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  28.01.2014 | 23:13
Una foto, millecentosette parole
 
 

 

La prima volta che l’ho vista non me ne sono accorto, nemmeno la seconda, ma la terza o la quarta volta che ho guardato per bene la faccia di Agata ho capito che le somiglio. Quando mi sono accorto che le somiglio (non me ne sono accorto solo io, se n’è accorta anche la mia innamorata, e se se n’è accorta la mia innamorata, che è anche la mamma di Agata, allora deve essere proprio vero che le somiglio, perché la mamma di Agata mi ama, ama la mia faccia e via dicendo, ma come è normale ama più la sua faccia che la mia e vorrebbe assomigliarle più di me) mi sono detto che è una cosa buona assomigliare a una figlia; prima di tutto perché è una prova di paternità certa – messa in dubbio solamente dall’eventuale esistenza di un mio sosia che comunque non ho ragione di temere che esista -, e poi perché assomigliare alla propria figlia è come avere un altro te stesso che ti tiene d’occhio e che controlla che tu non faccia scherzi di nessun tipo a lui che è quasi te, ma piccolo e femmina (quindi somigliante sì, ma con alcune grandi differenze). Un’altra cosa che ho fatto quando mi sono accorto di assomigliare ad Agata è stata guardare un vecchio album di fotografie per vedere se le assomigliavo anche quando ero un neonato come lei. Ho guardato e ho visto che le assomigliavo molto anche da neonato, ma forse le assomiglio un po’ di più ora che sono adulto. Questa cosa mi ha in parte stupito, perché pensavo che fosse più probabile che i neonati si assomigliassero tra loro più di quanto assomigliassero agli adulti, soprattutto in questo caso che è un caso di parentela stretta, ma quello che mi ha stupito senz’altro di più è stato il pensiero successivo. Il pensiero successivo è stato: se assomiglio ad Agata più da adulto che da neonato, allora forse sarebbe stato meglio se da neonato fossi stato più simile a lei che a me.
A questo avrei potuto benissimo smettere di pensare, ma non l’ho fatto; ho pensato un’altra cosa e precisamente questa: se Agata e io ci assomigliamo così tanto adesso, quanto ci assomiglieremo tra qualche anno, quando lei sarà adulta e io non ancora vecchio? L’unica risposta che mi è venuta in mente è che quel giorno ci assomiglieremo ancora più di quanto io oggi assomigli a me stesso. Dopo essermi dato questa risposta mi sono detto: bravo, complimenti, bella risposta stuzzicante, peccato solo che non voglia dire niente, perché nessuno è uguale a un altro più di quanto quell’altro sia uguale a se stesso. Allora a questa affermazione ho ribattuto: questo lo dici tu, vedrai che mia figlia, che poi è anche tua figlia, visto che tu che hai affermato quello che hai affermato altro non sei che un’altra parte di me – un po’ come mia figlia, ma più adulto e meno femmina di lei -, vedrai che nostra figlia, che sarà di certo eccezionale, riuscirà in questa cosa apparentemente impossibile: nostra figlia da adulta sarà più uguale a noi di quanto noi siamo uguali a noi stessi. Questa ribattuta ha per un attimo lasciato di sasso la parte di me che aveva affermato quello che aveva affermato riguardo alla risposta stuzzicante, ma poi questa parte si è riscossa e ha detto a quell’altra: è giusto e tutto sommato apprezzabile che ami così tanto tua figlia da ritenerla in grado di fare cose che a me sembrano impossibili, ma se non vuoi giocarti la tua credibilità è il caso che spieghi come farà Agata da adulta ad assomigliare a noi più di quanto ci assomigliamo noi. Subito dopo quell’altra parte, che evidentemente ci teneva a fare bella figura con la sua antagonista, con il sorriso trionfante di chi pensa di avere in tasca la battuta che porrà fine alla questione, ha detto una cosa che non ha posto in realtà nessuna fine, ma anzi ha stimolato la continuazione della discussione con l’altra parte di me.
Ti spiegherò con un’immagine. Provaci. Guglielmo Tell. Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell. La freccia di Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell dentro l’altra freccia. Non era dentro la mela, la freccia di Guglielmo Tell? Dici che era dentro la mela? Mi sembra di sì, e la mela era sulla testa di suo figlio. E allora chi tirava la freccia con grande precisione dentro l’altra freccia? Non so, forse Robin Hood. Robin Hood non era quello che deviava il corso delle frecce colpendole con altre frecce? Non saprei dirti, può darsi. Che fosse il figlio di Guglielmo Tell, che tirava la freccia dentro la freccia dentro la mela che era stata poco prima sulla sua testa, per non essere da meno del padre? Per quello che so poteva anche essere il figlio di Robin Hood che deviava le frecce tirando altre frecce dentro le frecce, per non essere da meno né di suo padre né di Guglielmo Tell né del figlio di Guglielmo Tell. Ma Guglielmo Tell secondo te assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata? Difficile dirlo, forse sì; in questo caso c’è da chiedersi se anche Robin Hood assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata. Non chiediamoci però quanto si assomigliavano tra loro Robin Hood e Guglielmo Tell. No, infatti: non chiediamocelo. Né quanto si assomigliavano i loro figli. Ci mancherebbe altro. Tra l’altro non so tu, ma io non ho informazioni certe sull’esistenza del figlio di Robin Hood. Ah, non guardare me, io ne so meno di te. Chiediamoci piuttosto una cosa più importante. Cioè? Assomiglieremo al figlio di Agata, nostro nipote, ancora più di quanto assomigliamo ad Agata? Non lo so ma sarebbe bello. E al figlio del figlio di Agata, ancora più che al figlio di Agata? Lo so ancora meno ma sarebbe ancora più bello. Fino ad arrivare tra milioni di generazioni ad avere un propropropronipote che rappresenterà il centro del centro della nostra essenza, la più piccola e la più precisa delle nostre matriosche? Chissà.
E’ finita con un chissà questa discussione tra me e me; una discussione che può apparire oziosa ma oziosa non è, perché dimostra che quei brividi quieti che scuotono con dolcezza la parte migliore del mio animo quando tengo Agata in braccio altro non sono che vibrazioni del mio centro che entra in risonanza con il centro del mio centro, con lei, che è allo stesso tempo dentro e fuori, l’unico parto possibile per chi non può partorire, il parto senza travaglio dell’uguale a se stesso. O forse non lo dimostrano, non so.

