televisione accesi, a turno, sono Rai YoYo e Cartoonito, che sono due canali di merda per tanti versi, soprattutto Cartoonito che più di Rai YoYo si pone l’obiettivo programmatico della completa sedazione del bambino, ma hanno entrambi l’indubbio vantaggio di non trasmettere a nessuna ora del giorno programmi di politica del cazzo.

Data la premessa, anche se non capisco e non mi interessa la politica, a volte accadono cose politiche che attirano la mia attenzione, e attirandola mi spingono all’analisi nell’unico modo in cui può analizzarle uno come me che non si appassiona alla politica e non la capisce, vale a dire – Gual mi scuserà se lo cito imprecisamente – un po’ a cazzo.

Un po’ a cazzo significa che non le analizzo veramente queste cose politiche, non sono in grado, mi limito a lasciarmi cullare da certe immagini o similitudini che passano nella mia testa e mi piace credere siano calzanti, oppure più che calzanti mi piace credere che siano suggestive, ed essendo suggestive – poniamo che lo siano per comodità - danno l’idea a chi le legge, me compreso, che per esempio su questa faccenda dell’ipotetica nuovo governo ho capito tutto anche se in realtà non ho capito quasi un cazzo.

G. e M. sono una coppia sposata da qualche anno, diciamo sei o sette. G. è la moglie. M. il marito. Meglio: G. è la mesta, anonima, ingobbita moglie, affascinante ormai solo nei bei levigati gomiti, esattamente come la moglie di Oblomov. M. è l’esuberante, carismatico, impettito marito a cui da tempo non basta più guardar quei bei levigati gomiti per non pensare d’avere sbagliato tutto. Alla sera, ogni sera, M. interrompe per un attimo la visione del film in prima serata per dare un’occhiata a G. girato di spalle, addossato al lavello, che lava i piatti con un docile movimento rotatorio. A quel punto, ogni sera, M. scuote la testa. Ma come ho fatto – si chiede –, come ho fatto a sposarmi con una così, cazzo?

Una sera che M. si trova ad essere meno incline del solito a tollerare l’asfittica tristezza della vita a cui l’ha a suo modo di vedere costretto G., e quel docile movimento rotatorio delle mani di G. genera un meno docile movimento rotatorio nella zona dei suoi testicoli testosteronici,  M. si decide ad affrontare G.: così non va, non può più andare, gli dice M. Cosa? Cos’è che non va? Chiede di rimando G. Io e te, non andiamo, non andiamo per niente. Precisa M. fissando con disgusto i bei levigati gomiti di G. Le cose non vanno male tra noi. Ribatte G. che senza voltarsi osserva l’orlo del bicchiere che sta sciacquando. No? Non andiamo male? Domanda M. con aria vagamente ebete. Siamo una coppia come tutte le altre, continua G. Alti e bassi. Dopo qualche anno è normale. No, risponde M. ritrovando la verve dei tempi migliori, non è normale neanche per il cazzo.

La verità è che G., la quale non manca di consapevolezza dei suoi limiti, sa che nel caso M. lo lasci per lei sarà dura trovare qualcun altro. Neppure lei forse è più innamorata, ci sono tante cose di M. che non le piacciono – quando dorme, M. scorreggia forte gonfiando il piumone, si masturba sotto la doccia pulendosi poi sulla tendina, mentre parla a volte gli si forma agli angoli della bocca una pastella bianca come quella di Forlani al processo Enimont -, ma non gliele fa notare per delicatezza, o perché teme la discussione che ne seguirebbe. In ogni caso, innamorata o non innamorata, pastella o non pastella, la prima reazione di G. all’exploit del marito è pensare che sarebbe da folli separarsi adesso. La seconda, invece – ma non è detto che ci arrivi, G., alla seconda reazione, che implicherebbe una volontà di approfondire la cosa che forse G. non ha e non avrà -, sarebbe capire che le possibilità di legarsi prima o poi a un altro uomo, uno che forse rispetterebbe lei e le tendine della doccia più del marito, non sarebbero proprio irrisorie. La terza – una volta arrivata alla seconda reazione arriverebbe anche alla certa, questo è certo, ma sul passaggio dalla prima alla seconda reazione, come si diceva, sussistono poche garanzie –, la terza sarebbe sentirsi libera come non le è mai accaduto, non che lei ricordi almeno, e da donna libera concedersi un catartico, urlato eccheccazzo!

Quello che ha mosso M. ad agire proprio adesso, così come capita spesso agli uomini come lui, è di una semplicità splendida e disarmante: in questo periodo si è accorto di piacere a tutte le donne del quartiere. La panettiera l’altro ieri gli ha fatto l’occhiolino e gli ha aggiunto un biscotto dei suoi preferiti nel sacchetto del pane. Ieri la biciclettaia si è affacciata alla bottega e col sorriso malizioso ha suggerito ‘serve una pompa?’. Oggi la farmacista come l’ha visto si è sbottonata un po’ il camice e si è appoggiata al bancone mettendo in mostra il seno. E’ il suo momento, sente di poter fare tutto, e stare solo con G. sarebbe – avverte qualcosa di eroico nel pensiero che sta formulando, percepisce la forza epocale e giustamente brutale che si porta dietro questa certezza, è pronto ad accogliere su di sé tutte le conseguenze, lo deve innanzitutto a se stesso, costi quel che costi – sarebbe come farsi un nodo al cazzo.

Forse non è normale, aggiunge G. dopo una pausa, ma proviamo ad andare avanti ancora un po’. E come? Domanda M. atteggiando la bocca a sardonico sussiego fiorentino. Farò un tentativo, mi ci metterò d’impegno, assicura G. Tu? Lo indica M. senza mutare espressione. Io, sì, un impegno per te e per noi. Conclude G. enfaticamente, girandosi alfine verso il marito. Dopodiché si toglie i guanti gialli, li appoggia ordinatamente al lavello, si avvicina un po’ meno gobba del solito a M., gli abbassa la lampo dei pantaloni e prende a ciucciargli il cazzo.

No, no, così è troppo facile, la interrompe dopo mezzo minuto M., anche se sulle prime si era concesso la libertà di accompagnare il docile movimento - in parte anche rotatorio – della testa di G. con la mano. Devo scegliere la strada meno battuta. Devo farlo. Devo. Detto questo spinge via G., si tira su la lampo, si alza, infila il giubbotto di pelle ed esce di casa. Dopo un attimo G. ritorna al lavello, si rimette i guanti gialli, riprende a lavare i piatti e con voce esilissima dice – non è chiaro se a se stessa o al marito – idiota, idiota, idiota del cazzo.

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  04.02.2014 | 23:09
Solo rispondere
 

- Sono quattro.
- Eh?
- Sono quattro o cinque post.
- Quattro o cinque?
- Forse anche sei.
- Cosa mi vuoi dire?
- Quattro o cinque post che parli di Agata.
- Non è vero. C’è stato quello sugli Australian Open, per esempio, Agata non…
- Quattro o cinque post che parli di Agata e non di me.
- Beh, se prendi in considerazione solo quelli che parlano di figlie allora sì, può darsi.
- Tu ti senti in colpa.
- Sempre.
- E’ per questo che l’hai fatto. Ti sembra di trascurarla. Cerchi di compensare coi post.
- Non serve.
- No che non serve.
- Non serve mai.
- Mai.
- Bimba, come si fa?
- Come si fa a fare cosa?
- Come si fa a fare le cose bene?
- E’ impossibile.
- Le cose fatte bene non esistono, vero?
- Forse esistono, ma è come se non esistessero.
- Allora non sto sbagliando?
- Stai sbagliando, invece. Ma è come se non sbagliassi.
- Tutto è uguale a tutto, bimba.
- Tranne quello che non è uguale a niente.
- Non ti seguo.
- Lo so. Sono troppo veloce per te, papà.
- Sei troppo tutto.
- Non esagerare.
- Sei tu che esageri, bimba. Smettila di essere troppo per me.
- Stai cercando di dirmi che è colpa mia?
- Qui nessuno ha colpe.
- Se qualcuno ne ha, non sono io.
- No, certo. Non tu.
- Non sono io ad aver scritto sette post di fila su una figlia dimenticandomi dell’altra.
- Non erano quattro o cinque?
- Smettila di sentirti in colpa.
- Non smetterò. E tu non smetterai di essere troppo.
- Nessuno comincerà mai a smettere niente.
- Sbaglio o questa discussione sta prendendo una piega beckettiana?
- Non conosco abbastanza Beckett per rispondere. E nemmeno tu per parlarne.
- Sbaglio o questa discussione adesso sta prendendo una piega ancora più beckettiana rispetto a due battute fa?
- Ok, papà. Se è così che sai gestire il senso di colpa fai pure.
- Non lo so gestire.
- Lo so.
- E’ solo un modo di rispondere al senso di colpa.
- Sì, lo so.
- Ma di gestire non se ne parla.
- Va bene.
- Gestire non è il mio forte.
- Il concetto è chiaro, papà.
- Se pensi che io sappia gestire qualcosa si vede che non mi conosci.
- Papà?
- Sì.
- Basta così.
- Scusa.
- Non scusarti.
- Scusa per tutto.
- Non scusarti.
- Scusa.
- Non scusarti.
- Erano davvero quattro o cinque post di seguito?
- Forse sei.
- Questo però è su di te.
- No, è su di te.
- No, su di te.
- Non credo.
- E’ importante?
- Non so. E’ importante capire se è importante?
- Bimba, lascia questi giochi a me.
- Ok, papà.
- E’ il mio modo di rispondere al senso di colpa. Non il tuo.
- Lo so.
- Di gestire non se ne parla. E’ solo rispondere.
- Solo rispondere, sì.
- Solo rispondere.
- Solo rispondere.

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