Ho scritto questa cosa due mesi dopo che è nata Agata.

La foto forse è del 1977.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  20.01.2014 | 23:08
Propessene Marilù
 

Incontro l’autrice de “le persone che muoiono” nella stanza bianca rossa e arancione nella quale si è relegata dopo l’imprevisto successo della suddetta pièce. Mi apre la porta con stizza educata e mi conduce alla scrivania sulla quale ha prodotto le cose migliori: racconti, disegni e sperimentazioni eterogenee.


- Buongiorno.
- Questo lo dice lei.


L’artista è sulle sue. Posso capirla. L’ho interrotta mentre era all’opera. Lo si intuisce dal pennarello viola senza tappo appoggiato sul bordo di un foglio.


- La disturbo? Vuole che vada via?
- Faccia quello che si sente.
- E se sento di non sentire niente?
- Pochi sofismi. Cominciamo quest’intervista. Ma che sia breve.


L’artista ha carattere. Mi piace. Mi piace così tanto che evito di dirle che tecnicamente l’intervista è già iniziata.


- Si aspettava questo successo?
- No.
- Perché no?
- Non ero certa che il mondo fosse pronto a qualcosa di così dirompente.
- Cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”?
- Se me lo chiede non merita di sapere la risposta.


Confermo: l’artista ha carattere.


- In realtà credo di saperlo: il titolo. Un titolo, me lo lasci dire, faulkneriano.
- Il suo è un commento falsamente dotto. Cosa ci trova di faulkneriano nel titolo?
- Beh, ha presente “mentre morivo”?
- Seguendo il suo ragionamento allora dovrebbe essere un titolo anche Manniano. Ha presente “la morte a Venezia”? Oppure Rowlingiano. Ha presente “Harry Potter e i doni della morte”?


Dolente di ripetermi, ma non posso che ribadirlo: l’artista ha carattere.


- Non mi ha ancora detto cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”.
- Non il titolo. Questo è certo. E neppure quelle due parole.
- Quali due parole?
- Lo sa, quali.
- Quali due parole?
- Non me lo faccia dire.
- Lo dica, lo dica. Quali due parole?
- Non insista.
- Insisto, invece. Quali due parole?
- Le sue, caro il mio coautore dei miei coglioni. Le sue.


Ancora più dolente di correggere il tiro: l’autrice ha troppo carattere.


- Scusa, pa…
- Non importa, non importa.
- Ma lo vedi che tipo sei? Pur di mantenere questa sorta di alone di mistero da quattro soldi sulla mia identità, rinunci a rimproverarmi per la parolaccia.
- Non è per questo.
- Ah, no? E per cosa allora?
- E’ perché neanch’io sono innocente. Ho scritto quelle due parole. Belle, perfette, ma volgari. Non avrei dovuto. Non riesco a perdonarmi.
- Bugiardo. Sei riuscito benissimo a perdonarti, ti conosco.
- Ti conosco? Ma quand’è che abbiamo cominciato a darci del tu?
- Io, sei battute fa. Tu, tecnicamente, non ancora. A proposito…
- Di cosa?
- Di tecnica. Le tue due parole di cui vai tanto fiero pur fingendo di vergognartene fanno schifo.
- Schifo, addirittura.
- Forse non schifo, ma non sono nulla di speciale. Al posto di quelle due parole avresti potuto scriverne altre due qualsiasi, ottenendo lo stesso effetto.
- Per esempio?
- Cialtroni puzzolenti. Vita grama. Chicco Belva. Juventus Inter. Maurizio Seymandi. Propessene Marilù. Due qualsiasi.
- Anche due qualsiasi?
- Anche. E adesso scusa, ma ti prego di accomodarti fuori. Devo cominciare il sequel de “le persone che muoiono”.
- Qualche anticipazione?
- Solo il titolo. “Unicorni contro Robot”.
- Ti servono per caso due parole?
- Eventualmente mi faccio viva io.

Giro i tacchi mentre l’artista impugna il pennarello viola. Ho appena il tempo di notare l’abbozzo di quello che potrebbe essere lo zoccolo di un pegaso pony di terza generazione.  Faccio per aprire la porta della stanza bianca rossa e arancione.

- Papà.
- Dimmi, bimba.
- Niente.


Felice di correggermi ancora una volta: l’artista ha esattamente il carattere che deve avere. Né più né meno.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  14.01.2014 | 21:32
Notoriamente
 
 

Una volta scoperto che il vecchio adagio della terza gamba di Ken, il damerino monco dai capelli sintetici, non è soltanto un modo di dire, Barbie, notoriamente sensibile a certi argomenti, ha perso la testa.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.01.2014 | 23:07
Gli imminenti AO
 

Ma se è vero come mi sembra sia vero, mi dicevo poco fa togliendo dal culo di Nora un pannolino carico di piscio tiepido, che persino gente che si chiama Nastas’ja Filippovna o Steffy Forrester in alcuni momenti della vita si lascia andare all’equivalente autoanalitico, se si può dir così, del guardarsi allo specchio e dirsi ‘ma che cazzo di merda sono, io?’, quante probabilità ci sono che una persona come quella di cui ho parlato nel post intitolato ‘tanto per fare (un esempio)’, pur restando nel vago forse sbagliando ma come si dice a fin di bene, e comunque ormai quel che fatto è fatto, una persona che fotte senza sosta e senza vergogna i soldi di sua madre, di sua sorella e indirettamente della famiglia di sua sorella, falsificando firme e negando l’evidenza di furti plateali, una persona che non esita a spingersi sempre più in basso e trascinare nella melma la sua orrenda prole che comunque non si tira indietro seppur con gradi diversi di depravato entusiasmo, toccando proprio oggi, quella persona, una vetta di vigliaccheria che sembrava arduo persino per lei scollinare, l’Aprica o il Mortirolo o il Ventoux della sua personalissima miseria del cazzo, il dispetto che diventa dispettuccio, il vezzeggiativo dispettoso dei miei coglioni gonfi e sudati, consistente nell’eliminare dal comò della propria madre (quella a cui ha fottuto ormai tutti i soldi) le foto dei suoi pronipoti, nipoti della sorella a cui pure ha fottuto i soldi, pronipoti che la nonna non vede che d’estate, due o tre volte l’anno, pronipoti di cui la nonna corre ogni giorno il rischio di scordarsi in quanto ha novantacinque anni e la memoria non è più quella di un tempo, e allora le foto potrebbero aiutare a ricordare, eccome se potrebbero, una persona che raggiunge questo limite di piccineria al solo scopo di ferire con tale sottrazione la sorella che in giornata si sarebbe recata nell’abitazione della propria madre, quella ormai senza più un cazzo di soldi in tasca né sul conto per colpa dell'altra figlia, la quale madre vive in casa propria guarda caso in compagnia dell’altra figlia, quella che ruba soldi, parla in falsetto e educa all’abiezione le sue cazzo di figlie di merda, la quale figlia ladra è accampata da sempre nell’alloggio della madre in quanto suo marito non ha mai preso in considerazione l’ipotesi stravagante di dedicarsi a qualcosa per la quale ricevere regolare e legale compenso, in sostanza un fancazzista ignobile che non ha mai lavorato né ha fatto lavorare la moglie, preferendo farsi mantenere dalla suocera che prima ha elargito anche se via via più perplessa e infine non più in grado di difendersi né di comprendere appieno la situazione ha subito quelli che vanno chiamati furti, così come lui, sua moglie e le sue figlie vanno chiamati ladri, ripeto: ladri, niente di diverso da questo: ladri della peggior specie, ladri vigliacchi sfruttatori approfittatori e circonvengenti di incapaci o quasi incapaci, se si dice circonvengenti, se non si dice chissenefrega, quante probabilità ci sono, dicevo, che una persona così risponda nel modo corretto alla domanda, e  cioè ‘beh, se posso permettermi, e credo di sì visto che so bene di che pasta sono fatta, io sono una ***’, dove gli asterischi stanno per tutto quello che ho scritto  da ‘persona che fotte senza sosta’ a ‘vanno chiamati ladri’?

Sono andato in bagno con Nora in braccio, le ho lavato il culo, l’ho riportata in camera, l’ho messa sul fasciatoio e mentre le mettevo un pannolino pulito mi sono detto: più o meno le stesse probabilità che ha Federer di vincere gli imminenti Australian Open battendo 6-3/7-5/6-2 Djokovic in semifinale e 6-1/7-6/6-0 Nadal in finale, concedendosi eventualmente il lusso di servire sul match point dal basso, come fece una volta Michael Chang contro Lendl al Roland Garros.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento